Rivolta tra i grillini sulle nomine: "Non riconfermiamo Descalzi"

Doveva vincere l'ala governativa dei Cinque Stelle e perdere le donne, che nemmeno questa volta otterrebbero niente più che posti da presidente, quelli spesso definiti i suonatori di campanello. La trattativa andava avanti sottotraccia da settimane, la formalizzazione delle nomine nelle grandi aziende pubbliche va fatta entro lunedì – ultimo giorno utile in vista dell'assemblea di Eni – e i giochi sarebbero fatti. L'emergenza coronavirus aveva derubricato la faccenda a problema minore. Eppure sul filo del traguardo il dossier ha preso una piega delicatissima per i Cinque Stelle: Alessandro Di Battista e un folto gruppo di dissidenti vuol far saltare il compromesso con il Pd e un nuovo mandato per Claudio Descalzi ad amministratore delegato di Eni.
Lo schema discusso a lungo nei palazzi prevede infatti che il Movimento digerisca la conferma in blocco dei quattro amministratori delegati di Eni, Enel, Leonardo e Poste, ovvero Descalzi, Francesco Starace, Alessandro Profumo e Matteo Del Fante. Il compromesso più difficile era appunto quello sul gruppo petrolifero: il numero uno è sotto il tiro per alcune indagini e in particolare quella della Procura di Milano che l'accusa di conflitto di interessi a proposito di una società fornitrice di Eni in Congo riconducibile alla moglie. Se la lista circolata in queste ore venisse confermata, la vendetta del Movimento sarebbe comunque amara: presidente diventerebbe Lucia Calvosa, professore di diritto Commerciale a Pisa, già membro del consiglio di amministrazione di Tim e del Fatto Quotidiano, il giornale che ha fatto una campagna contro Descalzi. Accuse rilanciate ieri sera in un lungo post sulla pagina Facebook di Alessandro Di Battista e - in calce - la firma più di venti fra ex ministri (Barbara Lezzi e Giulia Grillo), parlamentari ed europarlamentari (fra gli altri Maria Edera Spadoni, Massimo Bugani, Ignazio Corrao, Michele Giarrusso, l'espulso Gianluigi Paragone). Raccontano nel Movimento che in queste ore Di Battista chiami i deputati uno ad uno per chiedere di allungare la lista del dissenso. Un modo abile per far apparire qualunque no come il sì ad un ignobile compromesso. Non è detto che il blitz riesca, ma è la conferma che ormai dentro ai Cinque Stelle non c'è più un vertice riconosciuto. Il gruppo dei dissidenti è lo stesso che ha firmato il documento contro il compromesso sul fondo Salva-Stati di Giuseppe Conte. A Palazzo Chigi ieri il nervosismo era palpabile.
Oggi a comandare nel M5S sono coloro i quali ricoprono cariche di governo: su tutti il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e il sottosegretario alla presidenza Riccardo Fraccaro. E' lui ad esempio lo sponsor del presidente designato di Enel Michele Crisostomo, già avvocato a Clifford Chance, anch'egli in passato lambito da una indagine per ostacolo alla vigilanza come consulente esterno del Monte dei Paschi. A proposito della disastrata banca senese: presidente sarà Patrizia Grieco, voluta nella scorsa tornata di nomine da Matteo Renzi ad Enel e amministratore Guido Bastianini, già numero uno di un'altra banca disastrata, Carige.
A conti fatti – se si escludono le riconferme – i Cinque Stelle otterrebbero due presidenze e due posti pesanti da amministratore delegato: Stefano Donnarumma (vicino a Fraccaro, dall'azienda dell'acqua di Roma Acea a Terna) e Paolo Simioni da Atac a Enav. Nella guerra delle poltrone soccombe a Terna Luigi Ferraris, uno dei più stimati fra quelli in uscita: per lui potrebbe esserci la poltrona di Donnarumma ad Acea. Per compensare invece il filotto degli uomini nelle cariche operative, al posto dell'attuale numero uno dei servizi segreti Luciano Carta (indicato per la presidenza di Leonardo) potrebbe essere nominata Elisabetta Belloni, attuale segretaria generale della Farnesina. Sempre che il blitz di Di Battista non faccia saltare tutti gli equilibri.

Augusto Barbera e Ilario Lombardo – La Stampa – 19 aprile 2020

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“Vado al mare, sono una parlamentare”

Sara Cunial, l'ex grillina multata sulla strada per Ostia. Dopo la sanzione la deputata Cunial non torna indietro. Ora potrebbe scattare la denuncia penale. «Sono una parlamentare e nell’esercizio delle mie funzioni sto andando al mare». Una delle prime multate a Roma, a un posto di blocco anti scampagnata della polizia municipale è stata lei, Sara Cunial, deputata eletta col Movimento 5 Stelle poi espulsa, e ora nelle fila del gruppo misto. Pizzicata sulla sua macchina, da sola, all’inizio della via del Mare, una delle arterie che collega la capitale al suo litorale, l’onorevole ha tentato di convincere la pattuglia di servizio che il giorno di Pasquetta stesse andando al mare per lavoro. Specificando la commissione di cui fa parte, la XIII, Agricoltura — e prima ancora l’VIII Ambiente, territorio e lavori pubblici. Agli agenti della polizia locale è comunque sembrata una scusa, anche alla luce del fatto che ieri il Parlamento era chiuso. E così nei suoi confronti è scattata la sanzione da 248 euro prevista dal decreto. In prima battuta pare avesse detto di voler raggiungere il mare, poi si è subito corretta spiegando di doverlo fare per motivi istituzionali, essendo parlamentare in carica. Ora la sua pratica è passata al Comando generale dove sarà deciso se oltre alla sanzione economica la Curial sarà denunciata, visto che, malgrado la sanzione, ha tirato dritto per la sua strada, compilando l’autocertificazione, raggiungendo quindi il litorale invece di fare dietrofront e tornare a casa. Eletta nel 2018 col Movimento 5 Stelle la deputata quarantenne, una delle più convinte no vax, fu espulsa una prima volta a pochi mesi dalla sua vittoria in Parlamento per un post pubblicato sul suo profilo Facebook in cui paragonava le vaccinazioni a un «genocidio gratuito». Perdonata dai probiviri, fu di nuovo e definitivamente cacciata il 17 aprile dello scorso anno quando intervenendo sulla questione della xylella e degli ulivi pugliesi, definì la linea del M5S «uno scempio in nome e per conto delle agromafie». Da allora passò al gruppo misto ma a quanto pare non si occupa nello specifico della questione coste laziali che in questo particolare momento storico, non è una priorità del Paese, né un’emergenza tale da dover eseguire sopralluoghi nel giorno di Pasquetta. In termini di originalità l’onorevole di Bassano del Grappa è stata superata, a Roma, solo da uno sportivo che, pensando di eludere i controlli via terra, è entrato in un parco, a Colle Preneste, lanciandosi con un paracadute. Anche per lui è scattata ovviamente la sanzione, anche se, una volta beccato almeno non ha usato scuse professionali.

Federica Angeli - la Repubblica – 14 aprile 2020

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Quello che non dicono o non ricordano i nemici del Cattivissimo Mes

Con varie sfumature di ipocrisia, Salvini, Meloni e il M5s (costretto ora alle capriole per difendere Conte) hanno trasformato la battaglia contro il Fondo salva stati nella loro principale battaglia identitaria. Perché la battaglia contro il Fondo salva stati è lo specchio perfetto del cialtronismo populista. Appunti per il futuro L’incredibile e per certi versi spassoso dibattito nato attorno al Meccanismo europeo di stabilità (il famoso Cattivissimo Mes) ha avuto il merito di illuminare due fuochi importanti del dibattito politico italiano. Un primo fuoco è quello che abbiamo illuminato la scorsa settimana ed è un fuoco che riguarda l’Europa, che nonostante mille difficoltà ha mostrato di essere più viva che mai e nel giro di un mese ha mobilitato risorse per 2.700 miliardi di euro (tra Bce, fondo Sure, Bei, allentamento dei patti di stabilità e modifiche delle clausole del Mes) e ha creato le condizioni per mobilitare altri 3.000 miliardi di euro (che verranno messi in circolo nel giro di pochi mesi attraverso i bond utilizzando un sistema di emissione di titoli di stato europei già previsto nel fondo Sure contro la disoccupazione). Il secondo fuoco, che è quello che merita di essere passato in rassegna oggi, riguarda invece tutti coloro che con varie sfumature di ipocrisia, al grido di “dateci gli Eurobond”, hanno scelto di trasformare la battaglia contro il Mes nella loro principale battaglia identitaria, e studiare i soggetti che hanno scelto di presidiare questo fronte può essere utile per mostrare la strumentalità delle loro posizioni. I nemici del Mes rimproverano il governo di aver calato le brache e di aver attivato il fondo all’insaputa del Parlamento (sono minchiate: l’Europa ha trovato un compromesso per modificare il Mes e permettere ai paesi più in difficoltà di avere accesso a linee di credito del Fondo salva stati senza condizionalità fino a somme pari al due per cento del pil nazionale per spese dirette e indirette legate alla sanità, il Mes non è stato attivato ma è stata solo modificata una clausola del suo utilizzo) ma più che concentrarsi sul merito delle critiche è interessante studiare il pulpito delle critiche e da questo punto di osservazione si scopriranno cose interessanti. Si scoprirà, per esempio, che il governo che ha trattato per modificare in modo strutturale il Fondo salva stati non è quello contro cui Salvini oggi lotta ma è quello di cui Salvini era azionista di maggioranza fino a un anno fa, ai tempi in cui il suo notorio garbo istituzionale lo portava a pontificare in mutande alla nazione da una discoteca della riviera (gli ammiratori di Orbán e di Putin che denunciano la dittatura di Conte potrebbero dare sollievo ai comici italiani da mesi disperati per la perdita al governo della naturale comicità veicolata da Toninelli). Si scoprirà, per esempio, che i maître à penser dei nemici del Fondo salva stati, pensiamo per esempio all’onorevole Giulio Tremonti, economista di riferimento dell’internazionale sovranista del nostro paese, erano gli stessi che dieci anni fa si attivarono per istituire il Mes e come ha ricordato sabato scorso su Twitter il nostro Luciano Capone “l’istituzione del Mes fu decisa nel 2011, con l’Eurogruppo dell’11 marzo, con Giulio Tremonti presente, e con il Consiglio europeo del 25 marzo, con Silvio Berlusconi presente, e in quelle occasioni si modificò l’articolo 136 del Trattato Ue proprio per consentire agli stati della zona euro di istituire il Mes”.

Si scoprirà, ancora, che il leader di uno dei molti partiti che oggi criticano il Mes, come ha giustamente ricordato Giuseppe Conte venerdì scorso in conferenza stampa, nel 2012 faceva parte della stessa maggioranza che ratificò in Parlamento la modifica del Mes e per quanto possa essere dura per Giorgia Meloni ammetterlo, di quella maggioranza faceva parte anche lei, ed è vero che il giorno della firma del Mes in Parlamento Giorgia Meloni non c’era ma è anche vero che Giorgia Meloni all’epoca scelse di rimanere nel Pdl e di sostenere il governo Monti nonostante il voto favorevole che il suo vecchio partito diede al Mes. Si scoprirà tutto questo ma si scoprirà anche molto altro e si scoprirà per esempio che la stessa Giorgia Meloni che oggi rimprovera al governo Conte di non aver combattuto a sufficienza per portare a casa gli Eurobond un anno fa scelse di invitare come ospite d’onore ad Atreju lo stesso leader della destra olandese Thierry Baudet che la scorsa settimana è risultato essere il primo firmatario di una delle risoluzioni al Parlamento dell’Aia che hanno impegnato il governo dei Paesi Bassi a non accettare né Eurobond né allentamento delle condizionalità per accedere al Mes. Si scoprirà tutto questo ma si scoprirà molto altro e si scoprirà che lo stesso Movimento 5 stelle che aveva scritto nel suo programma elettorale di voler abolire il Fondo salva stati (salvo aver dato lo scorso anno mandato all’ex ministro dell’Economia Giovanni Tria di trattare in Europa per modificare il Mes, e non per abolirlo) oggi è costretto a fare le capriole per difendere il proprio presidente del Consiglio che il Mes non lo ha attivato, certo, ma che comunque dal Cattivissimo Mes prenderà circa 34 miliardi di euro, senza condizionalità, per finanziarie alcune spese sanitarie, e che come spesso gli è capitato negli ultimi due anni per tentare di dare credibilità all’Italia dovrà fare di tutto per non dare credibilità alle promesse elettorali del suo partito di riferimento. Si scrive Mes, si legge Italia.

Claudio Cerasa – Il Foglio – 13 aprile 2020

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