O si fa l'Europa o si muore!

Luigi Di Maio ha cambiato strategia, è fin troppo evidente. Tempo addietro gli hanno appiccicato l’etichetta di democristiano d’antan. Anche i democristiani della prima Repubblica, litigavano tra di loro o con i socialisti, e invocavano il "chiarimento". Ma questo chiarimento, poi, arrivava e si andava avanti. Oggi è diverso. Il bisticcio è continuo, persistente, snervante. Non ci crede più nessuno che questo esecutivo andrà avanti ancora per molto. La manovra economica da aprovare in autunno sarà "lacrime e sangue".E' più che certo.  Il pentastellato di Pomigliano d’Arco ed il leader leghista, da diverse settimane se le stanno dando di santa ragione. E in pubblico. Stanno facendo una tale buriana che una persona ragionevole, non smaccatamente schierata da una parte o dall’altra, a destra, al centro o a sinistra, non può che dire: “Ma come fanno a litigare di continuo e a sostenere che debbono continuare a lavorare insieme?” Meglio sarebbe che ognuno riprendesse il suo sentiero, il suo cammino. M5S da una parte, Lega dall’altra. Per risolvere i problemi del Paese i due vice presidenti del Consiglio dovrebbero più semplicemente riflettere sui problemi dell’Italia. Che sono:

la riforma delle istituzioni, riproponendo l’abolizione di una delle due Camere;

il potere legislativo dovrebbe ritornare nelle mani della Camera o del Senato, solo in via eccezionale e di effettiva urgenza potrebbero essere adottati dei decreti legge, da convertire in legge tassativamente entro i 60 giorni previsti dall’attuale Costituzione;

ridiscutere della legge elettorale, riproponendo una legge maggioritaria per assicurare una maggioranza in grado di governare effettivamente il Paese e non accettare mai più obbrobri come il cosiddetto “contratto di governo” che non può essere preso a modello per la guida di una comunità, che sia un Comune, una Provincia, una Regione, addirittura uno Stato,  l’Italia. Questo va fatto all’inizio di una legislatura;

dare una risposta immediata alle richieste di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna di maggiore autonomia (altre regioni, come Piemonte, Liguria e Campania, si stanno accodando) e ridiscutere sugli statuti di Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna). Non possono esserci regioni privilegiate, quelle di seria A e quelle di serie B;

affrontare con determinazione il problema di un debito pubblico che a fine anno supererà i 2.500 miliardi di euro. Significa che ogni italiano ha sulle proprie spalle un debito di oltre 40 mila euro, neonati compresi! La Commissione Europea (e i Paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) non tollereranno mai che all’Italia venga concesso dei privilegi o degli sconti, stante il costante peggioramento, anno dopo anno, dei suoi conti pubblici. Adesso ci si è messa pura l’Austria a bacchettarci, come se non bastassero Moscovici e il lettone Dombrovskis. Il nodo è da risolvere e non con dei palliativi;

Occorre riflettere sul posizionamento dell’Italia in seno all’Unione Europea. Ridiscutere i trattati, lavorare per la creazione entro tempi certi degli Stati Uniti d’Europa. Il Belpaese è diventato l’anello debole del Vecchio Continente, stiamo scivolando sempre più in basso, con il debito pubblico che aumenta, inesorabilmente, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.

In Europa le decisioni debbono essere prese non più all’unanimità bensì a maggioranza, magari a maggioranza qualificata per alcuni temi particolari, considerando la popolazione dei singoli Stati.

Non esiste proprio che Paesi come Cipro (850 mila abitanti), Malta (450 mila abitanti), Lussemburgo (600 mila abitanti), Estonia (1.300 mila abitanti), Lettonia (meno di 2 milioni di abitanti), Lituania (meno di 3 milioni di abitanti), Olanda (17 milioni di abitanti), Belgio (11 milioni di abitanti), Danimarca e Finlandia (meno di 6 milioni di abitanti), Austria (meno di 9 milioni di abitanti), Slovacchia ( 5.500 mila abitanti), Irlanda (meno di 5 milioni di abitanti) possano bloccare dei provvedimenti legislativi fondamentali, come quello sulla immigrazione dall’Africa o dal Medioriente o quello  di un’indispensabile armonizzazione fiscale. E invece lo fanno continuamente.

Ben 13 stati europei hanno una popolazione complessiva di poco superiore a quella dell’Italia. Insieme sommano 67,700 milioni di abitanti. Ce ne rendiamo conto? Bisogna ritornare ad un vecchissimo adagio: O si fa l’Europa o si muore! La frase attribuita a Giuseppe Garibaldi era “O si fa l’Italia o si muore!” Sappiamo che ogni Stato procede come vuole, perché ne ha le prerogative. Occorre che l’Europa punti decisamente e senza fraintendimenti, verso un’unione politica che tagli le unghie ai cosiddetti Paesi di Visegrad, senza se e senza ma. Solo così si potrebbe recuperare un sentimento di empatia per l’Europa che verrà. Altrimenti sarà la fine di un sogno. Quello di Konrad Adenauer, Robert Schuman e Acide De Gasperi e Altiero Spinelli. Bisogna cambiare rotta, e le elezioni del 26 maggio sono fondamentali.

Marco Ilapi, 17 maggio 2019

Leggi tutto...

Lo stato confusionale di Renzi

Contro ogni aspettativa, questo Parlamento, delegittimato, composto da personaggi discussi eletti, si fa per dire, in realtà nominati dai capi partito sulla base di una legge elettorale dichiarata incostituzionale, ha scelto come presidente della Repubblica Sergio Mattarella, un uomo politico di lungo corso che il premier avrebbe voluto (e dovuto) rottamare, al pari dei D’Alema e dei Veltroni e che invece ha preferito insediare sullo scranno più elevato delle nostre istituzioni: sul Quirinale. Tutti concordi nel sostenere che Mattarella sia un signore per bene, come se il precedente inquilino del Colle fosse u mezzo delinquente. Il che non è. Fino a prova contraria, tutti in Italia, siamo persone per bene. A meno che non abbiamo qualche scheletro nell’armadio. Qualcuno, specie i giornali destrorsi come Libero e il Giornale di Sallusti, in effetti sta indagando sul passato dell’ex giudice costituzionale per trovare qualche neo che possa gettare qualche ombra sul profilo di Mattarella. La considerazione che pochi osservatori hanno fatto è che il presidente della Repubblica non po’ essere scelto dal capo del governo. Doveva essere il Parlamento ad indicare il nominativo della personalità più idonea a questo altissimo incarico istituzionale. Il che non è stato. In definitiva, continuano le contorsioni del premier. E’ contradditorio, si dichiara leader del partito democratico e impone addirittura il nome del Presidente della Repubblica. Non esiste. Hanno ragione gli esponenti degli altri partiti, sia Silvio Berlusconi, sia Angelino Alfano. L’impressione che molti osservatori hanno avuto sembra rispecchiare la realtà delle cose, dei fatti. Matteo Renzi, in modo assai spregiudicato, gioca su tre forni, non su due. E questo non va bene. Ha ricompattato il suo partito scegliendo un candidato dell’ex sinistra Dc, ma ha indicato un personaggio non di secondo piano della prima Repubblica (Matteralla, si ricordi, è stato vice presidente del Consiglio con Massimo D’Alema, più volte ministro, non certamente un homo novus). Ha irritato grandemente sia Forza Italia e Ncd, ha imbarcato Sel di Vendola. Un capolavoro di spregiudicatezza. Adesso si ricomincia. Ci sono le riforme da portare a casa. Si vedrà ben presto di che pasta è fatto il nostro premier. Che promette, promette, ma quanto a mantenerne una la strada è irta di ostacoli. Intanto per parlare della riforma della legge elettorale il buon Alessandro Milan, del Sole 24 Ore registra che è da 92 settimane che si annuncia il varo della legge. Ebbene, siamo ancora in mezzo al guado. Così è anche per la riforma del Senato. Così è per la spending review. Così è per la diminuzione della mitiche auto blu. Dovevano essere cinque per ministero, ebbene, risulta che non è stato operato alcun taglio. E poi l’indebitamento dello Stato che continua a crescere per l’incapacità dell’esecutivo di proporre dei tagli mirati delle spese che sono nella realtà dei veri e propri sprechi. Si legga la relazione (ahimè, sembra scomparsa nei cassetti di Palazzo Chigi!) di Carlo Cottarelli. Renzi non può continuare a ostentare ambiguità di comportamenti che sconcertano tutti, maggioranza e opposizione.

Marco Ilapi

Leggi tutto...

Pd, richieste le dimissioni a Cofferati. Perché non a Migliore?

Perché la stessa richiesta il premier non la rivolge, tra gli altri, ad Andrea Romano e Gennaro Migliore anziché al solo Sergio Cofferati? Il presidente del Consiglio dei ministri, nonché segretario del partito democratico, Matteo Renzi, ha pubblicamente chiesto all’ex leader della Cgil, Sergio, visto che ha abbandonato il partito che ha contribuito a fondare, di dimettersi dal parlamento europeo. Il ragionamento non fa una grinza. Debora Serracchiani, vice segretario del Pd nonché governatrice della regione Friuli Venezia Giulia, ha maliziosamente insinuato (sbagliando) che Cofferati è fuoriuscito dal Pd perché aveva perso le primarie liguri con la renziana Paita. Niente di più falso: Cofferati aveva già precedentemente avvertito i massimi dirigenti del suo partito di quel che stava accadendo in Liguria, accennando a gravi questioni di etica nella politica, con la presenza di loschi figuri nelle settimane e nei giorni immediatamente precedenti la consultazione. Dal punto di vista di chi detiene saldamente il potere è comprensibile la voglia di liberarsi di tutti coloro che possono porre degli ostacoli, dei problemi all’esercizio di questo potere. Chi è che gestisce in modo arbitrario questo potere siede nello scranno di Palazzo Chigi, il quale appare sufficientemente disinvolto nella gestione dell’attività di governo. Cofferati in questo momento storico (per l’ansiogeno delle riforme Matteo Renzi) è obiettivamente di grande ostacolo, anche, e soprattutto, per il carisma di cui gode. Si potrebbe aderire alla sollecitazione del duo Renzi-Serracchiani se analoghe pretese venissero rivolte a tutti quei deputati e senatori, sembra che superino il numero di 180, che in questo breve scorcio di legislatura hanno cambiato vessillo, o per meglio dire, si sono intruppati nel grande raggruppamento dei Voltagabbana. Il che porta a ritenere che i Parlamento dovrebbe essere mandato a casa.

Scelta Civica non esiste più, Il Pdl ha perduto dei pezzi ed è diventato Forza Italia, il Movimento 5 Stelle si sta frantumando (per colpa di Grillo e Casaleggio o altre motivazioni, non importa), è nato il Nuovo Centro Destra di Alfano, Quagliarello, Schifani e Lupi, Migliore di Sel è transitato nelle file del Pd, si potrebbe, e si dovrebbe, andare subito ad elezione per capire l’umore del popolo italiano-.

Se Cofferati abbandona il Pd deve lasciare lo scranno europeo, se Andrea Romano passa da Scelta Civica al Pd è tutto ok,  se Vincenzo D'Anna abbandona Fi e si intruppa nel Gal, va bene a Renzi. Per fare solo qualche nome, qualche voltagabbana.  C’è una evidente stortura in questi atteggiamenti incongruenti. Il nostro è un Parlamento di voltagabbana quello in carica. A rivelarlo è l'associazione Openpolis, che si occupa di accesso alle informazioni pubbliche, in uno studio ripreso dal quotidiano romano Il Tempo. Dice l'indagine che nella legislatura corrente, la XVII, al momento sono stati 155 i parlamentari "salterini". Per un totale di 187 cambi di gruppo, a testimonianza che c’è qualcuno molto indeciso che ha cambiato più di una volta. I cambia-casacca risultano sostanzialmente divisi a metà tra Camera e Senato: 76 a 79. E se le fronde (quella dei fittiani in FI e della sinistra Pd) dovessero sfociare in scissioni, i numero schizzerebbero alle stelle. Numeri elevati in specie se messi a confronto con quelli della scorsa legislatura, quella in cui si verificò la traumatica spaccatura del Pdl con l’uscita dei finiani, quando erano stati 160 i parlamentari che avevano cambiato gruppo: 120 alla Camera e 60 al Senato. Scendendo nei dettagli, dal rimescolamento guadagna il Pd, con 18 parlamentari approdati a Largo del Nazareno. Senza considerare le varie scissioni maturate in questa legislatura, come quella tra Forza Italia ed Ncd e quella tra Scelta Civica e popolari per l’Italia, in senso inverso risalta il -19 (5 a Montecitorio e 14 a Palazzo Madama) del Movimento Cinque Stelle, frutto delle espulsioni decise dal leader maximo Beppe Grillo e delle uscite legate ai maldipancia grillini. Sarebbe più che mai indispensabile se si affrontasse il problema e si obbligasse il parlamentare che vuole abbandonare uno schieramento politico (naturalmente deve essere libero di farlo) di lasciare anche lo scranno occupato vuoi a Montecitorio, vuoi a Palazzo Madama o nei consigli regionali o comunali nelle cui file è stato eletto (o nominato). Prendersela con il povero Cofferati che sembra che abbia delle ragioni da vendere nelle sue lamentazioni. Renzi se ne faccia una ragione.

Marco Ilapi

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS