La crisi di Eurolandia rischia di estendersi. La Grecia poteva venire salvata se i nodi fossero stati affrontati con decisione. I tedeschi si sono incapponiti, gli altri Stati sono rimasti a guardare e oggi l'operazione salvataggio del Paese ellenico è diventata quasi insolubile. I greci ci mettoo anche del loro. Ovviamente. In casi drammatici come quello greco, cui seguiranno quello portoghese, quello spagnolo e forse quello italiano, l'Europa deve avere più coraggio nelle decisioni da prendere. Non l'ha fatto a suo tempo e adesso ne scontiamo tutti le conseguenze. Occorre costringere la Merkel a recedere dai suoi passi e ad aiutare per davvero gli Stati in difficoltà. Cosa che si è ben guardata dal fare. Sono stati due anni persi e con decine di migliaia di euro letteralmente buttati nella spazzatura greca! A questo punto sarebbe forse il caso di chiedere alla Germania di uscire dall'euro. Eco i resoconti di Matteo Cavallito e Francesco De Palo sulla difficile situazione ellenica. Si paventa l'incubo Argentina o Islanda (n.d.r.).
Grecia nel caos, anche Tsipiras rinuncia a formare il governo. Vicine nuove elezioni. Il leader dell'estrema sinistra fallisce per il no di Nea Demokratia. Il socialista Venizelos tenterà la "grande coalizione", ma lo sbocco più probabile è il ritorno alle urne a giugno. Con un progetto di blocco di centrodestra "pro euro".
Un’odissea. Di cui non si intravede ancora la conclusione. E dove tutti si dicono pronti al governo di unità nazionale, ma poi nessuno lo fa. Alexis Tsipras, leader del partito del Syriza incaricato dal Presidente della Repubblica ellenica di formare il governo, ha deciso di rinunciare dopo aver registrato anche il “no” da parte del leader del partito conservatore di Nea Demokratia Antonis Samaras. Altra incertezza dunque sotto la calura dell’Acropoli e nelle stesse ore in cui si apprende che lo spread ritorna sopra i 400 punti e più di un governo dell’Eurozona, come rilevato dal Wall Street Journal, avrebbe sollevato preoccupazioni sull’opportunità di rendere disponibile la prossima tranche di aiuti alla Grecia da 5,2 miliardi. Tanto che a sera il Fondo ha diffuso un comunicato per assicurare che 4,2 miliardi saranno erogati domani e un miliardo resterà disponibile per eventuali esigenze.
Denari utili a rifinanziare 3,3 miliardi di titoli di Stato in scadenza il 18 maggio. Oltre che per poter pagare gli stipendi pubblici a giugno. La patata bollente, come qui in Grecia hanno già ribattezzato l’esito di queste elezioni eccezionali, passerà nuovamente nelle mani di Karolos Papoulias che sonderà il terzo classificato. Quell’Evangelos Venizelos che non pare abbia le carte in regola per trovare una soluzione. A meno che le due forze “maggioritarie”, Nea Dimokratia e Pasok, decidano di fare squadra per il bene del paese con Syriza. Anche se fino a questo momento sembra quasi che intendano non offrire al giovane Tsipras (e alla Grecia) una ciambella di salvataggio.
In caso contrario, due le ipotesi sul tavolo: o fra tre giorni il socialista Venizelos si inventa qualcosa, o il 17 giugno si va alle urne, la soluzione al momento più probabile. Con una possibile sorpresa in termini di coalizione. Da alcune indiscrezioni pare che più di un leader politico non solo greco (anche europeo) caldeggerebbe un’unione delle forze politiche di centrodestra, al fine di formare una sorta di federazione pronta alle urne il prossimo 17 giugno. Così da arrivare all’appuntamento elettorale senza l’attuale balcanizzazione. A fare da “padre putatitvo”, in un ruolo alla Prodi (ma dall’altro versante della barricata) l’ex premier Kostas Karamanlis, nome gradito a Berlino.
Che potrebbe fare da collante anche per far rientrare i soggetti fuoriusciti da Nea Dimokratia: ovvero gli indipendenti di Kammenos, la coriacea Dora Bakoyannis (che proprio con l’attuale leader Samaras ha perso le primarie) e il Laos di Iorgos Karazaferris. Un fronte di centrodestra pro euro per evitare la frammentazione politica. Sempre che i cittadini intendano dar loro un’altra possibilità. Dopo l’incontro con Tsipras (che ha chiesto di essere ricevuto dal neopresidente francese François Hollande), Venizelos ha detto che la miglior soluzione per la Grecia sarebbe un esecutivo di unità nazionale per la permanenza nell’euro. Da irresponsabili, però, non passare ai fatti dopo un’analisi su cui tutto il mondo converge.
Altro dato su cui riflettere è il voto di protesta: perché scandalizzarsene? In fondo il popolo per farsi sentire ha solo uno strumento: il segno sulla scheda elettorale. Di più non può fare. La balcanizzazione alle elezioni greche e l’astensione giunta al record del 40% vuol dire solo una cosa: netta condanna verso chi ha governato ininterrottamente per 30 anni, producendo lo status quo, i 250 suicidi dall’inizio della crisi e un’infrastruttura socio-amministrativa con un elevatissimo tasso di corruzione, a tutti i livelli.
E con una serie di sprechi (veri) della politica e di anomalie su cui intervenire: si pensi che gli ex premier restano deputati a vita, che il presidente della repubblica ha uno stipendio che si aggira sui 300mila euro, che alcune banche di credito cooperativo sono state chiuse, con dipendenti mandati a casa senza un minuto di preavviso e senza un apparente motivo (forse per favorire gli istituti maggiori?) e che (notizia recente) a un cittadino greco che in Olanda ha tentato di prelevare del contante da uno sportello per strada, il bancomat gli ha “rigettato” fuori la carta senza dargli un solo euro. Macabra metafora dell’Unione che “scarica” l’Ellade?
Francesco De Palo - Il Fatto Quotidiano - 9 maggio 2012
Il Fondo Salvastati ha dato l'ok per la tranche da 5,2 miliardi di euro. La Borsa di Atene ha contenuto le perdite. Il punto resta, però, la permanenza del paese nell'euro. Se così non fosse il governo cancellerebbe il proprio debito dichiarando bancarotta. Il rischio, per i cittadini, è di trovarsi nella condizione vissuta dieci anni fa dal paese sudamericano
Le buone notizie per ora sono solo due. La prima è che la tranche degli aiuti da 5,2 miliardi di euro in partenza domani giungerà regolarmente a destinazione nelle casse elleniche nonostante l’opposizione di alcuni governi dell’eurozona. La seconda è che la borsa di Atene ha tenuto basse le perdite, chiudendo con un -0,87% cui fa da contraltare il segno positivo dell’indice bancario. I titoli degli istituti di credito guadagnano oggi un complessivo 0,65% dopo i fortissimi ribassi dei giorni precedenti. Il resto è solo incertezza. Incertezza sul futuro politico ovviamente, ma anche e soprattutto finanziario, con la novità di un sempre più spiacevole sospetto: quello di una Germania ormai ai ferri corti con la propria pazienza.
Il messaggio, chiarissimo, lo ha lanciato oggi il ministro degli esteri di Berlino Guido Westerwelle specificando che “la permanenza della Grecia nell’euro è nelle sue stesse mani”. In pratica: o Atene torna sui suoi passi, e allora amici come prima, oppure la coppia Ue-Fmi smette di erogare i prestiti, trasformando l’abbandono ellenico della moneta unica in un evento ineluttabile. Un’ipotesi fino a qualche tempo fa impensabile ma oggi sempre più concreta. Nei giorni scorsi, gli analisti di Citigroup hanno attribuito al verificarsi di questa eventualità da qui al 2013 una probabilità del 75%. Gli analisti di Lombard Street Research, citati oggi dal Daily Telegraph, sono giunti anch’essi a una simile conclusione.
Che cosa comporterebbe un simile scenario? Per Atene, in primis, sarebbe il caos. Il Governo ovviamente cancellerebbe il proprio debito dichiarando bancarotta. I cittadini greci correrebbero a ritirare i propri risparmi in deposito anticipando l’inevitabile svalutazione della neo dracma. A quel punto i casi sono due: o un’accelerazione clamorosa di quel processo già in atto che ha portato negli ultimi tre anni ad alleggerimento dei conti correnti per 70 miliardi, oppure l’amara scoperta di trovare i caveau già vuoti, come accaduto in Argentina dieci anni fa. In entrambi i casi il sistema bancario crollerebbe. A quel punto si passerebbe alla fase due: nazionalizzazione delle banche e massiccia immissione di capitale pubblico. Come? Stampando moneta ovviamente – cosa che a quel punto la Grecia potrebbe fare – visto che di fronte a un fallimento disordinato il Paese non sarebbe più in grado di emettere obbligazioni. Il risultato sarebbe una massiccia inflazione cui la banca centrale ellenica proverebbe a porre rimedio acquistando dracme sul mercato allo scopo di sostenerne il valore. Fino a rapido esaurimento delle riserve in valuta straniera, ovviamente. Un rapporto di Ubs datato settembre 2011 ma tornato di moda oggi calcola che in un solo anno uno scenario simile costerebbe a ogni cittadino greco fino a 11.500 euro.
Alexis Tsipras, leader della coalizione di sinistra attualmente impegnato nel tentativo sempre più arduo di formare un nuovo governo, è perfettamente consapevole delle conseguenze. Per questo, accanto al suo impegno a rinegoziare l’accordo con la Troika (già dichiarato non più valido) punta alla permanenza nell’unione monetaria. Il problema però è che questa sua tenacia rischia di far saltare definitivamente i nervi alla Germania e a tutti coloro che da tempo sperano in modo malcelato che il problema greco sia risolto definitivamente nel modo più ovvio.
Oggi, un portavoce di Syriza, il partito di Tsipras, ha assicurato alla Reuters che il suo leader avrebbe tutte le intenzioni di incontrare il neo presidente francese Francois Hollande così come la cancelliera tedesca Merkel. La lettura è evidente: il non ancora premier greco vuole convincere la Francia a sostenere la sua causa davanti a Berlino nella speranza che la linea della revisione delle politiche di austerity possa infine prevalere. Una mossa logica ma anche rischiosa, date le circostanze, che potrebbe portare sì al definitivo isolamento della Germania ma anche, nel caso, all’inappellabile sconfitta della Grecia. C’è solo un piccolo problema: l’incontro, per il momento, non si può fare. Parigi e Berlino, hanno spiegato infatti fonti interne, sono disposti a incontrare solo i capi di governo e Tsipras, fino a prova contraria, è ad oggi solo il capo di un partito. Per ottenere ciò che vuole, insomma, il leader di Syriza dovrà prima formare una maggioranza. Che numeri alla mano oggi non c’è.
Matteo Cavallito - Il Fatto Quotidiano - 9 maggio 2012