Scomparsi i partiti. E la Costituzione?

Art. 49 della Costituzione: Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Art. 1: La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Silvio Berlusconi è stato assolto in via definitiva dalla Cassazione. Questo significa che è innocente? Non è detto. Di mezzo c’è stata la legge Severino che ha sostanzialmente modificati il reato di concussione. Domani è un altro giorno. L’ex premier torna in campo, felice come una pasqua. Ha creato dal nulla in pochi mesi il suo movimento, ha sdoganato quello che era un tempo il Movimento Sociale Italiano, ma si è comportato come il mostro che mangia i suoi figli: Follini, Casini, Fini, Fitto. Come Saturno. Non contento è riuscito anche a sfasciare il suo partito, passato da 38% del 2001 (al tempo Casa delle Libertà) a poco più del 10% di oggi. Come impresa non è malaccio.  Anche in casa Lega Nord è successo il fattaccio: Matteo Salvini ha cacciato Flavio Tosi, l’apprezzato sindaco di Verona. Come il suo maestro Umberto Bossi quando ebbe a cacciare Franco Castellazzi, Franco Rocchetta e Domenico Comino. I partiti non esistono più e questo dovrebbe far riflettere.  Tra i democratici ci sono da tempo fermenti di ribellione, con una componente di sinistra in fibrillazione per il decisionismo sferzante del segretario fiorentino. I leader dei “nuovi partiti”, ad incominciare da Matteo Renzi, non sono parlamentari, ad eccezione di Salvini che siede a Bruxelles-Strasburgo. Tutti, in Italia, ci rendiamo conto che qualcosa non funziona nel meccanismo istituzionale. I cosiddetti nuovi partiti nn fanno congressi, non discutono, hanno come dei padroncini-despota che fanno e disfano, a loro piacimento. Questi partiti-non partiti hanno la pretesa di modificare strutturalmente la Carta Costituzionale. Trasformandola in peius. Così sembra con l’abolizione delle provincie, ma non affrontano il nodo vero del malgoverno del Paese che sarebbe la riforma delle regioni. Hanno senso regioni micro come Valle d’Aosta, Umbria, Basilicata e Molise? Ricordiamo che insieme non fanno la popolazione della provincia di Brescia (abolita).  Queste riforme si fanno, certamente, ma con il contributo di tutte le forze presenti in Parlamento e non del solo schieramento di maggioranza. E’ stato commesso un tragico errore nel 2005 dal governo di centrodestra di Berlusconi, oggi Renzi commette lo stesso sbaglio. Che pagherà quando il popolo sarà chiamato a referendum confermativo. Questo perché la Costituzione riformata appare un vero papocchio. Un Senato che non dà la fiducia all’esecutivo (e va benissimo), ma sono i suoi componenti che lasciano molto a desiderare. Primo perché non eletti. Secondo perché catapultati dai consigli regionali, che non hanno davvero dato mirabile prova di capacità di governo. E a questi signori, che farebbero i senatori come doppilavoristi, verrebbe pure garantita l’immunità parlamentare! E’ il colmo dell’ipocrisia renziana. Preferibile sarebbe stato eliminare il Senato, così i costi sarebbero davvero diminuiti e, soprattutto creare un contraltare al potere del governo in grado di contrastare la “democratura” per dirla con Eugenio Scalfari per cui il capo del governo fa praticamente tutto da solo. Le regioni sono da trasformare. Roberto Maroni ha parlato in campagna elettorale er le elezioni in Lombardia della macro regione del Nord. Ebbene, si facciano dei passi in avanti su questa strada e si costituiscano quattro-cinque macro regioni omogenee (sul tavolo ci sono le proposte) e si lascino in pace le provincie. Soprattutto non si tolga al cittadino la possibilità di scegliersi il candidato. Si sottopongano a cura dimagrande le migliaia di aziende partecipate, come da spending review di Carlo Cottarelli, inopinatamente cancellata dal premier senza alcuna spiegazione. In definitiva l’elettorato ha bisogno di politici che lo rappresentino e che deve potersi scegliere. La deriva renziana va in direzione opposta. Ma chi sono i consiglieri del premier? Chi sono i consiglieri di Silvio Berlusconi? Chi sono i consiglieri di Matteo Salvini? Vanno bene le riforme, ma devono essere condivise. Il papocchio renziano rischia il naufragio come la riforma costituzionale a suo tempo varata dal centrosinistra prima del 2001 e poi dal centrodestra nel 2005. Renzi si metta d’accordo con i massimi costituzionalisti italiani (che ce ne sono e di bravissimi) e poi legiferi. Se si fosse proposto una Convenzione sul modello della Costituente, naturalmente eletta con suffragio universale e sistema proporzionale, ad oggi avremmo proposte più condivisibili. I partiti politici, con una loro organizzazione democratica vanno assolutamente salvati. Il potere appartiene al popolo e non a Renzi, Berlusconi o Salvini. Gli antagonisti, nel partito, non vanno espulsi e non si dica mai “ce ne faremo una ragione”.

Marco Ilapi. 

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Il premier è nato con la camicia, tutti lavorano per lui

Purtroppo, gran parte delle fortune mediatiche, e quindi politiche, di Salvini vanno attribuite all’afasia, alla crisi berlusconiana, che non è solo di voti, ma soprattutto di strategia programmatica. In passato mai Bossi si sarebbe trovato nella condizione di sottrarre voti all’alleato forzista. Oggi Salvini si trova nella condizione di dare le pagelle ai suoi ipotetici compagni di strada. E non è finita. Più il condottiero leghista vedrà che questa impostazione paga, più insisterà su questo tasto fino alla sua lepenizzazione definitiva. Renzi osserva e spera. Salvini alla sua destra e Pier Luigi Bersani alla sua sinistra costituiscono il top delle sue aspirazioni: lui al centro e gli altri due a consolarsi con un’opposizione a vita. A meno che non fosse approvata la riforma elettorale voluta dal premier, che essendo quanto mai maggioritaria non potrebbe mai favorire la posizione di chi si allarga caparbiamente al centro. Un editoriale di Giuseppe De Tomaso su La Gazzetta del Mezzogiorno.

Anche Salvini in sostegno a Renzi

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La democrazia sta cambiando volto, anche i partiti

 Le grandi democrazie non funzionano senza leader. I leader producono beni collettivi. Naturalmente, nessuna grande democrazia è priva di meccanismi per controllare quei leader, sia a livello delle istituzioni che all’interno dei partiti. Tant’è che esse hanno governi e partiti “con” il leader, e non già “del” leader (una distinzione che sembra sfuggire anche a non pochi politologi). Non occorre avere due camere che abbiano gli stessi poteri per tenere sotto controllo il potere esecutivo. Anzi. Così come è errato assumere che spetti al potere legislativo vigilare sul potere esecutivo. Nei parlamentarismi maturi, il governo è tenuto sotto controllo dall’opposizione. Il Parlamento è il luogo dove governo e opposizione si scontrano in nome dei rispettivi elettorati e non delle proprie oligarchie. Attraverso quel confronto gli elettori possono maturare le loro opinioni. Le democrazie moderne sono democrazie elettorali di massa. Non già quei regimi di ottimati che suscitano la nostalgia dei difensori del parlamentarismo assemblearista. Un editoriale di Sergio Fabbrini su Il Sole 24 Ore.

I timori per l'uomo solo al comando

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