I due Occidenti

Parlare di regole quando si parla di guerra, come se ci fosse un decalogo per la morte e per il sangue, può sembrare marginale, forse improprio, probabilmente inutile: un mestiere da posteri.

E tuttavia è dalla questione delle regole che nascono il sangue e la morte, anche se nel mondo in cui viviamo sembra ormai che abbiamo accettato di delegare tutto alla forza, ai fatti compiuti, alla prassi che divora ogni teoria e mette fuori gioco, alla fine, la politica. La stessa figura di Donald Trump pare costruita apposta per rappresentare un mondo senza regole, dall’inizio alla fine: e cioè dalla decisione di lanciare l’attacco mortale contro il generale Soleimani senza avvertire il Congresso, pur sapendo di scatenare una crisi mondiale, fino all’avvertimento all’Iran che annuncia ritorsioni: la risposta dell’America sarà «sproporzionata». Ma in realtà la questione non è così semplice: vediamo perché.

Prima di tutto sarebbe un errore dimenticare che i conti tra l’America e il terrorismo jihadista sono ancora aperti, esattamente dall’abbattimento delle due Torri l’11 settembre del 2001. Sono passati anni, ma quella data consegna all’America per sempre la coscienza della sua vulnerabilità, sul suo territorio, proprio mentre la fine della Guerra fredda sembrava aver chiuso il secolo con l’affermazione della democrazia come valore universale, e gli Stati Uniti come superpotenza egemone. Invece, il secolo si è rovesciato quel giorno, inizio di un nuovo disordine mondiale, con l’America come bersaglio e la democrazia come nemico, espressione di una civiltà da distruggere: ciò che noi chiamiamo Occidente, riunendo storia, tradizione e valori a sostanziare un destino comune tra Europa e Stati Uniti. Una parte di questa comunità — noi, Europa — ha risposto all’attacco con la compassione del "siamo tutti americani" piuttosto che con la condivisione del "siamo tutti occidentali", come se l’11 settembre riguardasse solo gli Stati Uniti. Un grave errore, che lo stesso terrorismo si è incaricato di correggere quando ha portato i suoi attacchi nel cuore delle città europee. Ma il problema politico di quell’errore resta ancora aperto davanti a noi.

Da quel giorno è nato il problema del rapporto tra la sicurezza e la democrazia. È chiaro che le democrazie hanno il diritto di difendersi, anche con azioni preventive, persino con il ricorso estremo e contro natura alla guerra, per salvaguardare se stesse e i loro cittadini. Ma nello stesso tempo, le democrazie hanno un vincolo, autoimposto e dettato dalla loro qualità: è il dovere di difendersi restando se stesse, senza diventare simili alle false rappresentazioni propagandate dai terroristi. Questo significa che la democrazia deve rispettare le obbligazioni che lei stessa ha imposto ai suoi legittimi sovrani, condizionando l’uso della forza alla forza del diritto. Un’azione di guerra fuori dalla legge della democrazia non è accettabile, diventa un’azione illegittima e dannosa. In teoria — un’ottima teoria — il diritto e la legalità internazionale passano attraverso l’Onu e la sua responsabilità nel valutare le prove, i pericoli, la proporzione tra le minacce all’ordine mondiale e la reazione, e infine gli effetti, l’efficacia e l’opportunità di un’azione. Ma in pratica la natura stessa della sfida terroristica rischia di vanificare questo meccanismo di garanzia e di governo delle crisi mondiali.

La partita mortale tra l’Occidente e il terrorismo islamista è infatti completamente diversa da una guerra tradizionale:non ha un terreno proprio di scontro (salvo l’area del sedicente Califfato), perché è per scelta ubiqua, trasformando qualsiasi espressione della quotidianità occidentale in bersaglio. Non ha un fronte, perché è per definizione asimmetrica, lanciando un "lupo solitario" contro la folla indistinta di una città in festa. Non ha una tattica militare perché è per ideologia religiosa un martirio annunciato, dunque senza via di fuga, quindi fuori dalla razionalità del nostro mondo. In più, potenze come l’Iran e plenipotenziari come Soleimani agiscono e colpiscono "per procura", muovendo pedine locali, armandole, coprendole, indirizzandole. In un conflitto di questo tipo è più difficile avere prove certe, da rivelare in pubblico, delle operazioni terroristiche che si preparano in Medio Oriente,fondando su questa operazione di verità e di trasparenza la legalità di un’azione di salvaguardia della sicurezza, e costruendo su questa legittimità un consenso che protegga la democrazia nei suoi atti estremi. Proprio da questa difficoltà dovrebbe nascere il dovere di informare i parlamenti, nelle forme riservate che sono previste. Invece è come se l’emergenza terroristica sciogliesse ogni regola, e noi da ogni vincolo. Bisogna agire, prima che agiscano loro: e la formula ha una sua indubbia forza di persuasione, proprio mentre nasconde l’insidia di un arbitrio da parte del potere, che potrebbe scegliere la prova di forza ingigantendo pericoli che non la giustificano per ragioni di convenienza politica, senza che sia possibile un confronto, una discussione, anche soltanto una condivisione silente tra le forze di maggioranza e di opposizione, come gesto di responsabilità davanti alla nazione.

A questa particolarità del terrorismo che dobbiamo fronteggiare, e che come si vede decide l’alfabeto e la grammatica dello scontro, si aggiunge la specificità del sovranismo, cifra dell’epoca.

L’unilateralismo strategico di Trump non è infatti soltanto la decisione di rendere la Casa Bianca libera dai condizionamenti degli organismi internazionali, delle alleanze e delle intese, per sprigionare tutta intera e intatta la forza della nazione. L’America first pone gli interessi del Paese sopra ogni cosa, travolgendo il perimetro della costruzione occidentale, in cuil’America inscriveva il valore della libertà, ma l’Europa portava la cultura del diritto, col risultato di una concezione unitaria e di una proiezione condivisa della moderna democrazia. Oggi,come denuncia Andrea Bonanni, quel quadro è in crisi, perché gli Occidenti sono due, cioè una negazione in termini.

È come se dall’incontro di queste circostanze nascesse oggi un nuovo concetto di sovranità,che somma l’emergenza e la convenienza,con il Capo sciolto da ogni obbligo del passato, da qualsiasi rispetto per le vecchie regole, da tutti i vincoli che nascono dal sistema democratico del bilanciamento dei poteri per contemperare il comando con il controllo. La vera novità della fase è che questa "liberazione" del potere da doveri che abbiamo sempre considerato democratici — dunque necessari — incontra un forte favore nell’opinione pubblica, perché corrisponde a un sentimento del tempo. Insicuro, poco rappresentato, diffidente, il cittadino più debole,spaventato da fenomeni sovranazionali senza controllo, misura la fragilità della copertura che la politica gli garantisce, si sente esposto, e dà la colpa alle procedure democratiche — le regole, appunto — che percepisce come obbligazioni di cui non rintraccia più la ragione, lacci di cui non riconosce la legittimità. È in questo grumo di insoddisfazione e di semplificazione che nasce la suggestione dell’"uomo forte", l’invocazione non casuale dei"pieni poteri". Quando tutto si semplifica e ogni cosa si riduce all’atto che giustifica se stesso per il solo fatto che si compie, non salta solo la politica, ma la diplomazia, la tattica militare (con le truppe in Iraq che devono riposizionarsi per prudenza), il calcolo strategico, la regola parlamentare, la costruzione di un’intesa nazionale su obiettivi condivisi per ragioni comuni. Le complessità svaniscono e ciò che resta si concentra e si trasfigura nel Capo e nella sua politica trasformata in missione: pronta per essere riassunta e notificata al Parlamento e al Paese con un tweet.

Ezio Mauro – la Repubblica – 8 gennaio 2020

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  • Pubblicato in Esteri

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