Sapelli, no al Mes, sì al prestito irredimibile

L’Italia, come la Spagna e la Francia, non ha bisogno del Mes. Semmai di quei bond irredimibili rilanciati ieri dal presidente della Consob, Paolo Savona, nella sua relazione al mercato finanziario. E poi c’è sempre quel Recovery fund, una conquista dell’Europa ma ancora tutta da decifrare. Giulio Sapelli, economista e storico, passa in rassegna settimane di vita economica dentro e fuori l’Italia, ma con lo sguardo ben rivolto al futuro. Ma non si ferma qui, il discorso valica l’Oceano e arriva fino al Venezuela. Per poi tornare in Egitto.

Le certezze del prof.Sabelli sul Mes

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Europa, linea dura dell’Olanda

Amsterdam guida i Paesi che vogliono mantenere i vincoli sui prestiti del Mes

Anche ieri Borse in caduta. Mercati scettici nonostante gli interventi di Fed e Bce. Oggi l’Eurogruppo discute le nuove misure di sostegno per arginare la pandemia. I ministri della Finanze Ue hanno approvato la proposta della Commissione di far scattare la clausola di salvaguardia prevista dal Patto di stabilità che sospende la regola del deficit. Di fronte all’emergenza Coronavirus tutti gli Stati membri potranno superare il 3% in rapporto al Pil. Oggi si riunisce l’Eurogruppo per valutare ulteriori misure. Il negoziato ruota intorno a varie opzioni, tra cui l’intervento del Fondo salva Stati (Mes) e la creazione di un titolo di debito europeo, il Covid-bond proposto dall’Italia. Nelle consuete divisioni tra Stati membri, la posizione più ostica è quella dell’Olanda che vuole imporre precise condizioni ai Paesi beneficiari dei prestiti del Mes. L’establishment comunitario sta negoziando una risposta politica alla terribile crisi economica provocata dal coronavirus. Il confronto è acceso – alcuni Paesi, come l’Olanda, apparivano ieri poco accomodanti nella ricerca di un compromesso. La speranza è di trovare un’intesa stasera, tra i ministri delle Finanze, o giovedì, quando si riuniranno i capi di Stato e di Governo. Intanto, i Governi hanno fatto propria la proposta di permettere la spesa in deficit prevista dal Patto di stabilità. Ai negoziati stanno partecipando, oltre alla Commissione europea e ai Governi nazionali, anche il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) e la Banca europea per gli investimenti (Bei). Come spiegato dal commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni, domenica i un’intervista al Sole 24 Ore, molte le opzioni sul tavolo. Tra le altre cose, in ballo c’è l’uso dei prestiti che può concedere il Mes. Questi sono di due tipi: la linea di credito precauzionale e la linea di credito rafforzata. Entrambe possono essere attivate attraverso un prestito del Governo nazionale o l’acquisto da parte del Mes – che ha una dotazione di quasi 500 miliardi di euro - di titoli di Stato sul mercato primario (al momento dell’asta dei titoli). La loro durata è di un anno, rinnovabile due volte per sei mesi. Quali sono le differenze tra le due linee di credito? Entrambe richiedono un memorandum di intesa tra il Paese e il Mes. Entrambe prevedono condizioni, anche se nella seconda sono più stringenti. Secondo le informazioni raccolte a Bruxelles, la questione sta creando tensioni tra i Paesi membri. I governi in più seria difficoltà nell’affrontare la pandemia influenzale – come l’Italia o la Spagna - temono di essere stigmatizzati sui mercati finanziari dall’uso del Mes e chiedono l’uso di strumenti che riguardino tutti i Paesi. Sostengono poi che la crisi non è economica, ma ha origini sanitarie, di conseguenza non vogliono sottostare a particolari condizioni economiche. Sul fronte opposto, vi è in particolare l’Olanda. «È il Paese più ostico. Non solo crede di non avere bisogno di prestiti dal Mes, ma - nota un negoziatore- insiste per imporre chiare condizionalità». La diplomazia olandese non ha risposto ieri sera alla richiesta di un commento. Il destino vuole che i Paesi più colpiti siano anche quelli più fragili da un punto di vista economico e finanziario. Si può presumere che in un’ottica puramente contabile, alcuni Governi temano di prestare soldi a fondo perduto.

Sempre ieri, il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, ha spiegato che Bruxelles sta lavorando anche sulla base dell’articolo 122 dei Trattati, che permette «di concedere a determinate condizioni un’assistenza finanziaria dell’Unione allo Stato membro interessato». Nota un negoziatore: «Il problema è dove trovare i soldi». Il Mes può prestare denaro solo ai Paesi. In assenza di accordo oggi tra i ministri delle Finanze, il tema verrebbe discusso giovedì dai leader. Intanto, i Ventisette hanno fatto propria la proposta di Bruxelles di far scattare la clausola d’emergenza prevista dal Patto di stabilità. Ha commentato su Twitter il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoekstra: «Ciò dovrebbe consentire agli Stati membri di avere spazio adeguato per fare qualunque cosa serva per combattere il virus e il crollo dell’economia». Il commento conferma indirettamente che L’Aja non vede l’urgenza di usare il Mes o di allentarne le regole.

Sempre a questo riguardo, il Comitato consultivo europeo per le finanze pubbliche (in inglese, il Fiscal board) ha appoggiato la scelta di permettere la spesa in deficit. Ha poi sostenuto che il futuro risanamento dovrà «lasciare più spazio che in passato a misure di spesa favorevoli alla crescita». Infine, Francia e Cina si sono trovate d’accordo per chiedere una riunione straordinaria del G20, in modo da discutere dell’emergenza tanto sanitaria quanto economica.

Beda Romano – Il Sole 24 Ore – 24 marzo 2020

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La lotta segreta delle due Europe

Ora più che mai, non c’è una sola Europa. Ce ne sono due. Diverse, lontane per mentalità, sospettose l’una dell’altra. Costrette a competere ma a convivere. È una duplice Europa che ha ancora su entrambi i fronti qualche figura capace di guardare agli equilibri generali oltre l’interesse particolare e di agire di conseguenza. Ne ha fra rappresentanti italiani, francesi o spagnoli da una parte, così come ne ha sul fronte opposto fra i burocrati o fra i politici tedeschi o olandesi. Ma il contrasto di idee e narrazioni diverse in questi giorni ha una durezza con pochi precedenti, mentre l’intera architettura europea finisce sotto la pressione immensa dell’epidemia.

Lo si è visto subito all’interno della Commissione dove alcuni politici designati dal centro-destra e nella sfera d’influenza tedesca — il vicepresidente Valdis Dombrovskis, il commissario austriaco Johannes Hahn — hanno rifiutato fino all’ultimo di sospendere le regole di bilancio europee, anche di fronte a una catastrofe sanitaria che sta travolgendo l’economia mondiale. Alla fine, quando era chiaro che il rischio di non cambiare nulla era troppo alto, persino la presidente tedesca Ursula von der Leyen ha smesso di dare copertura ai più rigoristi. Ma la stessa linea di frattura è corsa fino alle stanze del governo a Berlino: a calamità europea ormai evidente, anche contro l’avviso del ministro delle Finanze Olaf Scholz, Angela Merkel ha frenato all’idea di sospendere i vincoli europei sul deficit. Solo all’inizio di questa settimana — riferiscono varie persone informate — la cancelliera ha finito per cedere.

La stessa faglia si è poi aperta subito dopo nel Consiglio europeo, il vertice dei capi di Stato e di governo dell’unione. Di fronte ai colleghi in teleconferenza, Merkel tre giorni fa è rimasta illeggibile: nel cuore di una recessione gravissima, nel suo intervento non ha dedicato una sola parola all’economia. Nel frattempo i leader di Italia e Francia, Giuseppe Conte e Emmanuel Macron, proponevano di lanciare un «corona bond» europeo: un titolo garantito dal bilancio di Bruxelles i cui proventi potessero finanziare la spesa sanitaria. Anche Christine Lagarde si è messa alle spalle gli errori dei giorni scorsi e ha proposto un «eurobond» (parole sue, secondo gli astanti). La presidente francese della Banca centrale europea capisce che questa sarebbe la svolta capace di dare la credibilità istituzionale — la base di un bilancio comune — senza la quale il futuro dell’euro resterà sempre in dubbio.

Altri leader però hanno parlato una lingua diversa, per valori e visione politica. Mentre le colonne di camion dell’esercito trasportavano i morti nelle strade della Lombardia, il premier olandese Mark Rutte invitava l’Italia a chiedere un salvataggio al Fondo salva Stati (Esm): significa impegnarsi ad alcune riforme, ma soprattutto accettare che siano dirette dall’esterno e magari condizionate a un default pilotato del governo. Nella scelta dei tempi e dei toni, quella di Rutte è suonata come una richiesta di sottomissione a chi risponde a priorità e elettori diversi. Certo oggi a Bruxelles si lavora all’ipotesi che l’Esm offra programmi «precauzionali» leggeri, senza altra condizione se non di finanziare la sanità. Ma anche quelli prevedono prima di tutto una «analisi di sostenibilità del debito» del Paese in crisi: ciò permetterebbe a Olanda, Finlandia o alla stessa Germania — se vogliono — di bloccare l’accesso dell’Italia ai fondi dell’Esm se prima non accetta di sforbiciare il valore dei titoli di Stato o ne rinvia i rimborsi.

È in questo clima che mercoledì le due Europe sono entrate nelle ore decisive. La giornata parte male: il governatore di Vienna Robert Holzmann fa di tutto per confermare e rafforzare la gaffe di Lagarde, che pochi giorni prima si era lavata le mani del compito di contrastare chi punta sullo sfascio dell’euro. L’austriaco, in un’intervista, arriva a definire questa crisi drammatica come «una purificazione». Non sorprende che la mattinata mercoledì diventi difficilissima per i titoli di Stato italiani, fino agli interventi di mercato della Banca d’Italia per conto della Bce: via Nazionale non deve neanche impiegare molta forza di fuoco, perché il crollo della fiducia ha fatto collassare i volumi di mercato sul debito di Roma ad appena 300 milioni sull’intera giornata (meno di un decimo del solito).

Ma ormai nella Bce qualcosa si sta muovendo, perché Lagarde ha capito che deve cancellare la sua gaffe e sta lavorando fianco a fianco con Fabio Panetta, il collega italiano del direttivo. Da Francoforte arriva una dura presa di distanza dalle parole dell’austriaco Holzmann e parte l’accelerazione del piano che era in preparazione da giorni: si convoca un Consiglio direttivo per generare una forza finanziaria schiacciante che tamponi la crisi. Francesi e italiani da un lato, tedeschi e olandesi dall’altro come fronti avanzati dello scontro che torna a consumarsi in una giornata di tensione alle stelle. Il ministro dell’economia, Roberto Gualtieri, chiama il suo collega tedesco Scholz per dirgli che l’euro è in pericolo se non si permetterà alla Bce di fare il suo dovere. Gualtieri chiama anche Lagarde.

Alla fine la francese decide di fare il passo che non aveva osato compiere la settimana prima: mette in minoranza i banchieri centrali di Germania e Olanda, Jens Weidmann e Klaas Knot, e la Bce decide di salvare il sistema senza di loro. Come succedeva ai tempi di Mario Draghi. L’euro e l’economia europea per adesso non vanno in pezzi. Ma le due visioni d’Europa, scontrandosi, ci sono andate vicine.

Federico Fubini - Corriere della Srea - 20 marzo 2020

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