Quo vadis, Europa?

da internet

Per quanto ne sappiamo, fino ad almeno i tempi dell’Impero Romano, l’Europa non conobbe unità politiche omogenee e di grandi dimensioni. La situazione fu parzialmente modificata dalla progressiva conquista romana, che però a nord si arrestò sul Reno e a est non superò mai i confini dell’attuale Ungheria, salvo una breve parentesi in Dacia (l’attuale Romania). Se dunque la Scandinavia, i Paesi baltici e gli sconfinati territori dai bassopiani polacchi fino agli Urali rimasero sempre al di fuori dell’Impero, lo stesso accadde anche all’estremo occidente con l’Irlanda e la Scozia.

        Limitazioni analoghe esistettero anche per il sia pur vasto dominio di Carlomagno, da cui rimasero nuovamente fuori vaste regioni d’Europa. In seguito, nonostante gli sforzi e le ambizioni, la conquista militare o comunque l’unificazione dell’intero continente si dimostrarono nuovamente aleatorie e volatili sia per Carlo V e gli Asburgo che per Napoleone e per Hitler. Per quanto ampi i territori conquistati da costoro, si trattava sempre solo di una parte, fra l’altro, riottosa e dunque precaria. Per almeno due millenni, insomma, l’incredibile varietà di genti, costumi, lingue clima e condizioni geografiche contribuì a rendere impossibile l’unificazione politica del continente europeo. Non c’è quasi bisogno di sottolineare che, specialmente nel caso di Hitler, tale nazi-unificazione dell’Europa,  impregnata com’era di fumose rivendicazioni ariano-nibelungiche rese ancora più patetiche e improbabili dall’aspetto fisico di costui e da quello di Himmler, non aveva niente a che vedere con gli ideali e i valori di Roma.

        Sta di fatto che, miracolosamente (?), proprio dopo la fine della seconda guerra mondiale nacque la CEE, con intenti di unificazione puramente economica e, dagli anni ’90 in poi, l’originario progetto di vantaggi sostanzialmente economici si allargò ed acquistò anche finalità politiche, portando così alla trasformazione del nome in Unione Europea.

        In teoria, dunque, ciò che non avvenne negli ultimi due o tremila anni sembra essersi realizzato nell’arco di pochi decenni. Dagli iniziali 6 Stati fondatori, gli attuali membri sono oggi diventati 28, a cui vanno aggiunti altri 6 candidati ufficiali,  inclusa la Turchia, che rimane comunque sotto stretta osservazione. Ad esclusione della Svizzera e della Norvegia, dunque, l’Unione Europea comprende o presto comprenderà tutti gli altri Paesi europei, salvo le due propaggini slave più orientali, e cioè la Bielorussia e l’Ucraina.

        Questi fatti sono ben noti e vengono citati solo come premessa alle osservazioni che seguono

        

         Unione Europea…E’ probabile e auspicabile che in un futuro non troppo lontano – forse qualche secolo – i suoi attuali Stati saranno solo delle province e che l’Unione, cementata da nuovi e comuni valori, avrà perduto le sue fertili ma anche litigiose idiosincrasie nazionali. In attesa di ciò, anche perché natura non facit saltus, è bene osservare i suoi presenti comportamenti senza lasciarsi travolgere da facili entusiasmi. Se si va oltre la lusinghiera superficie del nome e dell’imponente ma farraginosa burocrazia delle relative strutture amministrative, ironicamente collocate in Belgio, tradizionale sede di scontri e confronti europei, anche agli occhi di un osservatore distratto appariranno alcune macroscopiche stranezze e contraddizioni, nonché alcune pericolose miopie che sollevano non poche perplessità sulla situazione attuale e sul futuro dell’Europa. Ne citiamo alcune fra le più singolari.

        Ironicamente, la grande sconfitta della seconda guerra mondiale, la Germania, per quanto disarmata, è ormai diventata il motore della stabilità economica europea e un interlocutore insostituibile, mentre la Gran Bretagna e la Francia, nazioni vincitrici ed ex- detentrici di giganteschi imperi coloniali, hanno un ruolo per molti aspetti secondario e sono in qualche modo costrette a fare buon viso a cattivo gioco. Fra l’altro, nonostante l’orgoglio thatcheriano delle Falklands nel 1982, delle glorie imperiali britanniche sono rimasti solo i ricordi, immortalati in alcuni splendidi films dei fratelli Korda negli anni ’30 (The four feathers, The drum), e una simbolica ma aggressiva eredità multinazionale, la BBC, i cui servizi coprono tutti i continenti tramite corrispondenti locali.

        Cosa ha spinto i vari membri a entrare nell’Unione? Mentre è bene non dimenticare che la caduta delle barriere doganali fu una manna per le nazioni industrializzate, i cui prodotti invasero così i mercati del sud fino ad allora protetti da dazi proibitivi, i motivi delle recenti adesioni specie degli Stati più piccoli sono nuovamente pratici. Un complesso meccanismo di vincoli ma anche di sostegni finanziari spiega, anche se non giustifica del tutto il sospirato ingresso di molti di costoro, assillati da debolezze economiche e isolamenti politici o faide etniche. Le recenti (e ancora non concluse) disavventure finanziarie greche, irlandesi e portoghesi costituiscono un esempio significativo sia della debolezza strutturale di certi Paesi, sia dei vantaggi che gli Stati membri possono godere in situazioni difficili. D’altra parte, l’angustia territoriale e demografica e la mancanza di effettive strutture economiche produttive di molti nuovi membri dell’Europa centrale e dei Balcani rendono assai incerto il loro futuro, mentre il presente di alcuni di essi appare già costellato da ineluttabili attività alternative, quali il commercio delle droghe, il traffico di armi e la prostituzione.

        In ogni caso, sarà facile notare come esista uno stridente squilibrio di atteggiamenti riguardo alle aspirazioni e rivendicazioni nazionali da un capo all’altro del continente. Quelle balcaniche e dell’Europa centrale sono state in massima parte soddisfatte, mentre quelle delle nazioni a occidente, no. Rimane, per esempio, il controsenso un’Irlanda spezzata in due, nonostante il palliativo di una sedicente Irlanda del nord, una delle quattro “nazioni costituenti” del Regno Unito. In quanto al recente referendum scozzese circa la totale indipendenza dalla Gran Bretagna, solo i timori dell’ignoto e le forsennate pressioni londinesi hanno interrotto all’ultimo minuto quella che appariva una massiccia scelta di separazione. Nonostante le evidenti peculiarità etnico-linguistiche dei Baschi, poi, nessun governo spagnolo ne ammetterebbe la secessione, così come continua a ignorare le aspirazioni catalane all’indipendenza. In Belgio, l’attuale convivenza di stirpi fiamminghe (a nord) e vallone (a sud) non ha certo eliminato la tensione strisciante fra due etnie separate anche dalla lingua.

        Le suddette rivendicazioni non hanno avuto fino ad oggi successo perché meno fondate e ragionevoli di quelle, poniamo dei Cechi, degli Slovacchi o dei Macedoni? In realtà, i Baschi sono talmente diversi dagli Spagnoli che la loro stessa lingua non rientra in quelle della famiglia indo-europea. Al contrario, nei variopinti ex-possedimenti dell’Impero Austro-Ungarico vi è stato un lussureggiare di secessioni, spesso stimolate e comunque mai ostacolate. In realtà, tutto suggerisce come dietro le quinte operi il vetusto adagio romano Divide et impera. La domanda è non solo cui prodest? ma anche in base a quale logica.

        Il fenomeno ha assunto proporzioni ancora più vistose in quella che fu la Yugoslavia di Tito, erede, secondo i più accesi irredentisti serbi, della Grande Serbia (Velijka Srbija), i cui confini nel XIV secolo includevano anche parti di Ungheria, Bulgaria e Romania. Così, una regione come il Kossovo, che mai ebbe una sua specificità linguistica, fattore nevralgico per individuare un’effettiva individualità nazionale, è oggi assurta a nazione indipendente. Da notare che le lingue che vi si parlano sono appunto l’albanese e il serbo. In quanto ai passati “nazionali” di stati come la Croazia, il Montenegro o la Bosnia, essi sono così vaghi e così lontani nei secoli da giustificare le perplessità sulla loro attuale ragion d’essere. Il fatto stesso che oggi esista accanto alla Serbia vera e propria una Bosnia Herzegovina, a sua volta formata da tre cosiddette “etnie costituenti” – bosniaca, serba e croata – conferma come l’attuale frammentazione dell’ex-Yugoslavia rappresenti un’infelice passo indietro rispetto alla precedente struttura  federale ben più organica ed equilibrata. Vale qui la pena di notare come le feroci rivalità etniche e i relativi massacri reciproci - l’eccidio di Srebrenica nel 1995 rappresenta solo un episodio recente, al quale vanno aggiunti molti altri, inclusi quelli plurimi commessi dai Croati a cavallo della fine della seconda guerra mondiale – hanno anche implicite e striscianti matrici religiose, visto che le tre etnie sono appunto ortodosse, cattoliche e musulmane.  

         Discutibili passati nazionali a parte, le anguste dimensioni demografiche di molti dei nuovi stati stridono con quelle tanto più massicce di altri, tipo Germania, Italia o Polonia. Lo squilibrio balza all’occhio e non è eliminato dall’esistenza del meccanismo della doppia maggioranza in caso di risoluzioni o di leggi (almeno il 55% dei membri e il 65% della popolazione). Il voto dei piccoli Stati spesso necessari per raggiungere la soglia minima del 55% acquista in tal modo un peso sproporzionato alla loro importanza strategica. Ineluttabili quindi i do ut des in caso di problemi e risoluzioni controverse. 

        Queste debolezze congenite e i loro presumibili anche se occulti spazi di manovre intimidatorie hanno riflessi soprattutto in tema di politica estera europea, la quale permane intrecciata (incatenata a maglia doppia) all’ombra ambigua della NATO. La continuata e capillare presenza di tale istituzione è non meno curiosa di quella del cinquantennale embargo americano nei riguardi di Cuba, nonostante la seconda guerra mondiale sia finita da settant’anni e la guerra fredda sia cessata da almeno venticinque anni. Per quanto riguarda Cuba, fossile comunista ma pulce innocua, le odierne aperture di Barak Obama non attenuano i lati tragicomici di una simile ostinata punizione della pulce da parte dell’elefante.

        Creata per tenere lontani dall’Europa i Sovietici e vicini gli Americani (quasi si capisce che vi appartenga la Turchia, tradizionale nemica degli Zar, ma perché anche i Canadesi? che c’entra il Canada con l’Europa?), col crollo e dissoluzione dell’ex- Unione Sovietica l’istituzione della NATO avrebbe potuto essere messa nell’armadio degli abiti vecchi. Invece, non è stato così. Anzi, negli anni recenti, e già ben prima dei fatti di Crimea e di Ucraina, essa ha potenziato le sue strutture nel Mediterraneo (vedi, per esempio, Sigonella) ed esteso sempre più i suoi confini orientali, avvicinandosi alla Russia. Se poi anche Bielorussia e Ucraina fossero accolte nella NATO, verrebbe meno l’ultimo diaframma che separa quest’ultima dalla Russia.

        Tutta colpa dell’irriducibile spettro comunista, peraltro ormai falcidiato dall’economia di mercato così fiorente a Mosca? Anche gli scolari più asini sanno che già Napoleone fu preso dall’ossessione russa. Eppure, allora non vi erano ancora comunisti… Lo stesso vale per Napoleone III e per gli Inglesi dei tempi della guerra di Crimea. Qui le giustificazioni erano le mire russe ai mari caldi e le minacce all’integrità dell’Impero Ottomano. E’ perlomeno singolare che proprio una nazione come la Gran Bretagna, che poteva veleggiare in qualsiasi emisfero, si sentisse minacciata dalle aspirazioni russe a guadagnare dei porti sul Mar nero. La realpolitik non avrà niente a che fare con la parità dei diritti, ma sta di fatto che ironizzare su di essa fa ancora parte delle sane ginnastiche mentali.

        Un secolo e mezzo dopo, questa volta con la giustificazione verbale dell’infezione slavo-comunista – i motivi reali erano il grano dell’Ucraina e il petrolio della Bessarabia - anche Hitler si lasciò trascinare dalla stessa mania, che anche a lui costò cara. Paradossalmente, a guerra finita, il defunto cancelliere avrebbe avuto un imprevedibile imitatore nella figura del senatore McCarthy, il quale, dopo che Roosevelt aveva indirettamente aiutato Stalin ad insediarsi a Berlino e dintorni, un giorno si svegliò ed iniziò a vedere comunisti dietro tutti gli angoli anche in casa. Il lato singolare di ciò che avvenne dopo è che una nazione sotto molti punti di vista distante ed estranea alle cose europee, chiamata in aiuto e diventata chiave della vittoria su Hitler, è da allora diventata inamovibile presenza militare in Europa grazie all’istituzione della NATO e sospettosa di qualsiasi mossa moscovita.

        Ma adesso che Stalin e Lenin sono stati finalmente messi in disuso dall’attuale élite russa, adesso che lo zar è stato riabilitato e addirittura proposto per la santificazione e il patriarca Kiril siede accanto a Putin nelle cerimonie ufficiali, adesso che oligarchi e popolo minuto hanno le stesse propensioni consumistiche, che sciami di turisti russi invadono l’Europa, spendendo senza economia, e che il comunismo d’antan sopravvive solo come anchilosato e grottesco fossile in partiti come quello greco o nella Corea del nord, in che cosa i Russi di oggi sarebbero pericolosi e simili ai loro antenati sovietici o ai nazisti e comunque diversi dagli Europei o dagli Americani al punto da giustificare le attuali sanzioni nei loro confronti?

       Questa sorta di “eterno ritorno” dell’isteria anti-russa, simile ai pogroms di ebrei ricorrenti nella storia europea, i cui capitoli soffrono anche a questo proposito di amnesie, si sta ora manifestando per l’ennesima volta, non in termini militari ma economici. Se non esistessero un nugolo di nazioni slave in seno alla NATO, si potrebbe parlare di isteria anti-slava. Di fatto, l’isteria è unicamente anti-russa.

       Come noto, le pressioni americane e le sanzioni (anch’esse stimolate e pilotate dagli USA) hanno messo in ginocchio il rublo e stanno mettendo a dura prova l’economia di Mosca. Il delitto? Teoricamente, la secessione della Crimea, che era peraltro russa ancora fino al 1954, quando fu spontaneamente ceduta dai Sovietici all’Ucraina, anche se non è chiaro perché: difficile entrare nel cervello dei dittatori. A parte ciò, i punitori in questione si guardano bene dal rammentare come, prima di essere assorbito dalla Russia della Grande Caterina, il cosiddetto Banato di Crimea avesse prosperato dal 1449 fino al 1779 anche grazie a un rigoglioso commercio di schiavi…ucraini! Le attuali recriminazioni dell’Ucraina per la fuga di un siffatto amato rampollo sono dunque tanto in malafede quanto il disconoscimento del referendum di ricongiungimento della provincia ribelle con la Russia.

        La verità è tanto banale quanto sornionamente mistificata: la soddisfazione delle pretese americane di controllo planetario (leggere Chomsky a questo proposito) esige una Russia territorialmente il più possibile dimagrita e in ogni caso a tiro di schioppo. Tutto ciò non sorprende ed è coerente con la politica estera americana dal dopoguerra in poi. Ciò che sorprende e desta commiserazione è la pecorile acquiescienza europea, come se il vero obiettivo della famigerata e tardiva unione – in metafisica incubazione da vari millenni – sia quello del gregge burocratico. Rimane difficile capire cosa l’UE si attenda dalle sanzioni e perché, Germania in testa, vi insista con tanta ostinazione.

         Il caso della Crimea fornisce un ulteriore tipico esempio della politica dei due pesi e delle due misure riguardo alle rivendicazioni nazionali o delle auto-decisioni popolari. A parte le inconfutabili contraddizioni prima menzionate a questo proposito, sarebbe impossibile ignorare un altro significativo caso di etnia priva di unità nazionale alle porte dell’Europa, anzi,  collocata proprio all’interno di uno stato, la Turchia, che regolarmente si lamenta per la sua procrastinata accoglienza in seno all’UE. Chi mai si è infatti scandalizzato e ha inflitto sanzioni alla Turchia perché continua ad impedire ai  Curdi che vivono dentro i suoi confini – si parla di 18-25 milioni di individui – di creare una loro entità nazionale? Eppure, costoro non solo vantano un secolare e riconoscibile passato etnico, ma parlano anche una lingua distinta dal turco e affine alle lingue iraniche, quindi, indo-europea. Uno stato curdo non sarebbe più artificiale di quelli disinvoltamente creati a tavolino da Inglesi e Francesi dopo la prima guerra mondiale, e cioè, la Siria, la Giordania e il Libano, per non parlare dei vari pseudo-Stati del Golfo Persico e della Penisola Araba.

        Come succede con i teorici ed esperti delle cancellerie di ieri e di oggi, mentre il futuro della Palestina e del “focolare ebraico” rimaneva invece nel vago, le capricciose e imprevedibili svolte della storia produssero successivamente uno Stato da essi non previsto (Israele), la cui sostanziale caratteristica è l’omogeneità religiosa e ideologica (leggi: stabilità) rispetto alle lacerazioni e dissidi tribali e religiosi che invece affliggono gli altri Stati arabi della regione, dalla Siria alle coste dell’Oceano indiano.

        Ua simile eterogenesi dei fini la dice lunga sull’aleatorietà di tutti i disegni strategici dei faccendieri e consiglieri sopra menzionati.

        Così, per quanto riguarda i Curdi, è assai probabile, dati i tempi, che un eventuale Kurdistan sarebbe meno destabilizzato o destabilizzante degli attuali Iraq e Siria, per non parlare dei due Yemen e della Libia. L’unica attendibile e realistica spiegazione a tale mancanza d’interesse europea e americana per una nazione curda, salvo adesso fornire loro un po’ di armi perché siano costoro ad affrontare sul terreno i militanti del sedicente Stato Islamico, è che malauguratamente i Curdi sono sparsi fra troppi stati, le basi turche di Incirlik sono strategicamente preziose, la Turchia rappresenta un grosso mercato (soprattutto per la Germania) e appare inoltre come un baluardo oltre il quale vi è il profondo oriente dell’Islàm più intransigente (Iràn, Pakistan, Afganistan). Eppure, tutto si può dire, salvo il fatto che il premier Recep Erdogan sia un illuminato liberale. Ovviamente, quella con la Turchia – che sta prendendo le distanze dallo spirito modernista e laico del suo fondatore Ataturk - non è l’unica singolare amicizia e distrazione degli Europei e degli USA. Il corteggiamento, le protezioni – vedi Kuwait e Guerra del Golfo – lo spudorato chiudere gli occhi di fronte all’oscurantismo feudale degli Stati della Penisola Araba, fonti di affari lucrosi e detentori di rubinetti petroliferi - ma fino a quando? – costituiscono un’altra esilarante eccezione alla logica delle sanzioni, che colpisce, per esempio, l’Iran degli Ayatollah a causa dei loro progetti atomici. Rimane quindi misterioso come e perché il Pakistan, le cui politiche sono ambigue, possa detenere arsenali atomici senza essere stato sottoposto a particolari vessazioni…

        Ma ritorniamo alle ossessioni europee.

       Sembra che l’imperterrita presenza americana in Europa – giova ripeterlo, ben settant’anni 70 dopo la fine della seconda guerra mondiale! - disturbi gli Europei meno della continua diminuzione del potere d’acquisto dei salari, della disoccupazione o anche delle sconfitte delle squadre favorite. Le confuse e in fondo indifferenti nozioni popolari circa l’imperterrito smembramento dei Balcani e dell’Europa centrale, nonché sui fatti di Crimea e la legittimità e le imprevedibili contro-indicazioni connesse alle relative sanzioni – la caduta del rublo sta a sua volta influenzando negativamente i mercati finanziari – per non parlare dei reali giochi che si svolgono a carico del governo di Damasco, le cui fustigazioni mediatiche sono sempre meno convincenti, suggeriscono un appiattimento e un avvilimento delle capacità di osservazione indipendente degli eventi da parte del cittadino medio. Dato l’imperversare dei centri ufficiosi e dissimulati di omologazione stupidificante, quali il notorio Facebook e simili, non preveduti da Orwell, il cui Big Brother era al confronto quasi innocente, non vi è da meravigliarsi del torpore dei tempi.

       Eppure, viviamo in una fase che richiederebbe più attenzione verso fenomeni di gravità più reale delle presunte minacce russe. Ogni eventuale associazione con foschi modelli e scopi di tipo hitleriano o staliniano può al massimo essere materia di uno dei tanti films di fantapolitica, ma già solo il fatto che un numero incalcolabile di russi affolli aereoporti e alberghi di mezzo mondo per godersi gli agi della civiltà capitalistica rende ridicole simili associazioni: Nazisti e Sovietici erano prigionieri in casa…Mentre i summenzionati timori sono solo un pretesto per occultare i tentativi di accerchiamento russo, nessun burocrate di Bruxelles dovrebbe ignorare che l’aspirante accerchiante rimangono sempre gli USA tramite il casco della NATO.

       Così, la domanda banale va fatta: gli attuali assestamenti post-sovietici giustificano il papagallesco allineamento anti-russo, etichettato in NATO per dargli una maggiore coralità, fino al punto da imporre pesantissime sanzioni alla Russia? Fra l’altro, e questo è l’elemento più solido a sostegno dell’insipienza di tale allineamento, la Russia odierna non possiede oggi alcuna ideologia aggressiva di esportazione. 

       In realtà, fra i vari pericoli che dovrebbero preoccupare ben più seriamente i governanti europei, oltre all’inquinamento inarrestabile, il dilagare delle cosche mafiose, le epidemie sempre in agguato – vedi Ebola, che può trasferiris anche a Glasgow - la folla degli indigenti che aumenta, lo strisciante attestarsi dei centri di persuasione occulta che sono addirittura diventati accreditati registri e stimolatori di umori collettivi - vedi Twitter – il diluvio giornaliero di notizie mistificanti e da prendere con pinze lunghe dei metri – per esempio, la monotona e assillante attenzione della BBC per la Siria e per i fatti ucraini - e la suddetta lista (realistica e non pessimistica) potrebbe continuare, a parte queste e altre piacevolezze, vi è ancora un pericolo, molto particolare, di cui tutti sentono parlare, ma senza rendersi conto del fino a che punto sta influenzando la vita del pianeta e producendo effetti non previsti neanche dai già menzionati think-tanks e councils di varia natura che alimentano le strategie euro-americane.

       Ora, sempre i bambini imparano a scuola che vi furono le invasioni barbariche. Le si immagina quasi fulminee e contemporanee, mentre dovettero svilupparsi gradualmente ma inesorabilmente nell’arco di secoli. 

       Nuovi barbari stanno ora insidiando l’occidente in senso lato.  I loro rivoli erratici arrivano fino all’Australia ed erano operanti (se si esclude la teoria di un complotto interno) anche nell’attacco alle Torri Gemelle, ma fenomeni similari compaiono anche ai confini nord della Nigeria, in Kenia, Somalia, Pakistan e Afganistan, come mostra la serie quasi giornaliera di attentati di massa degli ultimi tempi, ultimo dei quali è il recente gelido massacro alla sede di Charlie Hebdo a Parigi. I responsabili di tali attacchi non sono di per sé i miserabili che giornalmente  incrociano il Mediterraneo e che, se non annegano, vanno ad aumentare il già immenso serbatoio dei profughi e della miseria. Nè lo sono di per sé le folle urbane di immigrati delle ex- colonie francesi, inglesi e britanniche, anch’esse con gli stessi problemi e ansie economiche di qualsiasi cittadino europeo di vecchia data.  

        Il vero responsabile, il vero barbaro è il fanatismo che potenzialmente ogni immigrato si porta dietro, quasi fosse un bacillo di cui egli stesso non è totalmente consapevole. Forse che non se lo portavano dietro i Crociati di buona memoria? Piuttosto che i Buddisti o i seguaci di altre religioni, tuttavia, oggi molti o troppi musulmani mostrano di non volersi adeguare al mondo del quale peraltro utilizzano gli agi e gli strumenti. Le armi e i cellulari dei terroristi non sono di fabbricazione islamica, così come non sono di fabbricazione islamica i marmi sontuosi e le dimore faraoniche degli sceicchi del Golfo Persico. Anche gli Ebrei più conservatori e barbuti non arrivano alle deliranti manifestazioni di odio e aggressività dei fondamentalisti musulmani, all’angustia e rozzezza delle loro manifestazioni e convinzioni. Queste ultime sono una deriva impazzita dell’Islàm, una sua patologia, come vorrebbero far credere certe melense apologie? La storia dice chiaramente che in realtà le pretese totalizzanti sono parte integrante dell’Isàm tradizionale, il quale si è propagato non certo con miti strumenti di tipo buddista.

        Un altro mito strisciante da sfatare è che le cause principali del terrorismo e della violenza islamici siano la creazione di Israele a spese dei Palestinesi e in generale l’imperialismo ideologico a-teologico dell’Occidente. In realtà, a parte il fatto che proprio i custodi della Mecca siano i più accaniti consumatori dei prodotti  più sofisticati della civiltù perfezionata capitalistica, giusto per citare alcuni focolai che non hanno alcuna relazione con l’Occidente,   le faide tribali di tanti paesi arabi, i reciproci massacri fra sunniti e shiiti in Iràq, quelli dei Curdi effettuati dai miliziani dell’ISIS, gli annosi conflitti tribali e religiosi in Yemen o lo stesso attuale caos interno della libia libarata dal suo dittatore sono lì a dimostrare come da sempre nel mondo islamico la religione sia stata utilizzata come bandiera di rivendicazioni più banalmente politiche e di lotte per il potere.

        Il pericolo, quindi, non risiede nella presenza o nell’ingresso di per sé di derelitti musulmani in Europa, la maggior parte dei quali ambisce probabilmente alla stessa tranquillità di tanti cristiani, ma nell’incontrollato diffondersi di una pretesa di condizionamento sociale a tutti i livelli, propagata dai gruppi più radicali e fanatici, tipica di tutte le teocrazie che si rispettano e giustificata dalla solita solfa che l’Islàm è un sistema di vita. Che il condizionamento riguardi anche aspetti che ben poco c’entrano con una nozione di religione limitata alla sfera intima della preghiera e della devozione lo dimostrano una folla di elementi troppo numerosi per pretendere di offrirne più di qualche esempio. Basterà qui citare la scarsa o nulla capacità di diritti politici concessa alle donne in buona parte della Penisola Araba, l’ostilità per l’istruzione femminile in Paesi come il Pakistan e l’Afganistan, la diffusa pratica del velo e dell’infibulazione femminili nelle fasce più retrograde del mondo islamico, anche se specialmente a quest’ultimo proposito il Corano non contiene nessuna prescrizione in merito. Per sfortuna dei musulmani e cattiva coscienza delle amnesie occidentali, il velo e la clausura femminili e una generalizzata condizione di inferiorità civile della donna erano già elementi tipici della civiltà romana, di quella greca e poi anche di quella bizantina, mentre l’infibulazione era già praticata dagli antichi egiziani. Quindi, i supposti precetti coranici proprio non c’entrano nulla. Caso mai, è un problema di complessi psichici e di super-egotismi maschili di tipo banalmente fallico le cui origini sono assai antiche. Detto ancora più chiaramente: il fondamentalismo islamico, ovvero la rigida adesione ai precetti della Sharia, possiede in nuce la stessa bieca matrice della lotta contro le eresie, della caccia alle streghe, dei pogroms ebraici. I suoi veleni circolarono a suo tempo anche nell’Europa medioevale e ben oltre. Nulla di nuovo. Solo riappare oggi con nomi e accenti diversi.

       I barbari che scesero dal nord ai tempi dell’Impero romano furono gradualmente assorbiti e cristianizzati. Quelli attuali non sono cristianizzabili o meglio, non sono assorbili nel tessuto più tollerante e ormai laicizzato del mondo occidentale, che non è per nulla quel modello di progresso che si vanta di essere, ma rimane comunque un’alternativa di gran lunga superiore al fanatismo dei turbanti.

       Drammatizzazione dei fatti?

       Anche qui, gli scolari della scuola media ricordano probabilmente che, nonostante le inaudite carneficine della seconda guerra mondiale, i due episodi di Monaco (1972) e di Lockerbie (1988) inaugurarono la soglia a un nuovo modo più subdolo, indiscriminato, erratico e planetario di uccidere e di seminare il terrore, un modo paradossalmente “moderno”: l’assassinio di massa in tempo di pace. Ora, gli assassini politici non sono certo un fenomeno recente. Fra i tanti, giusto per fare degli esempi, basterebbe ricordare quello di Cesare, di Enrico IV o dell’Arciduca Francesco Ferdinando, per non parlare dei presidenti americani (4) vittime di attentati. Senza voler sminuire la loro importanza – quello di Sarajevo innescò la prima guerra mondiale – essi rimanevano tuttavia omicidi individuali, senza ripercussioni sul modo di vivere delle popolazioni. Oggi le cose sono ben diverse: la minaccia e il timore di attentati terroristici di massa, quasi tutti di ispirazione fondamentalista islamica, hanno imposto un gigantesco apparato di controllo planetario sui movimenti delle persone. In tutto il mondo – salvo che nel deserto o nelle foreste dell’Amazzonia - non si sale più su un aereo né si entra in un luogo pubblico nevralgico senza essere passati alla cruna di rilevatori elettronici. Impossibile quantificare, a parte i costi economici, anche quello psicologico.

       Tale inaudito apparato di sicurezza, questo ormai capillare controllo e spionaggio dei movimenti e identità individuali sono tutti dovuti alla necessità di prevenire atti di terrorismo? Di fatto, questi ultimi risultano praticabili anche nelle strade o magari o sui mezzi di trasporto, dove gli strumenti di rilevazione elettronica preventiva non sono applicabili. Di fatto, in modo strisciante e quasi impercettibile, il fondamentalismo islamico e il timore dei suoi rigurgiti suicidi sta fornendo una surretizia e parallela giustificazione per il controllo di massa. Questo è un frutto tanto del fanatismo islamico quanto un ineffabile regalo della famigerata democrazia. Per tali motivi, le grancasse mediatiche sulla repression dei diritti umani in Cina dovrebbero essere filtrate da un pizzico di pudore.

        Ma è ormai tempo di ricapitolare.

        Il vero grande problema epocale su cui le folle di burocrati della UE dovrebbero concentrarsi, anziché disperdere tempo ed energie nelle isterie anti-russe, è il dilagare dei nuovi barbari, che non a caso colpisce soprattutto il continente europeo, il quale appare come imbambolato e intrappolato da falsi sensi e scrupoli di coscienza. Non tutti sembrano averli, a cominciare dagli USA, che hanno addirittura eretto un muro anti-emigranti messicani illegali, nonostante si tratti pur sempre di cristiani. Vi sono poi gli Australiani che, nonostante l’immenso sviluppo costiero del loro paese, hanno mostrato di non volerlo ridurre a quel colabrodo che è diventato il sud dell’Europa e al tessuto spugnoso di nazioni come Spagna, Francia, Olanda e Inghilterra, dove, in nome di ben intenzionate tolleranze e responsabilità coloniali, un numero sempre crescente  di emigrati musulmani sta costituendoi le vischiose ragnatele di criteri ideologici che l’Europa laica ha ormai superato.

        Perché qui sta il nodo del problema. Ciò che sta accadendo non è tanto il cosiddetto “scontro di civiltà” (vedi  Huntington) quanto lo scontro di due fasi diverse di civiltà: quella ancora impregnata di religiosità oltranzista e totalizzante (il mondo musulmano), e quella di un occidente ormai laico dove la religione è solo uno dei motori, in alcuni casi assai labile e comunque mai l’unica fonte e guida. Se si pensa a quanti secoli sono occorsi perché l’Europa si liberasse del fanatismo religioso, è facile rendersi conto che l’attuale contrapposizione non si dissolverà facilmente o in tempi brevi. La tolleranza religiosa, conquistata a fatica nei secoli passati è fatalmente destinata ad essere messa nuovamente in forse, se in Europa aumenterà senza freni il numero di coloro che ancora considerano irrinunciabile il velo per le donne, se assisteremo a una continua crescita delle mosche – ma vi è forse qualche governante europeo che ha preteso, in nome della reciprocità e parità dei diritti, analoghe costruzioni nei Paesi arabi? – se cresceranno a dismisura minoranze che nei decenni o secoli futuri potranno, esattamente come è accaduto nei Balcani, rivendicare speciali autonomie o provocare conflitti etnici.         

        Questo è forse il più grande pericolo per il futuro dell’Europa che sta inesorabilmente prendendo forma e di cui spietati episodi come quello di Charlie Hebdo segnalano solo la punta dell’iceberg. Forse, sarebbe bene dedicare più attenzione ad esso e meno agli assestamenti post-sovietici.

        Così, per questo e molti altri motivi, parafrasando il titolo del celebre romanzo di Sienkiewicz, è appropriato domandarsi: ”Quo vadis, Europa?”