Gennaio, un mese disseminato di ostacoli

Le scadenze ravvicinate del nostro premier: l’Italicum rivisitato che non piace troppo all’altro contraente del Patto del Nazareno, Silvio Berlusconi, la riunione della Bce il 22, elezioni politiche anticipate in Grecia il 25, subito dopo elezione del presidente della Repubblica a seguito del pensionamento volontario di re Giorgio Napolitano, saranno un viatico forse amaro per Matteo Renzi. Che, da par suo, continua a mostrarsi sorridente, sicuro di sé, convinto intimamente di essere sulla strada giusta per rivoltare l’Italia come un calzino. Purtroppo l’incidente può sempre accadere. Non è dato per scontato che la legge elettorale così come il premier l’ha ipotizzata passi indenne l’esame del parlamento. Ogni partito cerca di tirare l’acqua al suo mulino e, così facendo, scontenta i partner di governo nonché chi sta all’opposizione. I capilista che possono candidarsi in più circoscrizioni e che, per di più, sono calati dall’alto delle segreterie dei partiti, non va giù a molti. L’Italicum sembra dare l’impressione di un Porcellum addirittura peggiorato, con il rischio che la Corte Costituzionale intervenga ancora una volta sulla sollecitazione di qualche avvocato che rileva la scarsa democraticità della legge proposta dal duo Matteo & Silvio. Insomma, il sogno di avere una legge elettorale accettabile e che rifletta la composizione assai frammentata del nostro elettorato sembra sfuggire anche al Matteo nazionale. Il quale si è fatto scudo dell’accordo del Nazareno che ai più fa venire dei sospetti di un inciucio con Berlusconi.  Altrimenti perché non rivelarne i contenuti? Gli italiani hanno diritto di sapere cosa bolle in pentola nei palazzi romani, ad Arcore come a Rignano sull’Arno.

La Bce deve decidere se aiutare l’economia del vecchio continente ad avere un po’ di ossigeno. Finora non la ha fatto per impedimento dei Paesi nordici guidati da Angela Merkel. Mario Draghi riuscirà a fare lo strappo che il sistema delle imprese gli chiede? Così andando la situazione economica dell’Unione Europea precipiterà verso una stagnazione che non conviene neanche alla Germania. Se il Pil non cresce in Francia, Grecia, Italia e Spagna, per non parlare degli altri Paesi della Ue, a chi venderà le sue macchine la cancelliera tedesca? Renzi ha sprecato un intero semestre in cui l’Italia avrebbe potuto dettare l’agenda delle cose da fare e che il premier non ha realizzato. E’ vero che la Federica Mogherini è diventata la signora Pesc ma il ministro degli esteri dell’Europa non conta nulla. Contasse qualcosa non ci si troverebbe in queste disastrose condizioni: l’immigrazione clandestina sta crescendo ogni giorno di più e l’Ue è inerte; si sarebbero affrontate la crisi ucraina e  il colpo basso dell’annessione della Crimea alla Russia con ben altro spirito e da una posizione di forza. L’Europa da l’impressione di non esistere come entità politica. L’Unione Europea è ancora assai lontano dal realizzarsi. Che farà Draghi? C’è la necessità di una Bretton Woods europea, c’è poco da fare. La situazione economica dell’eurozona è sempre più drammatica. Lo conferma l’andamento dei mercati finanziari, se qualcuno nutrisse qualche dubbio. Riuscirà la Mogherini ad imporsi alle diverse cancellerie per portare Vladimir Putin ad un tavolo di confronto in una conferenza di pace da convocare con assoluta urgenza per definire una situazione accettabile per entrambe le parti? L’Ucraina è in una crisi profonda, economica e sociale. L’Europa non la sta aiutando, la Russia finirà per cannibalizzarla, perché risponde a verità che se Putin lo volesse, in poche settimane distruggerebbe Kiev, con l’Occidente che sta a guardare, capace solo di minacciare nuove sanzioni in grado di produrre enormi difficoltà a sé stessa. Questa non è lungimiranza. Occorre parlare con il leader russo. La Mogherini che iniziative sta intraprendendo? Buio nei cieli di Bruxelles.

Elezioni anticipate ad Atene. Può essere che vincano le sinistre, ma sarebbe un risultato più che atteso. La popolazione greca è stata martoriata dalla Troika. L’ultimo governo Samaras non è riuscito a dare le risposte che ci si attendeva, la crisi è letteralmente precipitata e la Grecia  è nuovamente ad un bivio: uscire dall’euro e far da sé ovvero continuare a seguire le ricette del Fondo Monetario Internazionale, della Commissione Europea e soffocare le istanze di un popolo più che immiserito e che è ridotto alla fame? E che dire delle prossime elezioni in Francia, Gran Bretagna e Spagna? Nel Paese transalpino, se si votasse oggi, stravincerebbero le destre; in Spagna forse le sinistre. L’Italia deve eleggere il nuovo capo dello Stato e le fibrillazioni stanno dietro e dentro i Palazzi romani. Renzi e Berlusconi vorrebbero sul Colle del Quirinale una figura sbiadita che non ostacolasse il cammino riformistico (?!?) dell’ex sindaco fiorentino. Il Paese avrebbe invece fortemente bisogno di una personalità autorevole che possa contribuire al processo di rinnovamento della politica, vecchia e anchilosata, e sappia interpretare la Carta Costituzionale secondo lo spirito dei Padri costituenti e non stravolgerla come sta pervicacemente facendo Matteo Renzi.

In questo percorso, tortuoso e ricco di incognite, la speculazione ha già deciso chi sponsorizzare: l’instabilità. In Grecia pretende che le elezioni le vincano i politici che non si sono dimostrati in grado di affrontare i nodi della crisi. Tsipras fa paura. In Italia, per il Colle, si fa un tifo per l’uomo che indicheranno Renzi e Berlusconi (Mattarella? Gentiloni? Gianni Letta? O altri personaggi incolori?...)

Intanto l’Italicum non è ancora legge. Il Senato sopravvive e la riforma lo farà rivivere sotto spoglie stranissime (pensateci, potrebbe un Franco Fiorito essere eletto senatore e godere dell’immunità parlamentare … un paradosso delle proposte renziane). Le provincie sono state soppresse ma per la verità non se ne è accorto nessuno. La giustizia non  stata riformata. Il Fisco è ancora lì a far paura ai piccoli contribuenti, con i grandi evasori è sempre piuttosto comprensivo, lo dimostra quanto è accaduto il 24 dicembre 2014.

Renzi di strada ne deve fare ancora tanta e forse sarebbe meglio che gettasse la spugna prima che possa combinare troppi guai. Ma all’orizzonte non si intravede una personalità capace di interpretare i bisogni d 45 milioni di elettori, tant’è che alle recenti amministrative ha disertato le urne la maggioranza degli aventi diritto al voto. Segno che il quadro politico non è entusiasmante. Renzi può apparire un gigante solo perché Berlusconi lo sostiene. In cambio di che? E’ ciò che vogliono sapere gli italiani. Cosa c’è scritto nel Patto del Nazareno? A quando una pugnalata sulla schiena di Matteo? Enrico Letta non desidererebbe rendergli la pariglia?

Marco Ilapi

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Primarie, croce e delizia del Pd

Sostiene Vauro: la politica in Italia è diventata un affare privato tra Renzi e Berlusconi. E’ da decenni che le scelte che incidono sulla pelle degli italiani si fanno al di fuori del luogo istituzionalmente dedicato: il Parlamento. Il troppo frequente ricorso alla decretazione d’urgenza (prassi sovente incostituzionale) conferma l’assunto che le decisioni si prendono altrove. Pensate al bonus bebè. In una situazione economica drammatica dove il numero dei disoccupati cresce giorno dopo giorno, solo una persona (il premier) che non ha a cuore le sorti dell’Italia poteva partorire davanti ad un’esterrefatta Barbara D’Urso l’idea del bonus bebè. Meglio avrebbe fatto a promettere la gratuità dell’asilo nido, come proposto dal Carroccio. Il costo sarebbe stato il medesimo. Anche oggi, a dire il vero,  i leader seguono lo stesso, vetusto, schema. Alla faccia della trasparenza di cui ognuno si riempie la bocca. Il patto del Nazareno tra Matteo e Silvio ben si inserisce in questa considerazione. Nessuno lo conosce e qualcuno (Napolitano? Grasso? Boldrini?) farebbe bene a chiederne conto a R. e a B. Ci penserà il Tribunale di Roma. Forse. Gli italiani avrebbero il diritto sacrosanto di conoscere i contenuti di questo patto. Questa, purtroppo,  è un’Italia di una democrazia malata. Si ricorda che qualche anno fa, quando nella Spagna di Zapat Renzi la situazione economica del paese iberico si è trovata sull’orlo dell’abisso, si è andati senza perder tempo a elezioni anticipate. Scelta che in Italia dal 2010 è stata impedita dal Colle. Da quel momento ci sono stati avventurieri a Palazzo Chigi (a cominciare da Mario Monti, per passare ad Enrico Letta ed infine al fiorentino Matteo Renzi). Il partito democratico ha inventato le primarie. Sono state un successo quelle che hanno consacrato prima Romano Prodi, poi Walter Veltroni, quindi Pierluigi Bersani e, infine, l’attuale premier. Sarebbe doveroso per un premier serio pretendere che in Parlamento si  approvasse una legge che obbligasse tutti i partecipanti ad una competizione elettorale a fare le primarie di partito e non di coalizione. Secondo, chi vuol fare il voltagabbana,  è ovviamente libero di farlo, ma deve dimettersi da parlamentare o da consigliere regionale o da consigliere comunale, dalla carica ricoperta perché ha tradito il mandato che gli elettori gli hanno conferito.  Chissà per qual motivo di questioni così serie non se ne parla, ristabilire il principio dell’elettività dei senatori, cui attribuire compiti diversi, dimezzare i loro stipendi e quelli dei boiardi di Stato. Eliminare i vitalizi. Per tutti. Istituire il reddito di cittadinanza, sollecitato dal M5S. Queste sì che sarebbero riforme che gli elettori apprezzerebbero. In Italia c’è (e Renzi lo sa bene) una piccola, piccolissima, parte di cittadini-elettori sta godendo  a seguito di rendite di posizione, perché la crisi non li ha nemmeno sfiorati un po’, mentre la stragrande maggioranza degli italiani, in particolare nel settore privato, si sta arrabattando da più di sette anni e veramente fatica ad arrivare alla fine del mese. Renzi deve essere più concreto a fare un bagno di umiltà. Meno chiacchiere, meno promesse che non si è in grado di mantenere. Le primarie sono importanti, fondamentali per la selezione della classe politica.  Così come è indispensabile mettere al vertice delle aziende di Stato persone selezionate dopo l’esame attento dei propri curriculum. Cosa che Renzi non ha fatto. Infine il ragazzo deve imparare a fare le leggi in modo che siano comprensibili. Mettere a capo dell’ufficio legislativo Antonella Manzione è stato un macroscopico errore . Per convincersene è sufficiente scorrere i testi legislativi che escono da Palazzo Chigi e si impantanano al Quirinale! Renzi avrebbe fatto meglio a circondarsi delle menti miiglio di cui il paese è ricco. Non lo ha fatto e ne pagherà dazio. Se non correrà ai ripari. Eviti di brigare con i sindacati e scimmiotti un po’ meno il suo patrigno Silvio.

Marco Ilapi

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Amministrative, attento, Renzi, presto per cantare vittoria

Matteo Renzi gongola per la vittoria nella amministrative in Emilia Romagna e Calabria. Al posto suo saremmo assai preoccupati. Non è che sia stata una vittoria di Pirro. Tutt'altro. Ma i cittadini emiliani e romagnoli, per non parlare di quelli calabresi, hanno fatto intendere che non sono entusiasti del suo esecutivo. Il dimezzamento del numero degli elettori nella sempiterna rossa Emilia Romagna è un campanello d'allarme da non sottovalutare. La disaffezione del corpo elettorale in tutta Italia sta dimostrando tutta la sua forza. Il consenso dei politici nostrani sta toccando livelli mai sfiorati prima. Al di là delle frasi di circostanza, il premier intuisce benissimo che non si può andare avanti su questa strada. Lui ritiene di essere un Caterpillar e di essere nel giusto quando propone un piano di riforme istituzionali ed economiche che possano ridare slancio ad un Paese fiaccato dalla crisi in cui sé avviluppato da oltre un ventennio e da cui non si riesce ancora ad intravedere un lumicino segnale di una ripresa che sta per arrivare. Bui fitto in fondo al tunnel, insomma. Adesso si grida vittoria per due successi elettorali più che annunciati ma che segnano il punto di sconfitta per questo governo. Il fatto che gli italiani non si rechino a votare significa che nutrono sfiducia in chi li ha rappresentati e in chi si appresta a rappresentarli. Sentite i vari leader politici: tutti (da Renzi a Salvini passando per il M5S) avrebbero vinto e giocano sui numeri. Siccome rispetto alle precedenti consultazioni i voti sono stati xy, c'è stato un innegabile successo! La replica: il numero dei votanti si è dimezzato, per cui ognuno cerca di tirare l'acqua al suo mulino. Fantasticherie post elettorali. Non è così. Hanno perso un po' tutti, forse l'unico leader politico che può cantare vittoria è Matteo Salvini, che è riuscito ad incunearsi nel cuore di un baluardo rosso qual è l'Emilia Romagna. Per la Calabria, l'insoddisfazione per quanto ha realizzato (o non realizzato) il centrodestra di Scopelliti è lampante. Nemmeno per il successo calabrese canteremmo vittoria, fossimo al posto del premier. Un'astensione del 60% degli aventi diritto al voto deve far riflettere il Palazzo. Fa male, malissimo, Matteo Renzi a minimizzare e sostenere che il problema dell'affluenza alle urne non esiste. Che sarebbe successo se  si fosse recato a votare il 75-80% degli aventi diritto? Che avrebbe assai probabilmente vinto il Carroccio ed il M5S, ossia che sta all'opposizione di questo governicchio. E' certo. Però chi non vota ha sempre torto ed il partito del 60% non entra nei due consigli regionali di Calabria ed Emilia Romagna. Avrebbe la maggioranza, m.a non consegue alcun consigliere. Seguono due analisi su Corsera e Repubblica.

Marco Ilapi

 

Le prime valutazioni sul Corriere della Sera e la Repubblica

L'Emilia e il crollo dell'affluenza. Il Pd s'interroga: dov'è finita la base?

Lo choc dei democratici traditi dagli elettori nella roccaforte rossa. Il peso dell'assenza di mobilitazione del sindacato

Bologna - «Mamma, ho perso la base...». Benedetto il senso dell'humour in questa notte di streghe. Il funzionario di fede Pd scivola come un'ombra lungo gli interminabili corridoi delle Torri di Tange, sede dell'Emilia-Romagna e cuore pulsante del Partitone che fu. Quando manca poco alle 2 di notte, Stefano Bonaccini, 47 anni, modenese, renziano della seconda ora, non si è ancora fatto vedere, non è ancora ufficialmente il successore di Vasco Errani (anche se il suo vantaggio sul leghista Alan Fabbri è netto), ma un posto nella piccola grande storia della Regione ex rossa, suo malgrado, l'ha già conquistato: nemmeno nei peggiori incubi, il partito prendi-tutto che qui governa dal Dopoguerra avrebbe mai immaginato un simile tracollo di votanti. Addio zoccolo duro, addio mobilitazione di coscienze. Nella terra delle Feste dell'Unità, dell'associazionismo spinto, della passione con venature ancora dogmatiche, il militante si è fatto nebbia. «Vittoria mutilata» era il fantasma che aleggiava da giorni nei pensieri dei vertici pd. E così è stato. «Dove sono finiti gli Stakanov del voto?». Perfino Romano Prodi, che ne ha viste di ogni colore e che in mattinata aveva lanciato un appello alla partecipazione, a sera era basito: «È un dato preoccupante».

Era nell'aria la diserzione dalle urne. Ma non con queste proporzioni. Predestinato al successo, Bonaccini si è trovato a combattere contro un avversario subdolo e invisibile: la stanchezza-disgusto della gente per la politica. Altro che Alan Fabbri, il candidato leghista messo sotto tutela per tutta la campagna elettorale dal suo segretario Matteo Salvini. O i 5 Stelle, abilissimi nel fare harakiri a colpi di espulsioni e lotte intestine. Il nemico si nascondeva nelle viscere dello stesso Pd. E se è vero che hanno contribuito anche fattori come la mancanza di un traino nazionale, l'inchiesta sulle spese «allegre» con i 41 consiglieri regionali indagati e la generale consapevolezza che il Pd avrebbe vinto, è altrettanto vero che tutto ciò non basta a spiegare una simile Waterloo di partecipazione.

Nel Pd già qualcuno si domanda quanto abbiano influito sul non voto la violenta polemica tra Renzi e Camusso sul versante lavoro. «La sofferenza è a sinistra» punta il dito il cuperliano Andrea De Maria. Bonaccini, fiutando l'aria, aveva provato a mettere un argine: «Ricordo a chi ha mal di pancia verso il governo - aveva detto - che stiamo votando per l'Emilia-Romagna, non per l'esecutivo nazionale». Arrivando poi ad azzardare un non facile equilibrismo in quel triangolo rovente composto da Landini, Camusso e Renzi: «Qui con i sindacati c'è una tradizione che ha dato buoni risultati, continueremo a cercare la concertazione». Per tutta risposta il leader della Fiom emiliana, Bruno Papignani, ha ordinato ai suoi il boicottaggio del candidato pd. E pure nella Cgil, qui una potenza con 800 mila iscritti, c'è stata una mezza sollevazione. «Chiunque vince non sarà totalmente legittimato» infierisce la candidata 5 Stelle Giulia Gibertoni. Il dopo Errani è iniziato e ha il sapore dell'anno zero.

Francesco Alberti - Corriere della Sera – 24 novembre 2014

Emilia Romagna, Bonaccini presidente. Ma vota solo un emiliano su tre

Il candidato Pd arriva al 49%, il leghista Fabbri sfiora il 30. Solo l'M5s guadagna consensi in assoluto rispetto a quattro anni fa. Crolla la partecipazione: solo il 38% alle urne. I voti e i seggi coalizione per coalizione

BOLOGNA - Stefano Bonaccini, Pd, è il nuovo presidente dell'Emilia-Romagna. Lo scrutinio termina all'alba: ha conquistato il 49%, pari a 615mila voti. Quattro anni fa Vasco Errani aveva vinto col 52% e 1.197.000 voti (e una partecipazione del 68% degli aventi diritto al voto). Il Pd perde 300mila voti rispetto a quattro anni fa.
Il leghista Alan Fabbri, dopo un breve testa a testa all'inizio dello spoglio, sfiora il 30% (29,85%, 374mila voti). Una vittoria netta, quella del candidato del centrosinistra che però ha anche un retrogusto amaro visto che queste elezioni regionali saranno ricordate per il clamoroso crollo di partecipazionealle urne: è andato al voto solo il 38% degli emiliano-romagnoli. Alle europee del 2014 i votanti erano stati quasi il doppio e alle Regionali del 2010 il pallottoliere si era fermato al 68,8%.

Regione, Boom della Lega Nord. Bonaccini, già segretario regionale dei Democratici e componente della segreteria di Matteo Renzi, prende così il posto di Vasco Errani, dimessosi dopo la condanna in secondo grado per falso ideologico nella vicenda Terremerse. In questa tornata elettorale è stato sostenuto da Sel, Emilia-Romagna civica e Centro democratico. Ma c'è da registrare anche il boom della Lega Nord, che diventa il secondo partito in Regione, più che doppiando Forza Italia. Il Movimento 5 Stelle, con Giulia Gibertoni, si ferma al 13,3% (159mila). Con il 4%% buon risultato a sinistra per Cristina Quintavalla, de L'Altra Emilia-Romagna. I voti partito per partito. A Stefano Bonaccini sono andati 615725 voti: 535mila al Pd (44.5% del totale), quasi 39mila a Sinistra ecologia e libertà (3%), sfiora 18mila voti Emilia Romagna civica (1,5%), Centro democratico si ferma a 5200 (0,4%).
Alan Fabbri ha conquistato quasi 375mila voti. 233mila provengono dalla Lega (19.4%); 100mila da Forza Italia (8,4%); 23mila da Fratelli d'Italia(1,9).

I seggi. La coalizione che sosteneva Stefano Bonaccini porta a casa 32 seggi: quello del neogovernatore, 29 al Pd, 2 a Sel.
Dodici andranno invece alla coalizione che ha sostenuto Fabbri: 8 alla Lega (oltre allo stesso Fabbri), 2 a Forza Italia (Galeazzo Bignami ed Enrico Aimi), 1 a Fratelli d'Italia.
Cinque seggi andranno al Movimento 5 stelle. Un seggio all'Altra Emilia-Romagna (Pier Giovanni Alleva), nessun seggio a Ncd-Udc-Emilia-Romagna popolare; nessuno a Liberi cittadini.

Il confronto 2010-2014: Pd e Lega arretrano, guadagna terreno l'M5s.L'unico partito che conquista più voti in assoluto rispetto al 2010 (le precedenti Regionali che portarono Errani al terzo mandato) è il Movimento 5 stelle, passato da 126mila a 159mila voti. Un calo vistoso per il Pd (da 857mila a 535mila), ma anche per la Lega (da 288mila a 233mila). Crolla Forza Italia: nel 2010, quando era ancora il Pdl, aveva strappato 518mila consensi, oggi si è fermata a 100mila. Tiene Sel: quasi 39mila voti oggi, 37mila quattro anni fa assieme ai Verdi.

Le parola del vincitore. "Non si può essere soddisfatti di una partecipazione così bassa", ha riconosciuto lo stesso Bonaccini a notte inoltrata, quando ormai il suo successo era chiaro. "Sapevamo da un lato che avremmo pagato l'inchiesta sulle spese in Regione, ma dall'altro c'è un pezzo di Pd che ha voluto dare un segnale restando a casa". Secondo Bonaccini "bisogna leggere lucidamente questo voto, il distacco da Fabbri rimane attorno ai 20 punti, non è questo in discussione. Ora abbiamo cinque anni per dimostrare di fare bene. Bisogna portare un grande cambiamento".

Fabbri "entusiasta". La Lega Nord è "il secondo partito a livello regionale", è stato il commento di Alan Fabbri. "Siamo molto soddisfatti, in molti seggi e province siamo sopra Bonaccini e siamo il primo partito. Un ottimo risultato, entusiasmante". Ora, ha aggiunto, "ci prepariamo a fare un'opposizione forte e organica". Matteo Salvini, intervenuto in televisione: ''Non passerò la mattinata a dire 'Che bello, la Lega ha quadruplicato i voti in sei mesi, sono il leader del centrodestra', il mio impegno è di tornare in Emilia-romagna con i nostri consiglieri, un risultato storico, e di parlare con quel 60 per cento degli emiliano-romagnoli che è rimasto a casa non convinto da nessuno, il mio problema non era superare Forza Italia o fare una prova di forza all'interno del centrodestra, la mia scommessa, da questo punto di vista riuscita perché siamo solo all'inizio, è dimostrare agli Italia, partendo dall'Emilia-Romagna, che l'alternativa a Renzi c'è".

La carriera di Bonaccini. Modenese, 47 anni, Stefano Bonaccini è sposato e ha due figlie, Maria Vittoria e Virginia. Dopo l'esperienza di amministratore prima nella sua Campogalliano e successivamente Modena, nel 2009 diventa segretario regionale del Partito Democratico dopo aver vinto le primarie (lo votarono in 200 mila), in occasione dello stesso voto che portò Pierluigi Bersani alla guida del partito nazionale.

Dopo un lungo periodo di militanza al fianco dello stesso Bersani, consumata la "non vittoria" del Pd alle ultime elezioni politiche decide di schierarsi con Matteo Renzi. Un passaggio non indolore, tra ex compagni di strada che borbottavano al tradimento e rottamatori pronti a rinfacciare il suo essere renziano "della seconda ora". Ciononostante, Bonaccini trova in Renzi un estimatore, tanto da diventare coordinatore della sua campagna elettorale alle ultime primarie che lo vedevano opposto a Cuperlo e Civati. In seguito entrerà anche a far parte della segreteria dell'attuale premier.

Infine, dopo le traumatiche dimissioni di Vasco Errani dalla guida della Regione, la decisione (anch'essa molto sofferta) di candidarsi per la successione (nonostante un suo iniziale coinvolgimento nell'inchiesta sulle spese pazze dei gruppi regionali, da cui uscirà indenne con la richiesta di archiviazione avanazata dagli stessi giudici), e la vittoria alle primarie del Pd contro Roberto Balzani.

Il ministro Alfano: centrodestra perdente. ''In Emilia la Lega e il Pdl avevano il 37 per cento, adesso il 26, quindi magari c'è stato un travaso a favore della Lega ma la somma è a perdere. Al nord la Lega è vincente in un centrodestra perdente''.E' il commento del ministro Angelino Alfano: il suo Ncd non entra in Consiglio regionale.

Zampa (Pd): "Grave astensione". "Per le sue dimensioni il fenomeno dell'astensione è estremamente grave" e "consegna al Pd e a tutti coloro che hanno a cuore i destini della democrazia un problema da affrontare con urgenza e verità", commenta la vicepresidente del Pd Sandra Zampa. "Toccherà anche al nuovo presidente della regione, Stefano Bonaccini, al quale va il mio più affettuoso augurio di buon lavoro, mettersi all'opera per questo".

Rosario Di Raimondo e Micol Lavinia Lundari – la Repubblica – 24 novembre 2

 

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