Il governo debole della scienza

Dei politici, a torto o a ragione, diffidiamo. Della scienza no, è la divinità di cui celebravamo la potenza. Almeno fino a ieri, prima che il virus ne mettesse a nudo gli insuccessi, i limiti, i ritardi. Prima d’assistere al concerto stonato dei virologi, dove ogni opinione s’infrange contro l’opinione contrastante. L’ultimo insulto alla dignità della scienza, tuttavia, viene ancora dalla bocca dei politici. Perché in questa crisi stanno usando le incertezze degli esperti come uno schermo, un paravento: per non decidere, o per decidere quello che gli pare.

Sta di fatto che ne sappiamo poco, poco davvero, dell’infezione che ha colpito il mondo. Dopo tre mesi, non conosciamo esattamente la sua fonte, se in un mercato o in un laboratorio di Wuhan. Restano ignoti i numeri reali del contagio (dieci volte in più del dato ufficiale?). La possibilità di recidiva per chi ne sia guarito. I tempi d’incubazione (14 giorni o invece il doppio?). Se il virus rimanga nell’aria in sospensione, e quanto a lungo, e in che percentuale. Se tema il caldo, se l’estate ci aiuterà a sconfiggerlo.

Quale sia la distanza sociale da osservare (i numeri ballano, da un metro fino a 8). Se gli animali domestici rappresentino una fonte di contagio. Perché la mortalità risparmi le donne. E manca fin qui un vaccino, però manca altresì un test sierologico affidabile, e manca una terapia sostitutiva.

Sarà per questo, per la quantità di dubbi che ci ronzano in testa, che le nostre istituzioni hanno chiamato al loro capezzale tutti i dubbiosi. Da qui la pletora di commissioni, comitati, consulenti. Sono state contate 15 task force, con un esercito di 448 generali; ma probabilmente la stima è viziata per difetto. C’è un Comitato tecnico-scientifico al servizio della Protezione civile, con una composizione a fisarmonica (aveva 7 membri all’atto della sua istituzione, poi una ventina, adesso 12). C’è il superconsulente (Ricciardi) designato dal ministro della Salute. Ci sono le commissioni settoriali, come quella che assiste la ministra per l’Innovazione nella lotta digitale al virus (76 esperti, crepi l’avarizia). E ci sono infine le task force anti Covid nominate dai governatori regionali, a partire dalla Lombardia (27 componenti fra virologi, epidemiologi, pneumologi, farmacologi, professorologi della più varia risma).

Ne viene fuori una doppia lezione: sul ruolo della politica, sul ruolo della scienza. In questa giostra di voci (e di norme, d’editti, di proclami), gli italiani hanno capito solo che è meglio stare a casa, lavandosi le mani a ogni sospiro.

Non va bene, non è così che ci sentiamo più protetti. Ma non va bene neppure il gioco dello scaricabarile su cui s’esercita la politica italiana, fuggendo le proprie responsabilità. Nell’ultima informativa al Senato del presidente Conte, il Comitato tecnico-scientifico è stato citato cinque volte. In Lombardia Fontana vuole riaprire, ma aspetta il sì degli scienziati. In Puglia Emiliano vuol tenere tutto chiuso, però con il no degli scienziati. Troppo comodo, e anche un po’ vigliacco. Perché la discordia della comunità scientifica permette al politico di scegliere fior da fiore. E perché se lui azzecca la decisione, poi se ne prenderà ogni merito; altrimenti la colpa sarà tutta degli esperti.

Anche la scienza, tuttavia, ha urgente bisogno di un bagno d’umiltà. Dopotutto ha reso possibile lo spreco delle risorse naturali, l’inquinamento, il surriscaldamento globale. Forse questa stessa pandemia, come denuncia Trump. Eppure, nel clima culturale che segna il nostro tempo, il suo primato è indiscutibile; perfino la Consulta, nella sentenza sul «multitrattamento Di Bella» (n. 185 del 1998), impegnò il legislatore a sottomettersi alle evidenze sperimentali. Che però, sempre più spesso, sono ben poco evidenti: nel 2016 un saggio apparso su Nature ha rivelato che oltre il 70% delle ricerche scientifiche fallisce i test di riproducibilità. Sicché teniamone conto, ma ascoltiamo altresì il parere degli economisti, dei sociologi, dei giuristi, anche degli psicologi, in questi giorni di clausura. D’altronde ce lo insegnò già Karl Popper: «Se dovessimo contare sull’imparzialità degli scienziati» diceva «la scienza sarebbe del tutto impossibile».

Michele Ainis – la Repubblica – 20 aprile 2020

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Meglio distante che latitante

C’è spazio per una democrazia senza partiti? Può sopravvivere una Repubblica senza il suo Parlamento? Yes, we can, direbbe Obama. E questa crisi ce ne sta offrendo la prova. Perché i partiti sono scivolati dietro le quinte della scena pubblica, hanno perso via via ogni capacità d’elaborazione e di proposta, mentre risuona la voce del premier, dei governatori, dei sindaci, di tutte le istituzioni monocratiche. E perché il Parlamento si è messo in quarantena: prossima seduta il 25 marzo, uno stop di due settimane.

Diciamolo: è una brutta notizia. Qualcuno, in futuro, potrebbe trarne spunto, trasformando il precedente in un dato permanente. Ma siamo poi così sicuri che l’emergenza giustifichi l’eclissi delle assemblee parlamentari? E dei Consigli regionali, provinciali, comunali, perfino delle assemblee di condominio?

Davvero l’amministratore può decidere senza consultare i propri amministrati? Nella Costituzione di Weimar, stracciata poi da Hitler, c’era una norma di questo tenore: l’articolo 48, che consegnava al presidente del Reich il potere di sospendere le libertà fondamentali.

Anche la Costituzione francese (articolo 16) permette al presidente d’adottare «le misure richieste dalle circostanze», nessuna esclusa. Ma quella italiana no, non lo consente. La nostra Carta custodisce l’ambizione, o forse l’illusione, d’assoggettare lo stato d’eccezione alle regole dello Stato di diritto. E la prima regola è proprio questa: il primato delle assemblee legislative. Presidio di democrazia anche durante le fasi emergenziali, come ha detto il presidente Fico, ieri su Repubblica.

Da qui la riserva (assoluta) di legge, che protegge un po’ tutte le libertà costituzionali. Significa che è lecito, ad esempio, restringere la libertà di circolazione e di soggiorno per motivi sanitari; però la decisione spetta al Parlamento, l’unico luogo delle nostre istituzioni abitato dall’opposizione, oltre che dalla maggioranza. Da qui, in secondo luogo, lo speciale trattamento del decreto legge, ossia dello strumento normativo concepito per fronteggiare le emergenze. È il governo a scriverlo, poiché l’urgenza reclama soluzioni rapide; tuttavia le Camere devono convertirlo in legge entro 60 giorni, altrimenti il decreto perde ogni efficacia. Da qui, infine, la responsabilità della scelta più estrema, dell’emergenza più drammatica: la guerra. Il capo dello Stato la dichiara, il governo ne gestisce l’andamento, ma la scelta fra pace e guerra ricade sulle assemblee parlamentari, dice l’articolo 78 della Costituzione.

Sennonché il paesaggio normativo di questi giorni è di tutt’altro stampo. Gli interventi che hanno murato gli italiani dentro casa sono giusti, però viaggiano su un veicolo sbagliato, a guardarlo con gli occhiali dei costituenti: il Dpcm. Significa decreto del presidente del Consiglio dei ministri, dunque un regolamento, un atto solitario del premier, sia pure circondato da una serie di pareri. Eppure fin qui ne sono stati adottati 7 (e 3 decreti legge). Mentre il Parlamento è zitto, muto come un pesce. Non una mozione, una risoluzione, una direttiva per orientare le decisioni del governo. Autoriduzione del numero dei votanti, quando c’è stato da approvare lo sforamento di bilancio. Infine tutti a casa: Camere chiuse per coronavirus.

Ma la democrazia non è un negozio, ha osservato Luigi Zanda (Pd). E i parlamentari — ha aggiunto Andrea Cangini (FI) — non danno il buon esempio disertando, bensì continuando a lavorare. Hanno ragione, tutti e due. Anche perché le Camere dovranno quantomeno convertire in legge i decreti varati dal governo. Qualcuno suggerisce tuttavia di lasciarli decadere, tanto il Consiglio dei ministri può sempre riproporli tali e quali, rispolverando una vecchia prassi castigata poi dalla Consulta. Altri consigliano d’accorparli in un superdecreto, in modo che il Parlamento venga scomodato una volta soltanto. Mezzucci, espedienti di bassa lega. Se messi in opera, finirebbero per certificare l’irrilevanza delle Camere.

C’è uno strumento, viceversa, che anche in questo tempo eccezionale può rinvigorirle: il voto telematico.

Vero, la Costituzione (articolo 64) richiede la «maggioranza dei presenti» per la validità delle delibere di Camera e Senato. Però già adesso i parlamentari in missione vengono conteggiati fra i presenti. Sono presenti — sia pure dietro lo schermo d’un computer — gli studenti che ricevono lezioni online, così come i parrocchiani che ascoltano la messa in streaming. Il voto a distanza è in uso, per esempio, presso il Parlamento catalano. E l’ultimo decreto legge del governo permette ai Consigli comunali e provinciali di riunirsi in videoconferenza. Faccia lo stesso pure il Parlamento: meglio distante che latitante.

Michele Ainis – la Repubblica – 19 marzo 2020

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La lingua della prescrizione

La baruffa sulla prescrizione ci recherà in dono, forse, una crisi di governo. Ma nel frattempo ha generato una crisi semantica, contraddicendo l’uso comune del linguaggio. E ha messo in crisi la logica, o almeno quel po’ che ne rimane in circolo. Merito delle astuzie incrociate dei partiti. Di procedure parlamentari stirate fino all’autolesionismo. Infine di principi costituzionali (la presunzione d’innocenza) tagliati in due come il bambino di re Salomone.

In origine, dunque, risuona una parola: proroga.

Nella lingua italiana prorogare significa posticipare, rinviare più in là nel tempo. Nella lingua della politica italiana significa, al contrario, anticipare, spostare indietro l’orologio.

È l’acrobazia semantica brevettata nelle stanze del governo: una proroga retroattiva. Che peraltro avrebbe dovuto applicarsi ad una legge – la riforma della prescrizione – prorogata già di un anno.

Difatti la legge Bonafede venne approvata nel gennaio 2019, ma la sua entrata in vigore fu immediatamente rimandata al gennaio 2020. In quell’anno di vacatio s’attendeva la nuova disciplina del processo penale. Invano: i nostri processi restano indisciplinati.

Da qui l’idea d’usare il Milleproroghe per infliggere una deroga alla proroga, con un emendamento sospensivo a sua volta poi sospeso dal maxiemendamento del governo. L’idea, in ultimo, è caduta; avrà messo in confusione pure i suoi stessi artefici.

Sicché è sbucata fuori un’altra paroletta: il lodo. Nel linguaggio giuridico indica la decisione con cui si conclude un arbitrato. Nel linguaggio politico indica un rinvio, ossia una non decisione. Ballano le parole, ballano altresì le date del rinvio, in base al calendario personale dei lodanti.

Lodo Annibali: rinvio della riforma Bonafede al gennaio 2021. Lodo Costa: giugno 2021. Lodo Magi: gennaio 2024. Altrettante proposte depositate in Parlamento, ma non dall’arbitro, bensì dai giocatori, rispettivamente iscritti nelle squadre di Italia Viva, Forza Italia, +Europa. E allora chissà mai perché pretendono di camuffarsi da lodi arbitrali, usando arbitrariamente l’etichetta.

Il cruciverba, tuttavia, ha già una soluzione bell’e pronta: il lodo Conte bis. Epilogo normale, per un Paese la cui legge elettorale si chiama Rosatellum bis.

In questo caso, però, un dubbio ci trafigge le meningi: a che si deve la sua denominazione? A un ripensamento rispetto alla prima idea del presidente del Consiglio? Al fatto che il suo governo è un Conte bis? No, dipende dalla circostanza che il copyright spetta a un altro uomo: non all’avvocato Giuseppe Conte bensì all’avvocato Federico Conte, deputato di LeU. Normale anche questo, dopotutto l’Italia è patria d’avvocati.

Quindi di specialisti in slalom procedurali, però sempre a rischio di rompersi una gamba sugli sci.

Può succedere all’avvocato Enrico Costa, se il suo lodo verrà usato come un treno per attaccarci il vagone del lodo Conte bis: l’autore del delitto perfetto diverrebbe così la vittima perfetta d’un suicidio.

Succederà ai nemici di quest’ultimo lodo, se lo impallineranno in odio alla riforma Bonafede, col risultato di tenersi sul groppone la riforma, senza attenuarne in alcun modo l’efficacia.

Sarebbe un peccato, perché quel lodo è un’invenzione, anzi una mezza invenzione.

Trasforma infatti il presunto innocente di cui parla l’articolo 27 della Costituzione («sino alla condanna definitiva») in un mezzo colpevole, con la prospettiva di trasformarsi nuovamente in un mezzo innocente.

Dipenderà dal valzer d’appelli e contrappelli, di sentenze d’assoluzione e di condanna.

Se in primo grado ti proclamano innocente, la prescrizione corre; se ti condannano invece ti rincorre; se poi t’assolvono in appello, incassi un bonus prescrizione, conteggiando il periodo che ti era stato negato; se infine la Cassazione annulla la condanna con rinvio, hai diritto a tutti gli arretrati, sempre che il giudice del rinvio non pronunci una mezza condanna.

Sicché in ultimo il caso politico dell’anno diventa un caso letterario: il lodo Conte bis è un Bisconte dimezzato, come il visconte di cui narrò Calvino.

Michele Ainis – la Repubblica – 13 febbraio 2020

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