Il promemoria per Bruxelles

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Gli italiani chiusi in casa da settimane, o che ancora combattono in ospedale, non meritavano questo: che i giorni più lunghi della Repubblica, invece dei loro, diventassero quelli che ci separano dal Consiglio europeo del 23 aprile, quando si dovrebbe stabilire come e quanto faranno i nostri soci della Ue a favore dei Paesi più duramente colpiti dal coronavirus. Saranno i giorni più lunghi del nostro Dopoguerra perché dall’appuntamento del 23 dipendono i futuri rapporti tra l’Italia e l’Europa, come dire il destino di entrambe. E lo saranno anche perché, con i mutamenti economici e geopolitici che una rottura potrebbe innescare, oltre alla nostra ripresa sarà in gioco la nostra democrazia, insidiata, ben più che dagli aiuti cinesi o russi, da chi in casa nostra passa con grande agilità dall’amore per Putin a quello per Trump, da chi vorrebbe «pieni poteri» e si allea volentieri con le ali estreme di populisti e sovranisti europei, compresi quelli olandesi che di questi tempi alimentano il «rigore» anti-italiano. Giuseppe Conte sbaglia quando dice che l’opposizione di Salvini e quella della Meloni (Berlusconi e Tajani hanno seguito una linea molto più moderata dopo la riunione dell’eurogruppo) indebolirà la posizione italiana al vertice del 23. Semmai, le dure polemiche del dopo-eurogruppo sono servite da promemoria per gli altri governi della Ue, Germania in testa, e la posizione negoziale italiana potrà semmai avvantaggiarsene. Ma questo non basterà se il premier non correggerà gli altri errori, per ora di forma, che egli stesso è andato delineando. Al centro della contesa, come ormai ben sappiamo, sono i tanto sospirati Eurobond. L’emissione cioè di debito comune garantito dall’Europa e destinato al finanziamento massiccio (si calcola che servano 1.500 miliardi di euro) degli investimenti che dovranno combattere la scontata recessione economica del dopo-virus. Ma non si può dimenticare oggi che in passato il termine Eurobond, sempre sollecitato dall’Italia, veniva visto da parecchi altri membri dell’unione come una sorta di cavallo di Troia, una italica furbizia per far pagare anche agli altri il nostro pesantissimo debito pubblico, la nostra inefficacia nella lotta all’evasione, insomma la nostra finanza allegra se paragonata a quella regolata e severa dei protestanti del Nord. Basterebbe questo (anche perché certi sospetti altrui non erano del tutto infondati) per evitare riferimenti continui e diretti agli «Eurobond», o anche ai Coronabond. E dovrebbe bastare questo per non annunciare, come invece ha fatto Conte, che se nelle carte del 23 non ci saranno gli Eurobond l’Italia non firmerà. O persino, come lo stesso Conte ha detto in altre occasioni, che se l’Europa non acconsentirà l’Italia «farà da sola». Come non si sa, ma quel che conta in questa vigilia negoziale è che le promesse di Giuseppe Conte suonano nelle Capitali che dobbiamo convincere come una via di mezzo tra la minaccia e la provocazione. E l’italia non è, salvo a sopravvalutare pericolosamente il nostro potere contrattuale, nella posizione di trattare con la pistola sul tavolo. Il capo del governo italiano farebbe bene, piuttosto, a puntare sugli «strumenti innovativi» già evocati dall’eurogruppo su proposta della Francia senza qualificarli in partenza, e farà bene (e di questo siamo certi) a battersi con la massima determinazione per ottenere che l’Europa capisca anche in termini finanziari il bisogno non di solidarietà verso di noi ma di lucidità verso il proprio futuro scosso dal coronavirus. Forse da questa fermezza potrà nascere un breve rinvio a un altro vertice, ma soprattutto dovrà risultare chiaro, e la parola Eurobond non lo chiarisce, che non stiamo chiedendo aiuti per pagare i nostri debiti passati, che gli stanziamenti sostanziosi e rapidi serviranno (a tutti) esclusivamente per lottare contro quanto resta dell’epidemia e le sue conseguenze recessive immediate. Come del resto è accaduto nel Mes, dove una fetta di prestiti è priva di clausole condizionali future purché venga utilizzata soltanto contro il virus e le sue ricadute. Se l’Italia andasse al vertice con un approccio radicale e aggressivo sulla spinta delle polemiche interne, le probabilità per Conte di dover riconoscere una sconfitta aumenterebbero. Il suo sarebbe del «salvinismo inconsapevole», perché comporterebbe conseguenze già oggi intuibili. Frau Merkel, messa con le spalle al muro, non potrebbe cedere e non potrebbe esercitare la sua influenza su Olanda e Austria. Macron non potrebbe andare alla rottura con la Germania per restare nostro alleato, come è stato sin qui. L’Italia si scoprirebbe isolata dai «grandi», premessa questa della sconfitta. E nella nostra politica interna i meriti accumulati sin qui da Conte nella guerra al virus lascerebbero il posto a orizzonti incerti. È stato il Financial Times, qualche giorno addietro, a dedicarci un’intera pagina per constatare come da noi non solo l’opinione pubblica ma anche politici di vario orientamento siano diventati freddi, se non ostili, nei confronti dell’Europa. E a chiedersi se l’unione stia perdendo l’Italia, una specie di Brexit strisciante. Il rischio esiste, e non soltanto per colpa delle divisioni e degli egoismi europei. Quanti cittadini elettori sanno che la Bce nel mese di marzo ha comprato 12 miliardi di debito italiano, e che entro la fine dell’anno ci garantirà una copertura di 220 miliardi? E la sospensione del patto di Stabilità, le nuove elargizioni della Banca europea degli investimenti (Bei), il nuovo fondo contro la disoccupazione, quanti se li ricordano o li citano invece di polemizzare a colpi di propaganda? Conte il 23 vada sì a combattere, ma senza cancellare dalla sua strategia il Paese reale che ha alle spalle.

Franco Venturini  - Corriere della Sera – 14 aprile 2020

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Un altro errore sulla Libia

Il cirenaico Haftar spara a volontà, il tripolino Serraj sospende la sua partecipazione al negoziato militare di Ginevra, e così le residue speranze di stabilizzare la Libia affogano in un mare di parole che vede l’Italia tra i più loquaci protagonisti. Aveva cominciato, nella corsa ai proclami ad uso interno, la tanto attesa conferenza di Berlino che pur di non fallire subito ha prodotto a cuor leggero un lungo elenco di traguardi irraggiungibili. Riuscendo in tal modo a fallire dal giorno dopo, quando si è visto che la tregua d’armi non reggeva, che le forniture di armi provenienti dai padrini dei due schieramenti continuavano imperterrite, che Turchia con Serraj e Russia con Haftar accentuavano la loro presenza sul terreno invece di ridurla, che gli Usa guardavano dall’altra parte e che l’Europa rimaneva divisa e inefficace malgrado i suoi indiscutibili interessi in Libia. Poi, fatto più unico che raro, è stata l’Onu ad alzare la voce osservando che l’embargo sulle armi «somigliava ormai a una barzelletta». Il giorno dopo, lunedì scorso, si riuniva il Consiglio dei ministri degli Esteri europei. Non poteva più far finta di niente, e incassare l’accusa di far ridere. Doveva decidere «qualcosa», e così è stato. Ma questa volta accanto alla consueta retorica diplomatica c’è stato il coinvolgimento di forze militari, con una approssimazione che non fa ben sperare. Anche perché subito dopo Haftar ha lanciato i suoi missili sul porto di Tripoli, e Serraj ha abbandonato i negoziati militari che dovevano consolidare la tregua.

Per capire meglio occorre fare un passo indietro, al nostro governo gialloverde nel quale Matteo Salvini era l’uomo forte. Fu quel governo italiano, e fu Salvini con la sua politica dei «porti chiusi», ad azzoppare la missione navale Sophia che doveva pattugliare il Mediterraneo nell’ambito della lotta ai trafficanti di carne umana. Sophia, si disse, moltiplicava il numero di migranti aumentando le loro probabilità di salvezza, dunque andava stroncata. Così fu. Ma l’idea circolava ancora in Europa, con Germania, Francia e Spagna favorevoli, Austria e Ungheria contrari per paura di nuovi rifugiati (che peraltro in Ungheria non entrano), e il nostro ministro degli esteri Di Maio, senza darlo troppo a vedere, d’accordo con Vienna e con Budapest. Non per copiare la dottrina Salvini, bensì stavolta per evitare che Salvini potesse impallinare il governo giallorosso con accuse di cedimento sul tema sempre sensibile dei flussi migratori.

Ecco allora che con il varo di una nuova operazione aeronavale «interamente diversa da Sophia» l’Europa ha formalmente sovrapposto il tema migranti e il tema Libia, al punto che se venisse constatato un «effetto richiamo» per i trafficanti anche nella nuova zona di operazioni, le navi verrebbero subito spostate o rinviate nei loro porti. Il che stabilisce, fino a prova contraria, una chiara priorità: per i Paesi europei e per l’Italia in particolare, visto che a differenza di Austria e di Ungheria noi il mare lo abbiamo intorno, il contenimento dei migranti conta molto più di quello delle forniture d’armi ai protagonisti della guerra civile libica. 

E non basta, perché Di Maio, oltre all’operazione aeronavale, ha vagamente ipotizzato anche una componente terrestre «se le autorità libiche la autorizzeranno». Ma quali autorità libiche visto che sono almeno due, per vegliare su quali confini, con quale viatico Onu, con quali regole di ingaggio? Forse il ministro alludeva a un indiretto rafforzamento delle operazioni franco-americane nel Sahel, oppure siamo ancora alle parole incaute? Nell’attesa si deve rilevare che l’alto rappresentante per la politica estera Ue, lo spagnolo Borrell, si è precipitato a frenare. 

Anche il solo aspetto aeronavale del nuovo progetto, peraltro, è ricco di interrogativi ai quali stanno già lavorando gli esperti nella speranza di far partire l’operazione a fine marzo. Se le navi della missione coglieranno sul fatto navi militari turche dirette a Tripoli, cosa faranno concretamente considerando che ci si troverà tra soci della Nato? Haftar, molto più facilmente di Serraj e della Tripolitania, può ricevere le sue forniture belliche via terra attraverso il confine egiziano: non si rischia di bloccare la Turchia e il Qatar e di dare invece poco fastidio agli Emirati, alla Giordania, all’Arabia Saudita, alla Russia che servono la Cirenaica? L’operazione, spostata a Oriente, sarà comunque ricattabile dai trafficanti di esseri umani, basterà aumentare il numero dei barconi in quell’area e le navi toglieranno il disturbo. 

Anche a volerci fermare qui la nuova missione, che non ha ancora un nome e nemmeno un comandante mentre quello di Sophia era italiano, sembra disegnata per radicalizzare ulteriormente la partita per il predominio nel mondo sunnita (pro e contro i Fratelli musulmani) che i Paesi islamici con l’aggiunta della Russia combattono in Libia, sulla pelle dei libici e anche dei migranti. Con ampi margini di ambiguità: quelli che abbiamo brevemente citato, ma anche il doppio gioco di Mosca che con Lavrov in visita a Roma invoca l’onu e nulla dice dei suoi mercenari alle porte di Tripoli, che litiga con la Turchia in Siria ma ci va d’accordo in Libia. E anche l’america di Trump che nulla dice del blocco petrolifero imposto da Haftar dopo averlo indicato come linea rossa insuperabile (forse lo spettacolo di un’europa nei guai non dispiace al presidente in campagna elettorale?). E anche tutti quanti vanno ripetendo che in Libia «non esiste una soluzione militare». Sarà anche vero, ma alla fine pure gli europei hanno dovuto tirar fuori l’effetto dissuasivo di navi bene armate. Con il rischio che gli altri siano disposti a sparare e noi no.

Franco Venturini - Corriere della Sera - 21 febbraio 2020

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Un’Europa in cerca di difesa

Da quando russi e americani hanno cancellato di comune accordo (anche se non lo ammetteranno mai) il trattato Inf che vietava gli euromissili, la questione della sicurezza europea ha acquistato una nuova urgenza. Troppo passivo davanti alle nuove minacce del dopo-guerra fredda e troppo sicuro di una protezione statunitense meno scontata di un tempo, il Vecchio Continente ha incassato a fatica i dissensi transatlantici degli ultimi tre anni. E ora che aumentano le probabilità di rielezione di Donald Trump alla Casa Bianca, in Europa cresce in parallelo un inedito tormento strategico: dove e con quale consenso sociale si possono trovare le risorse per far avanzare il progetto della difesa europea, oppure quello, più realizzabile, di un pilastro europeo all’interno della Nato e dell’alleanza con l’america? Come evitare di essere schiacciati in un futuro prossimo dalla tenaglia strategica e tecnologica Usa-cina, con la Russia che non starà certo a guardare? E ancora, come promuovere l’unità di intenti almeno tra i principali Stati della Ue, essendo chiaro a tutti che non può esistere una sicurezza comune senza volontà politica comune?

La Russia e la Turchia, davanti al tardivo risveglio dell’unione, hanno avuto di recente l’involontaria cortesia di offrire all’Europa un banco di prova capace di collaudare le sue nuove inquietudini: la Libia. Un conflitto a noi vicino, legatissimo agli interessi europei a cominciare da quelli italiani, e per di più osservato con scarso interesse dagli Stati Uniti che più volte hanno invitato gli alleati a provvedere per proprio conto. Ebbene, se di collaudo si è trattato va detto che i risultati sono stati sin qui assai deludenti. Alla vaghezza retorica e agli errori passati dell’Italia si sono aggiunti i timori di fallimento della Germania, e così la conferenza di Berlino è diventata un esercizio diplomatico troppo affollato che ha prodotto un libro dei sogni senza impegni precisi da parte di chi tiene il dito sul grilletto. Tutti hanno detto «sì» ma ognuno si regola come vuole, la tregua e lo stop ai rifornimenti militari sono rimasti concetti in gran parte astratti, si parla anche in Italia di «missione europea» senza precisarne il ruolo e senza valutarne le necessarie premesse, restano inevasi interrogativi come quello che riguarderebbe Misurata (dove c’è un ospedale italiano protetto da forze italiane) nel caso il cirenaico Haftar decidesse di attaccarla. Prospettive Il problema è evitare di essere schiacciati dalla tenaglia Usa-Cina, con la Russia sullo sfondo e le linee del confronto militare disegnano di fatto una spartizione della Libia che nessuno dichiara di volere. Se la Libia è un ass"ggio delle potenzialità di una nuova sicurezza europea, il meno che si possa dire è che resta moltissimo da fare. Ma sul tavolo dell’Europa prossima ventura non c’è soltanto la Libia. C’è, anche, quel Boris Johnson che ha appena celebrato la parte più facile della Brexit e si prepara a una guerra negoziale con Bruxelles su quella più difficile. Non solo, perché resta da scoprire quale sarà la politica estera di Johnson. Quella nazionale e spesso vicina all’europa esibita in tema di Huawei e 5G, oppure quella appiattita sugli Usa (i precedenti non mancano) mostrata pochi giorni dopo elogiando, nell’imbarazzo degli altri alleati, il «piano del secolo» di Trump sul conflitto israelo-palestinese? L’interrogativo è cruciale, perché gli europei vorrebbero mantenere inalterata, se non allargare, la collaborazione con Londra in tema di sicurezza e di difesa. Cosa che potrebbe non piacere a Washington, particolarmente in campo industriale. C’è la nevrosi politica tedesca davanti al de"lino dei partiti tradizionali e della cancelliera Merkel, che si traduce in un indebolimento dell’intero progetto europeo. Poi c’è la Francia, diventata grazie al divorzio con Londra l’unico Stato europeo a possedere un seppur modesto arsenale nucleare. Cosa intendeva Emmanuel Macron quando nei giorni scorsi si è detto disposto ad associare altri Paesi europei al potere deterrente della Force de frappe? L’Eliseo ha respinto un suggerimento venuto da un parlamentare tedesco volto a porre limiti. Se la Libia è un assaggio delle nostre potenzialità, resta moltissimo da fare le forze atomiche transalpine sotto comando Ue o Nato, ma se esiste davvero una via alternativa da mettere al servizio dell’autonomia strategica dell’Europa, fin dove vorrà e potrà spingersi un Macron che alle ultime europee ha soltanto pareggiato con Marine Le Pen e che tra poco dovrà affrontare una nuova campagna presidenziale? Di certo le parole del capo dell’Eliseo hanno fatto risuonare un campanello in molte cancellerie europee a cominciare da quella di Berlino, e le prospettive della mezza apertura di Parigi sembrano migliori, e soprattutto meno divisive, del coinvolgimento della Russia sollecitato da Parigi. L’Italia, se non fosse per l’industria della difesa che di norma difende bene occasioni e interessi, brillerebbe per la sua assenza da un simile dibattito. Indipendentemente dalla sorte futura dei progetti europei, si tratta di un errore non nuovo che soltanto in parte può essere giustificato dalla demagogia propagandistica e dalle liti permanenti che caratterizzano la nostra politica interna. A mancare è una consapevolezza fondamentale, che la pace si difende con una valida struttura di sicurezza, non con l’arrendevolezza, la vulnerabilità o l’incertezza dei trattati. Anche perché così si lascia spazio a una non nuova suggestione di certa destra americana, secondo cui l’Italia starebbe meglio rompendo con l’Europa e assumendo, con l’aiuto Usa, una ipotetica quanto poco probabile leadership nel Mediterraneo. Come dirci che continuiamo a essere il ventre molle dell’Europa, quello che più facilmente può essere allontanato dai suoi veri interessi nazionali.

Franco Venturini – Corriere della Sera – 12 febbraio 2020

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