L’illusione dei coronabond

C’è un assente importante nelle discussioni in Europa: il realismo. Si continua a confondere pericolosamente i concetti di "solidarietà" e  "manovra espansiva". I Paesi mediterranei accusano il resto d’Europa di non rendersi conto che occorre una manovra espansiva (il famoso "cambio di passo"). È una accusa fuorviante, perché tutti i Paesi europei stanno attuando o attueranno manovre espansive e, sorprendentemente, la Germania più di tutti: come riporta l’Osservatorio dei conti pubblici italiani, tra il 4 e il 10% del Pil, oltre a garanzie statali alle imprese fino al 35% del Pil. Una cifra enorme. Non solo: al contrario del passato, l’Europa non impedirebbe una manovra espansiva italiana, anche consistente: il patto di stabilità è stato di fatto abolito.

Il vero nodo è che i Paesi mediterranei associano sempre il termine "manovra espansiva" al termine "solidarietà". Ora, "solidarietà" vuole dire che qualcuno aiuta qualcun altro: e, senza inutili giri di parole e senza nascondersi dietro il dito della retorica, siccome l’Italia non può aiutare i Paesi nordici, può solo voler dire che i Paesi nordici devono aiutare l’Italia. Ed è qui che i sogni si scontrano con la realtà. Tutte le maggiori proposte sul tavolo hanno questo elemento di regalo dal nord Europa all’Italia. Prendiamo i coronabond. Questi sono titoli emessi congiuntamente dai Paesi europei, garantiti individualmente e in solido da ogni Paese: se un Paese non paga la propria parte, ogni altro Paese può essere chiamato a pagare per il Paese insolvente. Data la situazione attuale, è di fatto la Germania che garantisce per l’Italia, non viceversa. Inoltre, se i proventi vengono divisi tra tutti i Paesi in proporzione al Pil, tanto vale emettere ognuno il proprio debito come ora: l’unica differenza è che il tasso di interesse sui coronabond sarebbe un po’ più basso di quello dei titoli italiani e un po’ più alto di quello dei titoli tedeschi, quindi ancora una volta ci guadagna l’Italia e ci perde la Germania. Se invece i proventi vanno in maggioranza ai Paesi mediterranei allora è un regalo diretto dei Paesi nordici all’Italia. Che sia un regalo diretto o indiretto, e al di là dei giudizi di valore, è così strano che i Paesi nordici siano riluttanti? Al contrario della crisi del 2011, in questa ci sono di mezzo in pieno anche loro, e hanno davanti una incertezza enorme: è impensabile che si accollino anche il rischio di un Paese ad alto debito come l’Italia. Nessun politico di un Paese nordico può assumersi la responsabilità di regalare o prestare i soldi del proprio contribuente all’Italia e poi sentirsi rimproverare che quei soldi servivano nel loro Paese. Politici e commentatori italiani farebbero bene ad accettare la realtà una volta per tutte. C’è poi la proposta di intervento del Mes, il fondo salva-Stati. Il Mes ha un capitale versato dai Paesi membri in proporzione al loro Pil; su questo capitale può fare leva per prendere a prestito sul mercato e prestare i fondi raccolti ai Paesi membri. C’è una idea diffusa che il Mes dovrebbe prestare a tutti i Paesi per aumentare la domanda aggregata. Ma se presta a tutti in proporzione al capitale, ancora una volta è equivalente a che ogni Paese emetta il proprio debito, con la solita differenza che ci guadagnerebbe un po’ l’Italia e ci perderebbe un po’ la Germania, perché il tasso di interesse sui prestiti Mes sarebbe intermedio tra quello dei due debiti pubblici nazionali.

La realtà è che la Germania non ha bisogno dei prestiti Mes, perché può prendere a prestito a un tasso inferiore, e lo sta già facendo. Ancora una volta non nascondiamoci dietro a un dito: il Mes serve all’Italia. E qui ci si scontra con la questione della condizionalità: per statuto, il Mes può prestare solo a determinate condizioni, fissate in una lettera di intenti o in un più impegnativo protocollo d’intesa: una umiliante limitazione di sovranità. I Paesi mediterranei vogliono i prestiti del Mes ma senza la condizionalità. Non succederà, se non per cifre simboliche, con o senza condizionalità: ancora una volta si tratterebbe di un sussidio implicito ai Paesi mediterranei.

Riconosciamo la realtà: da questa crisi dovremo uscire da soli. E dovremo farlo con risorse limitate: è giusto aumentare il disavanzo senza preoccuparsi troppo dello spread, ma con il nostro debito pubblico non illudiamoci di poter mettere in campo le stesse risorse della Germania per sostenere l’economia. In politica avere una visione è una virtù; vivere di sogni irrealizzabili è una colpa.

Roberto Perotti – la Repubblica – 30 marzo 2020

Leggi tutto...

Per combattere il Coronavirus misure straordinarie

Per l’economia reale una realtà potente è la Bei (Banca Europea degli Investimenti) e il Fei (Fondo europeo per gli investimenti). Sono enti solo marginalmente considerati nell’attuale emergenza, eppure si tratta di “due giganti” che possono e devono essere più utilizzati adesso che Ue ed Eurozona rischiano una crisi strutturale delle loro economie. La Bei, fondata nel 1958 in concomitanza alla firma dei Trattati di Roma, ha come azionisti gli Stati della Ue con Francia, Germania e Italia che arrivano al 48,3% del capitale sottoscritto e versato, pari a 233 miliardi di euro. Ha assets per 550 miliardi e annualmente concede crediti per circa 60 miliardi finalizzati a progetti di investimento specie nei campi della transizione energetica e dello sviluppo infrastrutturale sempre più in una ottica di ecocompatibilità. Il commento di Alberto Quadrio Curzio su Huffington Post.

Urgente un piano di interventi di straordinaria emergenza

Leggi tutto...

Su Eurobond e Mes non si trova l’intesa. Ora tocca ai leader

Dopo due ore di video conferenza sulla crisi da Covid-19, i ministri delle Finanze della zona euro si salutano senza sottoscrivere un testo condiviso. Tra loro non c’è accordo. L’utilizzo del Fondo salva-Stati (Mes) contro il coronavirus non passa. Per l’Italia sarebbero 36 miliardi per tamponare la crisi. Tutto fermo anche sugli Eurobond, lo strumento per Roma, Parigi e Madrid vitale per uscire dalla pesante recessione che la pandemia si lascerà alle spalle. «Resta lavoro da fare», spiega al termine dell’Eurogruppo il presidente Mario Centeno. Domani saranno i leader a riprendere il dossier nel loro terzo vertice in tre settimane. Con la speranza di un avvicinamento tra i due schieramenti: Macron, Conte e Sanchez opposti a Rutte e Kurz, per ora accompagnati dall’ambiguo silenzio di Merkel.

Si litiga sulle condizioni per sbloccare i 410 miliardi del Mes. Per accedere alle sue linee di credito (Eccl) è necessario sottoscrivere un programma con forti impegni sulla riduzione del debito, comunemente identificati in austerità e Troika. Il vantaggio è che il suo intervento sblocca anche l’Omt, il programma di acquisto illimitato di titoli da parte della Bce utile ad abbassare i tassi e liberare risorse. Austria, Olanda, Finlandia e Germania vogliono mantenere questi pesanti vincoli per paura che nazioni altamente indebitate, come l’Italia, un domani possano finire in mano ai sovranisti.

I mediterranei vogliono invece accedere al Mes senza vincoli: la crisi – argomentano – questa volta non è dovuta agli errori di un singolo governo, colpisce tutti e mette in discussione la stessa tenuta dell’Unione. E, tra l’altro, ritengono che firmare un memorandum sarebbe il modo migliore per far vincere i nazionalisti. Le istituzioni Ue sono della stessa opinione. Ieri il numero uno del Mes, il tedesco Klaus Regling, ha presentato all’Eurogruppo una proposta che prevede un prestito del Mes fino al 2% del Pil (per l’Italia 36 miliardi) da spendere contro il virus (sanità, imprese e ammortizzatori sociali) e con una vaga condizionalità futura: giusto il rispetto delle regole del Patto di Stabilità. Troppo poco per i nordici, compreso il tedesco Olaf Scholz. Centeno in conferenza stampa ha cercato di smussare parlando di un «impegno alla stabilità».

Nel chiuso dell’Eurogruppo il ministro Gualtieri ha fatto capire che l’Italia non chiederà l’intervento del Mes se ci sarà una qualsiasi forma di condizionalità. Reperire 36 miliardi sui mercati costerebbe 600-700 milioni al Tesoro. Non uno sforzo impossibile. L’importante, ha notato ancora Gualtieri, è che la rete di protezione del Fondo sia solo il primo passo verso gli Eurobond. Quella del Mes infatti sarebbe una risposta alla crisi immediata. Così come le due nuove azioni messe in campo ieri su pressione del commissario Ue Paolo Gentiloni sostenuto dallo stesso Gualtieri: la Banca europea degli investimenti con 20 miliardi ne mobiliterà 200 di liquidità per le imprese e l’uso da parte della Commissione degli 11 miliardi rimasti nel suo bilancio per smuoverne 80-90 da riversare in un Fondo Ue contro la disoccupazione.

Tasselli della risposta immediata alla crisi che si aggiungono alla sospensione del Patto di Stabilità e ai 750 miliardi della Bce. Ma non risolvono il vero problema: come ripartirà l’Europa? Come faranno i Paesi che ne usciranno ancora più indebitati? «Avremo bisogno di un grande piano per la ricostruzione», afferma Gentiloni citando gli Eurobond. È dall’emissione di titoli comuni che l’Europa potrà mobilitare almeno 1000 miliardi per ripartire. Ma la Germania non ci sta: «È un dibattito fantasioso», afferma il ministro dell’Economia Peter Altmaier. I colloqui proseguiranno, ma il rischio è che questa volta un insuccesso metta la parola fine alla Ue.

Alberto D’Argenio – la Repubblica – 25 marzo 2020

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS