«Come pensa il Pd di vincere se si contraddice così?»

Le parole di Claudio Martelli:''Si possono fare mille osservazioni sul ridicolo di quelli che paventavano la riforma di Renzi e trovano addirittura gradevole questa. Sto pensando al mio amico Valerio Onida, o posso citare l’apologo degli asini di Zagrebelsky. Ma ricordo, negli anni ’80 dentro al PSI, la spinta verso un sistema elettorale maggioritario, uninominale, e verso una repubblica presidenziale e federale, beh insomma, quella era una riforma, mentre questa qui è tutta robetta, tutta paccottiglia. La cosa meno peggio è stata il Mattarellum, ma poi il Porcellum, l’Italicum, il Rosatellum è stata tutta robetta. Perché non vogliono mollare il potere, diciamo le cose come stanno, ci sono delle oligarchie, si sono impadronite del potere e non vogliono mollarlo. Sono pronte a lottare al loro interno, ma non mettono mai in discussione il banco: chi guida il partito tiene il banco. (...) L'attesa del voto fa tremare le vene e i polsi in casa Pd. Ma come si può pensare di vincere se ci si contraddice in modo così plateale? Si vota tre volte No quando la proposta viene dal governo gialloverde, poi si vota Sì per fare il governo coi 5S, poi anche quando questi deludono l'attesa di correttivi che avevano pur promesso prima delle elezioni regionali si incassa. E si seguono i 5S in tutte le elezioni regionali''. L'intervista a Claudio Martelli, ex vice presidente del Consiglio al tempo del governo Craxi.

Il referendum e le contraddizioni dei democratici

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Le riforme su misura

Agli storici del futuro potrebbe bastare una frase per descrivere il fallimento di una intera classe politica: «Nel 2020 il Parlamento italiano approvò la sesta legge elettorale in meno di trent’anni». I sistemi di voto si cambiano ormai da noi come i vestiti di stagione, il Pd di Renzi ne varò addirittura due nella stessa legislatura, il Parlamento attuale ha già cominciato a sfogliare la margherita tra il modello spagnolo, lo svedese e il greco (dopo aver abbracciato in passato, a fasi alterne, l’inglese, il francese e il tedesco). Intendiamoci: le regole elettorali sono molto importanti perché stabiliscono come trasformare i voti in seggi, definiscono dunque la qualità della democrazia rappresentativa. Ma non sono dogmi, e le grandi svolte della storia ne giustificano pienamente l’adeguamento: come fu nel 1919, esattamente un secolo fa, quando l’Italia passò dall’uninominale al proporzionale per assorbire nel sistema liberale socialisti e cattolici, le forze nuove portate in scena dal Novecento.

Oggi però la storia non c’entra niente. Dal Porcellum all’Italicum al Rosatellum, le norme sono state cambiate al solo scopo di favorire nelle successive elezioni i partiti che se le inventavano.

Fatte su misura, insomma, e apertamente dichiarate tali (fu il leghista Calderoli, l’autore del Porcellum, a definirlo «una porcata», da cui il nome). Anche se di solito hanno prodotto il paradossale effetto di punire proprio chi aveva provato a truccare le regole a suo vantaggio. Questo cambiamento perpetuo non è dunque frutto di un’ansia innovatrice ma, al contrario, di una tenace resistenza conservatrice.

C’è però una cosa anche peggiore del varare la sesta riforma elettorale di seguito, e sarebbe il non farla pur di tornare a votare mantenendo i 345 posti in più di parlamentari che garantisce l’attuale sistema, e rinviando l’entrata in vigore della riforma costituzionale già approvata in attesa del referendum confermativo. È esattamente ciò che stanno provando a fare tutti quei manovratori che, approfittando della raccolta di firme in Senato, dietro le quinte offrono a parlamentari ormai allo sbando e certi di non essere rieletti una buona ragione per auto-sciogliersi: la speranza di pescare un jackpot in una immediata tornata elettorale con un terzo di seggi in più a disposizione.

Così, quella che era stata presentata come una riforma epocale e di sistema, il taglio del numero dei senatori a 200 e dei deputati a 400, si sta rivelando invece l’ennesimo gioco di palazzo di una classe politica che non solo non guarda al domani, ma cambia idea anche prima che arrivi sera, perché ormai è guidata solo dal proprio istinto di auto-conservazione. Poco interessa il grave pasticcio istituzionale che ne deriverebbe, e il conseguente imbarazzo per la Presidenza della Repubblica, che dovrebbe firmare lo scioglimento. Se infatti un paio di leader in fuga dalle inchieste giudiziarie e un manipolo di parlamentari in fuga da partiti morenti e in cerca di un collegio «octroyé» riuscissero a cambiare tutto perché nulla cambi, ci potremmo trovare davanti all’ipotesi di un nuovo parlamento eletto con regole vecchie e superate, dunque delegittimato in partenza, ma ciò nonostante chiamato ad eleggere il futuro Capo dello Stato. Un capolavoro.

Per molti anni, nella pur disastrata seconda Repubblica, in molti abbiamo pensato che la fragilità e l’instabilità del nostro sistema politico derivassero dalla debolezza delle istituzioni concepite nel dicembre del 1947. La febbre referendaria ne fu un sintomo benigno. Ma con i partiti deboli, o finti, che hanno conquistato la scena si è rivelato impossibile anche cambiare le deboli istituzioni, così che a instabilità si è aggiunta gracilità e imprevedibilità (dopo di che non può stupire se lo spread greco è migliore del nostro, senza alcuna buona ragione economica).

Per quante spiegazioni contingenti ci si possa dare della doppia e clamorosa bocciatura popolare delle «grandi riforme», prima del centrodestra con Berlusconi e poi del centrosinistra con Renzi, è un fatto che gli italiani hanno mostrato di fidarsi più dei costituenti che dei ricostituenti, più della classe politica che nel fuoco del dopoguerra scrisse la nostra legge fondamentale che dei leader erratici ed egocentrici dell’oggi. E forse non a torto visto che, manco a farlo apposta, sono gli stessi che hanno varato due leggi elettorali dichiarate entrambe parzialmente incostituzionali, il Porcellum e l’Italicum.

E i protagonisti nuovissimi, ovviamente sempre più puri di quelli del passato che vogliono epurare, non sembrano migliori, a giudicare dalla campagna acquisti e dai collegi offerti in saldo con cui stanno provando ad addolcire l’eutanasia di un Parlamento.

Antonio Polito – Corriere della Sera – 20 dicembre 2019

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Mettiamo una tassa sulle riforme elettorali

Quando quest’anno in Israele hanno votato già due volte (in aprile e in settembre). E magari fra un paio di mesi voteranno ancora, dato che nessuna coalizione ha i numeri per controllare la Knesset, il loro Parlamento. Invece in Spagna si voterà a novembre: le seconde elezioni in 7 mesi e le quarte in  4 anni, dopo una diaspora continua fra i partiti di sinistra. Loro usano così: quando la politica non riesce ad offrire soluzioni, cambiano in corsa il Parlamento. Noi italiani, viceversa, cambiamo la legge elettorale. Sicché ne prospettiamo l’ennesima riforma, pur avendola modificata già sei volte (nel 1948, nel 1953, nel 1993, nel 2005, nel 2016, nel 2017) durante l’età repubblicana. A differenza della Francia, che mantiene la stessa legge elettorale dal 1958. Della Germania, la cui normativa risale al 1956. Senza dire degli inglesi, che nel Seicento brevettarono il loro sistema uninominale a un turno (first past the post), e da allora in poi non l’hanno mai cambiato. In questa forma, di nevrosi si riflette un tratto del nostro costume nazionale. Siamo la patria del diritto, con il record planetario di avvocati (242 mila) in rapporto alla popolazione, con 50 mila leggi statali e regionali sul groppone, con 3,6 milioni di processi civili pendenti nei nostri tribunali.  Dunque ogni problema ha una sua regola, anche se di solito è proprio la regola il problema. Da qui riforme napoleoniche che della Costituzione (Berlusconi nel 2005, Renzi nel 2016), all’insegna d’un motto sempreverde: governabilità.  Come se  l’incapacità d’esprimere un’azione di governo fosse colpa delle norme, non delle persone. Da qui, inoltre, il cantiere perennemente all’opera sulla riforma elettorale. Non che la scelta di questo o quel sistema diventi un abito buono per tutte le stagioni. Le leggi dipendono dai tempi, dai cicli della storia. Però dovrebbero ospitare un nucleo unificante, nel quale si rispecchia l’unità di ciascun popolo, delle sue tradizioni, della sua cultura. O perfino del clima, come diceva Montesquieu. Sennonché, alle nostre latitudini, la legge elettorale rimbalza tra i due poli (maggioritario e proporzionale) come una pallina da ping pong, senza che nessuno riesca mai a fermarla. Così, durante la metà dell’Ottocento l’Italia divenne Stato attraverso un maggioritario uninominale a doppio turno. Sostituito nel 1882 da un proporzionale, poi nel 1891 di nuovo dal maggioritario, poi nel 1919 di nuovo dal proporzionale, poi nel 1923 dal supermaggioritario che elesse l’Assemblea costituente, e via via, fino al maggioritario che ci ha condotto ai lidi della seconda Repubblica. E ora? Abbiamo un maggiorproporzionale, mettiamola così. Si  hiama Rosatellum, povero figlio: due terzi dei parlamentari eletti con un proporzionale, un terzo con i collegi uninominali. Sommando perciò ai difetti del primo sistema (la frantumazione del quadro politico) quelli del secondo (scarsa rappresentatività). Che adesso i nostri statisti vorrebbero correggere, per la terza volta in 4 anni. Ma non per ricondurlo alla coerenza, non per l’esprit del géométrie vagheggiato da Pascal. Né perché sia alle viste un cambio di stagione, una curva della storia che reclama nuove istituzioni. No, l’ultima trovata è figlia di calcoli politici, di tornaconti di partito. Come del resto la penultima, o anche la terz’ultima, quando Berlusconi sposò il Porcellum per tirare uno sgambetto a Prodi, che invece nel 200 vinse le elezioni. Se avesse conservato il Mattarellum, avrebbe vinto lui. L’eccessi furberia prta male, ma i politici italiani non hanno mai imparato la lezione. Così, a sinistra progettano un proporzionale puro per sterilizzare l’ascesa di Salvini, oltre che per garantire un posto al sole al partitino di Renzi. Mentre Salvini, di converso, pretende un maggioritario puro, indicendo il sesto referendum elettorale degli ultimi trent’anni (li abbiamo celebrati nel 1991, nel 1993, nel 1995, nel 1999, nel 2000, nel 2009). C’è allora un’unica richiesta da spedire ai signori del Palazzo: fate come vi pare, ma inserite nella nuova legge una codicillo, una clausola di salvaguardia. Chi in futuro vorrà cambiarla ancora, deve versare una tassa al nostro erario. Stai a vedere che finalmente risaniamo il bilancio dello Stato.

Michele Ainis – L‘Espresso n. 40 – 29  settembre 2019

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