Aiuti all'Italia, la Nato prima di Russia e Cina

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Il 25 marzo l’Eliseo ha fatto trapelare un commento abbastanza eloquente del presidente Emmanuel Macron:«La Francia ha donato un milione di mascherine all’Italia, quanto la Cina. Basta dare cazzotti all’Europa», e la Commissione europea ha pubblicato sui suoi account social delle card per confrontare gli aiuti inviati all’Italia dagli altri Stati membri con quelli inviati da Pechino. I commento di Francesco Maselli su Linkiesta.

Più di Cina e Rusia fa la Nato perl'Italia

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Dalla Russia con amore (solo?)

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Nelle catastrofi può capitare che la frenesia dei soccorsi internazionali distribuisca materiali inservibili, consegnando abiti estivi in alta montagna o carne di maiale ai musulmani. Oggi, nell’Italia flagellata dal virus, molti cominciano a chiedersi quanto sia utile la colonna di rinforzi piovuta dal Cremlino. E se si tratti solo di un intervento umanitario. Oppure se, come il film di 007, l’operazione “Dalla Russia con amore” nasconda un piano per sovvertire le alleanze.

Sono stati aiuti a scatola chiusa. Quando il primo aereo è atterrato nella base romana di Pratica di Mare, parecchio lontano dall’epicentro dell’epidemia, nessuno conosceva la natura del carico. Il comandante delle nostre forze armate lo ha chiesto al generale russo: «Come siete organizzati? Quanti medici ci saranno?». Di jet Ilyushin ne sono giunti ben quindici in poche ore. Dalla stiva però sono usciti soprattutto mezzi per decontaminare armi chimiche e laboratori mobili per analizzare queste sostanze belliche, strumenti di dubbia efficacia nella guerra contro il contagio: nelle nostre caserme ce ne sono dozzine e finora non è parso opportuno schierarli. Anche il personale arrivato da Mosca sembra specializzato nel combattere iprite e gas nervino.

Il comandante della spedizione è un veterano in materia: il generale Sergey Kikot. Un anno fa si è presentato all’Aja e ha sostenuto che il regime di Assad non ha mai usato ordigni chimici contro il popolo siriano. Con lui ci sono più di cento ufficiali: alcuni sono stati indicati come esperti virologi e medici rianimatori. Presto si vedranno all’opera a Bergamo, nell’ospedale degli alpini.Per la nostra intelligence lo sbarco della brigata russa crea più di un grattacapo: non si sa esattamente chi siano, impossibile prevedere se i loro viaggi lungo la Penisola si limiteranno al sostegno umanitario. Ieri alcuni parlamentari (pochi) hanno espresso i dubbi sul soccorso moscovita, definendolo “un cavallo di Troia”. Ma più dei timori di spionaggio, sembrano preoccupanti gli obiettivi geopolitici.

Di sicuro, per il Cremlino è un colpo d’immagine senza precedenti. Sul sito del ministero della Difesa moscovita campeggiano le foto della spedizione, mettendo in bella mostra gli incontri con il nostro Stato maggiore: un Paese della Nato che apre le porte all’Armata rossa. La propaganda russa può contare su una solida rete di simpatizzanti da noi, che vanno dalla Lega ai vertici di alcune importanti aziende pubbliche. Così non sorprende che Mosca – come ha notato Jacopo Iacoboni sulla Stampa – voglia realizzare una classica “operazione d’influenza”. Vladimir Putin ha ereditato la tradizione sovietica e si è dimostrato un maestro, ottenendo risultati politici enormi con un impegno militare limitato. Lo ha fatto in Siria, in Ucraina, in Libia. Adesso lo schema si ripete – seppur in maniera pacifica – in Italia?

Nessuno sa cosa si siano detti lui e il premier Conte nella telefonata che ha dato via libera agli aerei Ilyushin. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio li ha accolti dichiarando che «saremo per sempre grati alla Federazione Russa». Parole che hanno colpito i nostri alleati, molto sospettosi delle passioni internazionali del Movimento 5 Stelle. E tutti stupiti dall’atteggiamento formale del nostro governo, che sembra avere dimenticato le regole dell’Alleanza Atlantica. Ieri la Spagna ha chiesto ufficialmente l’assistenza della Nato, invocando gli accordi per ricevere tamponi, ventilatori e maschere. Il Lussemburgo lo aveva già fatto, ottenendo tende e generatori per montare un ospedale da campo. Possibile che in Italia nessuno ci abbia pensato?

Gianluca Di Feo – la Repubblica – 26 marzo 2020

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Il punto debole (e le vere intenzioni) di Vladimir Putin

Quando Putin annunciò la sua intenzione di riscrivere la Costituzione russa, a metà gennaio, l’interpretazione degli osservatori fu unanime: lo Zar intendeva mantenere il potere anche dopo la scadenza del 2024, probabilmente nei panni di capo di un Consiglio presidenziale dotato di nuovi poteri. Analisi indubbiamente corretta. Ma ora, passato un po’ di tempo ed entrato in carica il nuovo primo ministro Mikhail Mishustin, si scopre che il piano di Vladimir Putin ha un grande punto debole: l’andamento dell’economia russa nei prossimi quattro anni, a fronte di impegni internazionali sempre più gravosi e costosi. La Siria viene ormai considerata a Mosca un regalo avvelenato di Donald Trump, in Ucraina malgrado qualche progresso la pace è ancora lontana e sostenere il Donbass è un vero salasso, la presenza in Libia al fianco del cirenaico Haftar rientra in un progetto africano e mediterraneo del Cremlino ma divora risorse, le sanzioni occidentali sono sempre in vigore e ora gli effetti del coronavirus promettono di far scendere il prezzo del petrolio. Questo mentre buona parte della società russa è già tornata a impoverirsi, e il consenso popolare nei confronti di Putin è notevolmente sceso. Esiste il pericolo, deve aver ragionato Putin, che tra quattro anni io non sia più in grado di attuare il mio disegno costituzionale perché l’andamento negativo dell’economia mi avrà privato del necessario consenso, popolare ma anche delle alte sfere che oggi mi sono ancora fedeli. Dunque, caro primo ministro Mishustin, questo è il tuo compito: invece di risparmiare o di raccogliere tasse come facevi prima, spendi, alimenta la crescita, migliora le condizioni di vita della gente, e che sia chiaro che questo ordine viene da me. Pare che il tesoretto a disposizione del Premier sia di circa 130 miliardi di dollari. In tempo per il 2024

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