Lo stato confusionale di Renzi

Contro ogni aspettativa, questo Parlamento, delegittimato, composto da personaggi discussi eletti, si fa per dire, in realtà nominati dai capi partito sulla base di una legge elettorale dichiarata incostituzionale, ha scelto come presidente della Repubblica Sergio Mattarella, un uomo politico di lungo corso che il premier avrebbe voluto (e dovuto) rottamare, al pari dei D’Alema e dei Veltroni e che invece ha preferito insediare sullo scranno più elevato delle nostre istituzioni: sul Quirinale. Tutti concordi nel sostenere che Mattarella sia un signore per bene, come se il precedente inquilino del Colle fosse u mezzo delinquente. Il che non è. Fino a prova contraria, tutti in Italia, siamo persone per bene. A meno che non abbiamo qualche scheletro nell’armadio. Qualcuno, specie i giornali destrorsi come Libero e il Giornale di Sallusti, in effetti sta indagando sul passato dell’ex giudice costituzionale per trovare qualche neo che possa gettare qualche ombra sul profilo di Mattarella. La considerazione che pochi osservatori hanno fatto è che il presidente della Repubblica non po’ essere scelto dal capo del governo. Doveva essere il Parlamento ad indicare il nominativo della personalità più idonea a questo altissimo incarico istituzionale. Il che non è stato. In definitiva, continuano le contorsioni del premier. E’ contradditorio, si dichiara leader del partito democratico e impone addirittura il nome del Presidente della Repubblica. Non esiste. Hanno ragione gli esponenti degli altri partiti, sia Silvio Berlusconi, sia Angelino Alfano. L’impressione che molti osservatori hanno avuto sembra rispecchiare la realtà delle cose, dei fatti. Matteo Renzi, in modo assai spregiudicato, gioca su tre forni, non su due. E questo non va bene. Ha ricompattato il suo partito scegliendo un candidato dell’ex sinistra Dc, ma ha indicato un personaggio non di secondo piano della prima Repubblica (Matteralla, si ricordi, è stato vice presidente del Consiglio con Massimo D’Alema, più volte ministro, non certamente un homo novus). Ha irritato grandemente sia Forza Italia e Ncd, ha imbarcato Sel di Vendola. Un capolavoro di spregiudicatezza. Adesso si ricomincia. Ci sono le riforme da portare a casa. Si vedrà ben presto di che pasta è fatto il nostro premier. Che promette, promette, ma quanto a mantenerne una la strada è irta di ostacoli. Intanto per parlare della riforma della legge elettorale il buon Alessandro Milan, del Sole 24 Ore registra che è da 92 settimane che si annuncia il varo della legge. Ebbene, siamo ancora in mezzo al guado. Così è anche per la riforma del Senato. Così è per la spending review. Così è per la diminuzione della mitiche auto blu. Dovevano essere cinque per ministero, ebbene, risulta che non è stato operato alcun taglio. E poi l’indebitamento dello Stato che continua a crescere per l’incapacità dell’esecutivo di proporre dei tagli mirati delle spese che sono nella realtà dei veri e propri sprechi. Si legga la relazione (ahimè, sembra scomparsa nei cassetti di Palazzo Chigi!) di Carlo Cottarelli. Renzi non può continuare a ostentare ambiguità di comportamenti che sconcertano tutti, maggioranza e opposizione.

Marco Ilapi

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Pd, richieste le dimissioni a Cofferati. Perché non a Migliore?

Perché la stessa richiesta il premier non la rivolge, tra gli altri, ad Andrea Romano e Gennaro Migliore anziché al solo Sergio Cofferati? Il presidente del Consiglio dei ministri, nonché segretario del partito democratico, Matteo Renzi, ha pubblicamente chiesto all’ex leader della Cgil, Sergio, visto che ha abbandonato il partito che ha contribuito a fondare, di dimettersi dal parlamento europeo. Il ragionamento non fa una grinza. Debora Serracchiani, vice segretario del Pd nonché governatrice della regione Friuli Venezia Giulia, ha maliziosamente insinuato (sbagliando) che Cofferati è fuoriuscito dal Pd perché aveva perso le primarie liguri con la renziana Paita. Niente di più falso: Cofferati aveva già precedentemente avvertito i massimi dirigenti del suo partito di quel che stava accadendo in Liguria, accennando a gravi questioni di etica nella politica, con la presenza di loschi figuri nelle settimane e nei giorni immediatamente precedenti la consultazione. Dal punto di vista di chi detiene saldamente il potere è comprensibile la voglia di liberarsi di tutti coloro che possono porre degli ostacoli, dei problemi all’esercizio di questo potere. Chi è che gestisce in modo arbitrario questo potere siede nello scranno di Palazzo Chigi, il quale appare sufficientemente disinvolto nella gestione dell’attività di governo. Cofferati in questo momento storico (per l’ansiogeno delle riforme Matteo Renzi) è obiettivamente di grande ostacolo, anche, e soprattutto, per il carisma di cui gode. Si potrebbe aderire alla sollecitazione del duo Renzi-Serracchiani se analoghe pretese venissero rivolte a tutti quei deputati e senatori, sembra che superino il numero di 180, che in questo breve scorcio di legislatura hanno cambiato vessillo, o per meglio dire, si sono intruppati nel grande raggruppamento dei Voltagabbana. Il che porta a ritenere che i Parlamento dovrebbe essere mandato a casa.

Scelta Civica non esiste più, Il Pdl ha perduto dei pezzi ed è diventato Forza Italia, il Movimento 5 Stelle si sta frantumando (per colpa di Grillo e Casaleggio o altre motivazioni, non importa), è nato il Nuovo Centro Destra di Alfano, Quagliarello, Schifani e Lupi, Migliore di Sel è transitato nelle file del Pd, si potrebbe, e si dovrebbe, andare subito ad elezione per capire l’umore del popolo italiano-.

Se Cofferati abbandona il Pd deve lasciare lo scranno europeo, se Andrea Romano passa da Scelta Civica al Pd è tutto ok,  se Vincenzo D'Anna abbandona Fi e si intruppa nel Gal, va bene a Renzi. Per fare solo qualche nome, qualche voltagabbana.  C’è una evidente stortura in questi atteggiamenti incongruenti. Il nostro è un Parlamento di voltagabbana quello in carica. A rivelarlo è l'associazione Openpolis, che si occupa di accesso alle informazioni pubbliche, in uno studio ripreso dal quotidiano romano Il Tempo. Dice l'indagine che nella legislatura corrente, la XVII, al momento sono stati 155 i parlamentari "salterini". Per un totale di 187 cambi di gruppo, a testimonianza che c’è qualcuno molto indeciso che ha cambiato più di una volta. I cambia-casacca risultano sostanzialmente divisi a metà tra Camera e Senato: 76 a 79. E se le fronde (quella dei fittiani in FI e della sinistra Pd) dovessero sfociare in scissioni, i numero schizzerebbero alle stelle. Numeri elevati in specie se messi a confronto con quelli della scorsa legislatura, quella in cui si verificò la traumatica spaccatura del Pdl con l’uscita dei finiani, quando erano stati 160 i parlamentari che avevano cambiato gruppo: 120 alla Camera e 60 al Senato. Scendendo nei dettagli, dal rimescolamento guadagna il Pd, con 18 parlamentari approdati a Largo del Nazareno. Senza considerare le varie scissioni maturate in questa legislatura, come quella tra Forza Italia ed Ncd e quella tra Scelta Civica e popolari per l’Italia, in senso inverso risalta il -19 (5 a Montecitorio e 14 a Palazzo Madama) del Movimento Cinque Stelle, frutto delle espulsioni decise dal leader maximo Beppe Grillo e delle uscite legate ai maldipancia grillini. Sarebbe più che mai indispensabile se si affrontasse il problema e si obbligasse il parlamentare che vuole abbandonare uno schieramento politico (naturalmente deve essere libero di farlo) di lasciare anche lo scranno occupato vuoi a Montecitorio, vuoi a Palazzo Madama o nei consigli regionali o comunali nelle cui file è stato eletto (o nominato). Prendersela con il povero Cofferati che sembra che abbia delle ragioni da vendere nelle sue lamentazioni. Renzi se ne faccia una ragione.

Marco Ilapi

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Renzi sta tradendo il suo elettorato

 

Matteo Renzi si è liberato di un ingombrante Giorgio Napolitano. A parole si è detto dispiaciuto, in realtà è contentissimo. I giochi sono tutti aperti. Il regista delle operazioni future (approvazione della nuova legge elettorale, riforma del Senato e della pubblica amministrazione, decreti delegati in materia di lavoro, abolizione delle provincie, e via discorrendo) è il premier. Ormai con il 40,8% dei consensi conseguiti nelle elezioni per l’Europarlamento il ragazzo si ritiene inattaccabile, con il pugnale delle elezioni anticipate che agita ad ogni piè sospinto contro la minoranza del suo partito e  pensa di poter agevolmente restare a Palazzo Chigi fino alla scadenza della legislatura. Ritengo che l’ex sindaco fiorentino stia commettendo degli errori. E’ pur vero che è un abilissimo comunicatore, probabilmente più efficace dello stesso Silvio Berlusconi, il quale fatica a tenergli botta. Non può continuare ad insultare ci non la pensa come lui. Pochi giorni fa ha parlato di comportamenti vigliacchi di esponenti del suo schieramento, non tenendo nel debito conto cosa ha fatto lui con Enrico Letta, quando con la frase Enrico stai sereno preparava il trappolone e lo disarcionava da Palazzo Chigi. E’ lui l’uomo politico che si può  accusare di vigliaccheria (non si pugnala un amico alle spalle),  di incoerenza e di alto tradimento. Potrebbe aspettarsi risposte in linea con i suoi comportamenti inaccettabili. Renzi tratta male, malissimo i suoi avversari interni (da Bersani a Cuperlo a Civati) e i sindacati che si mettono di traverso mentre è cortese con l’amico del Nazareno Silvio Berlusconi. Gli fa i regali che mezza Italia contesta. Lo ha riportato in auge, nasconde i suoi intendimenti. Parla di trasparenza e nasconde accordi inconfessabili con l’uomo di Arcore. Strapazza il Movimento 5 Stelle che ha il solo torto di fare luce sui tentativi di approvare leggi vantaggiose per i soliti noti, per chi, ad esempio, non è in regola con gli adempimenti fiscali. Segnalo che la maggior parte delle entrate tributarie è determinata dai versamenti obbligatori dei lavoratori dipendenti, dei pensionati e delle partite Iva che non cercano di frodare il fisco. Si sente ormai un uomo solo al comando e ritiene di non avere ostacoli sul suo cammino. Si ricordi che gli italiani sono imprevedibili e che se non intravedono fatti che possono essere valutati positivamente (creazione di nuovi posti di lavoro, in particolare per  nostri ragazzi, diminuzione del prelievo fiscal allentamento clamoroso. Sì, perché le tante promesse fatte, con slide varie, fino ad oggi non hanno portato nulla. Adesso Napolitano ci lascia e Matteo passa all’incasso. Dopo avere goduto di un passaggio di consegne inatteso, un anno è passato e anche i cittadini chiedono conto delle mille promesse incautamente fatte dall’uomo di Rignano sull’Arno. Enrico Letta, nel breve periodo che ha trascorso in Piazza Colonna ha fatto di più. Almeno ha portato a casa la riforma del finanziamento pubblico dei partiti. Si dirà, poca cosa, ma è meglio di niente.

Due consigli non richiesti. Renzi dovrebbe pretendere che Camera e Senato si auto riducano le prebende del 50%. Dovrebbe incidere rapidamente sui costi della politica, che non sono solo gli stipendi dei parlamentari, ma gli sprechi, colossali, che vengono registrati a tutti i livelli. Soprattutto a livello regionale. Dovrebbe ridisegnare la struttura amministrativa del nostro Stato proponendo di ridurre il numero delle regioni, da 20 a 4 massimo, eliminare gli statuti di autonomia di cui godono Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna, nonché qquella di cui godono le provincie di Trento e di Bolzano. Non possiamo più permetterci sprechi di alcun tipo. Le .leggi che prevedono privilegi inaccettabili, stante la congiuntura sfavorevole attraversata dall’Italia, tagliarli subito. Un esempio, per meglio comprendere. Il governatore della Banca d’Italia porta a casa uno stipendio che supera di tre volte quello di Jens Weidmann della Bundesbank. Ha senso? Gli italiani accoglierebbero volentieri un ridimensionamento;  il presidente della Repubblica ha un appannaggio di centinaia di milioni di euro, costa più della monarchia britannica. Tagliare, tagliare, tagliare. Invece cosa fa il nostro ragazzo? Ridisegna, a parole, le provincie (che non risultano fonti di spreco), leva ai cittadini la possibilità di scegliersi i consiglieri provinciali, dando una picconata alla nostra fragile democrazia, regala ai politici di periferia la facoltà di selezionare gli amministratori delle nuove realtà amministrative. Insomma, un pasticcio il disegno Derlio. Adesso, tra capo e collo, il caso Cofferati. Dopo avere massacrato i sindacati, dopo avere sposato le tesi confindustriali, dopo avere fatto un patto con il diavolo (il patto del Nazareno, ndr), dopo avere fatto avances mostruose ai grandi evasori fiscali, adesso rischia di frantumare le reni al suo stesso partito. Se Sergio Cofferati abbandona il Pd il danno che il premier fa a se stesso è incommensurabile. Ha implicitamente  confessato di avere stretto accordi innominabili con Silvio Berlusconi. Il che non depone a suo favore e lo espone alle critiche feroci di alcuni esponenti del suo partito. Che Renzi sia assetato di potere lo capiscono un po’ tutti in Italia. Dovrebbe riflettere e operare nell’esclusivo interesse del Paese. Il che a molti osservatori non sembra. Il fatto stesso che si sia circondato di incompetenti lo dimostra. Non è ancora troppo tardi per rimediare ma finché è in tempo valuti le proposte che possano consentirgli di riprendere per davvero la marcia riformista. Gli elettori non sono stupidi, alla prima occasione glielo faranno ben comprendere. L’opportunità Matteo l’avrà quando dovrà presentare le dimissioni del suo esecutivo al nuovo capo dello Stato. Il quale, chiunque sia, gli chiederà di formare un altro governo. Per rispetto istituzionale Renzi sarà costretto a recarsi al Quirinale per confabulare con il nuovo inquilino del Colle. Non si può sapere se nel mese di febbraio in Italia ci sarà sereno, tempo variabile o tempesta. Il clima è così strano che tutto può accadere. Renzi sappia che Palazzo Chigi non è diventato sua proprietà. D’altronde, basta fare una riflessione. Secondo gli estimatori di Silvio Berlusconi, il mago di Arcore sarebbe dovuto restare in Piazza Colonna per altri vent’anni, entro lo scorso anno il cancro sarebbe stato debellato, ecc. ecc. Quando Giorgio Napolitano ha spedito il prof. Mario Monti a Palazzo Chigi, il Paese tutto (politici di destra e di sinistra compresi) era come in trance. Ha accettato il governo dei bocconiani. Poi è stato il turno di Enrico Letta. Che è stato pugnalato dall’ex sindaco di Firenze in modo vile. Le cose, come chiunque capisce, sono andate in modo diverso. Il Paese è ancora immerso nella crisi economica più grave dal dopoguerra. L’Italia si può, e si deve, risollevare e molto dipenderà da chi si insedierà al Quirinale. Matteo Renzi è avvertito. Sergio Cofferati ha colpito e il suo pugno fa molto male. A Renzi. Al Pd. All’Italia. Il premier non sottovaluti i malumori di gran arte dell'elettorato sia di destra che di sinistra. Il fatto che alle europee abbia avuto il 40,8% dei consensi non significa che gli è stata data carta bianca e che possa fare quello che vuole. Le riforme devono essere proposte nell'esclusivo interesse del Paese e non della sua bottega, del suo PdR, partito di Renzi o del suo futuribile PdN, partito della Nazione. Non tradisca il suo elettorato. A tutt'oggi sembra che lo stia facendo. La gente non è stupida e se ne rende ben conto.

Marco Ilapi

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