Scontro sul Mes nella maggioranza Pil, il calo del 9%

Sul Mes lo scontro nel governo è ormai visibile, sul resto le tensioni tra M5S e Pd stanno per deflagrare, perché — come ha confidato giorni fa Zingaretti — «la situazione è più disperata di quel che si vede». Sull’uso dello strumento finanziario europeo il segretario del Pd rende pubblica la posizione del suo partito anticipata la scorsa settimana da Franceschini a Conte, tra le urla di un vertice che è parso la premessa della crisi. È una linea rappresentata oggi da un vasto schieramento che accomuna Bersani e gli industriali, che unisce Prodi e Berlusconi, convinto a sganciarsi dagli alleati del centrodestra siccome «sarebbe oggi un clamoroso errore rinunciare al Mes senza condizionalità». Il capodelegazione del Pd l’aveva già spiegato a un premier recalcitrante che «non potremo fare a meno di un prestito a tasso zero garantito dalla Bce», ché poi è la tesi sostenuta fin dall’inizio da Renzi, secondo cui «l’italia dovrà usare ogni risorsa offerta dall’europa per non finire sbranata sui mercati dagli squali». Conte venerdì aveva resistito per tentare di non perdere i grillini al suo gabinetto, e ieri Di Maio ha usato le sue stesse parole per dire no al Mes e inchiodare il premier alle sue contraddizioni. Lo showdown nella maggioranza è già iniziato, per ufficializzarlo si attende «l’esito degli incontri» a Bruxelles, come ha sottolineato Zingaretti. Ma le emergenze nazionali provocate dall’emergenza Covid–19 non si limitano ai problemi economici. E nel governo c’è la consapevolezza che il Paese non è pronto per la «fase due». Fonti qualificate raccontano che la task force guidata da Colao, appena insediata, è già finita «nelle sabbie mobili», se è vero che alle prime riunioni hanno partecipato anche «i capi gabinetto dei ministeri» come fossero vigilantes: «E se quelli del comitato non stanno attenti — ha commentato un autorevole ministro — gli staccano anche la linea del telefono». segreti». C’è poi l’anpal, che dovrebbe garantire le politiche attive, «ma che finora non ha fatto nulla», al punto che la pd Gribaudo in Parlamento ha chiesto formalmente la testa del presidente. E ancora non è arrivata «la bufera», che nelle previsioni incrocerà la fine del lockdown e le ripresa delle attività produttive, con le tensioni crescenti tra istituzioni nazionali e locali che si accavalleranno alle esigenze diverse di imprese e sindacati, mentre gli istituti internazionali pronosticano per il 2020 un crollo del Pil italiano a cavallo della doppia cifra. Perciò ministri democratici e grillini sono consapevoli che «l’attuale governo non potrà reggere l’onda d’urto», anche perché «pure dal Colle si avvertono segnali di scollamento». È chiaro che il nodo europeo sarà dirimente, ma il grumo di problemi irrisolti ha portato nei gruppi parlamentari del Pd la fibrillazione a un punto che Conte viene ormai vissuto come «il moderno rappresentante del cadornismo», il generale della disfatta di Caporetto: «Tipico tratto di una classe dirigente non all’altezza del momento storico, che accentra i poteri tranne poi scaricare le responsabilità». In questo contesto è surreale la baruffa che si è scatenata ieri in Vigilanza Rai sul ruolo dell’emittente pubblica. Ed è tale la distanza tra Pd e 5S che nelle chat dem circola un tweet del renziano Faraone, secondo cui «il tg Uno è diventato il Giggiuno», con chiaro riferimento alle presenze televisive di Di Maio. L’affaire-mes potrebbe diventare il detonatore della crisi latente, anche perché «se il Mes verrà attivato — come ha scritto un dirigente grillino ai colleghi del Movimento — non sarà in mio nome. Ma in nome del governo Draghi».

Francesco Verderami – Corriere della Sera – 15 aprile 2020

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I dubbi e i sospetti tra gli alleati. Dopo le nomine il governo rischia

Qualcosa non va nel governo, se l’altra notte dopo l’eurogruppo da palazzo Chigi hanno preso a chiamare i Responsabili: come se il problema fosse la tenuta della maggioranza e non la tenuta del Paese. C’è un motivo se ieri sera, per la prima volta, Conte ha lasciato trasparire il proprio nervosismo, ingaggiando uno scontro con l’opposizione che cancella quanto rimaneva del clima di «unità nazionale», per il quale si era adoperato il capo dello Stato. Quei toni — poco consoni per un premier chiamato a gestire una drammatica emergenza — sono parsi un diversivo per celare le difficoltà politiche nella coalizione, per mettere la sordina alle tensioni con gli alleati che non hanno gradito il modo in cui è stata gestita la trattativa con l’Europa. Ma la disputa tra «Mes e Bond» è solo la punta dell’iceberg del malcontento nella maggioranza. Il tema vero è che dopo undici conferenze stampa scandite da annunci, nessun provvedimento varato dal governo è ancora operativo, tanto che il leader del Pd due giorni fa ha sentito l’urgenza di rivolgersi a Conte con un tweet disperato, e manco fosse un esponente dell’opposizione gli ha scritto «Fare presto», evocando il famoso «Fate presto» che nel 2011 anticipò la caduta di Berlusconi. Dietro il messaggio c’è l’umore del Pd che — racconta un suo autorevole dirigente — si sente «nella buca»: «L’Europa ci ha fatto una pernacchia; i cittadini non hanno visto finora un euro; le casse previdenziali come l’Inps sono gestite in modo fallimentare; e noi ci chiediamo quanto a lungo potremo sostenere questo governo». Tutto ha un tempo in politica. Dopo Pasqua, per esempio, andrebbero in scadenza i vertici delle sette grandi aziende a partecipazione statale: Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna, Enav, Mps. Un mese fa era stato ipotizzato il rinvio delle nomine con un comma da inserire nel decreto Cura Italia. Poi il comma è saltato perché il Tesoro ha bisogno dei dividendi che quelle aziende stanno per distribuire. Intanto nel governo, nonostante Covid-19, sono riusciti a dividersi — parola di un vice ministro — «tra chi auspica un confronto con le opposizioni e chi punta al “tutto nostro e subito”». Con i grillini che, non potendo toccare gli amministratori delegati, mirano alle presidenze. Con i renziani che chiedono un rappresentante in ogni azienda. E con i democratici che vorrebbero modificare a proprio vantaggio le quote di potere stabilite quando nacque l’esecutivo. Se Conte sta meditando in queste ore un rinvio in extremis delle nomine è perché gli è stato spiegato che — una volta terminata la spartizione — gli alleati potrebbero dargli il benservito. Anche a palazzo Chigi deve essere arrivata voce del modo sibillino in cui Renzi chiude sempre le discussioni sul futuro: «Aspettate maggio...». Ma non è solo il capo di Iv ad avvertire la necessità di un nuovo governo, dato che nel Pd e tra i 5S si sentono gli stessi ragionamenti. Solo che nessuno vede le condizioni per un cambio imminente, perché — come sussurra un importante rappresentante grillino — «la vera assicurazione sulla vita di Conte sono i populisti. Per ora». E Conte prova a dilatare quel «per ora» con la tattica del rinvio, si circonda di commissioni e commissari come fossero cavalli di frisia, annuncia l’arrivo di un manager come Colao per la «fase due» dell’emergenza e lo inserisce in un mega comitato tecnico scientifico, mentre gli imprenditori suggerivano una task force snella «non più di cinque persone, una per settore». D’altronde i sondaggi («per ora» sottolineano gli alleati) lo rendono intoccabile, perciò nessuno («per ora» avvisano gli avversari) intende andare allo show down. Ma chi lo frequenta pressoché quotidianamente descrive i suoi sbalzi d’umore: «Un giorno si fa forza della sua carica, il giorno dopo si preoccupa fino all’eccesso. Forse sente che il bivio si avvicina». In fondo Conte ha le sue ragioni: è complicato gestire una crisi senza precedenti dovendo fronteggiare contemporaneamente tutti i Rutte d'Europa, la burocrazia romana, i sindaci, i governatori, Salvini e la Meloni. Ma se poi l’esecutivo si presenta in Parlamento con un decreto elaborato venti giorni prima, dimenticando la bollinatura della Ragioneria generale e smarrendo persino il testo del provvedimento, vuol dire che davvero nel governo c'è qualcosa che non va e bisogna «fare presto». O diventa troppo tardi.

Francesco Verderami – Corriere della Sera – 11 aprile 2020

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Prove (difficili) di unità nazionale

Gli applausi bipartisan rivolti a Draghi erano un modo per esorcizzarlo. Perché è vero che nel Palazzo tutti discutono sull’ipotesi di un governo retto dall’ex presidente della Bce, e molti lo pronosticano in carica «entro l’estate». Ma sia chi lo invoca sia chi lo contrasta è consapevole che una simile soluzione avrebbe sulla politica l’effetto della «livella», rappresenterebbe il commissariamento dell’attuale classe dirigente, sarebbe — per usare le parole di un ministro — «il default di un’intera generazione». E allora si capisce come mai Draghi, dopo l’articolo scritto per il Financial Times, sia stato sommerso dagli elogi ma tenuto a debita distanza. E si capisce perché il suo intervento abbia imposto a ogni leader di cambiare il proprio atteggiamento.

Il giorno prima di Draghi, per esempio, Conte non aveva accennato all’unità nazionale nel suo discorso alla Camera, nonostante le esortazioni di Mattarella e le pressioni degli alleati democratici. Il giorno dopo Draghi, lo stesso Conte ha rilanciato l’unità nazionale nel suo discorso al Senato, invitando i rappresentanti dell’opposizione a Palazzo Chigi. Ed è chiaro che l’ha fatto per provare a proteggersi. Si vedrà peraltro fino a che punto il premier vorrà condividere con il centrodestra la gestione di questo passaggio drammatico, se in nome della «coesione» sarà pronto a confrontarsi sui provvedimenti economici ma anche sulle centinaia di nomine da varare entro la metà di aprile.

Di certo c’è che nel giro di ventiquattro ore è cambiato tutto, nel senso che l’esternazione di Draghi ha imposto un’accelerazione a processi politici comunque già in atto. Nel corso della segreteria del Pd, Zingaretti ha tentato di porre un argine al precipitare degli eventi, sostenendo che «parlare di un governo Draghi serve solo a indebolire il governo». Ma quale governo: quello delle liti tra il premier e il titolare dell’economia sugli strumenti da adottare per le misure emergenziali? O quello delle divergenze di vedute sulla politica estera tra il titolare della Farnesina e il responsabile della Difesa?

«Il governo è finito», diceva ieri un autorevole esponente dem al termine di una riunione del gruppo della Camera. E la notizia — filtrata sui media tedeschi — di una «forte irritazione» della Merkel per i toni usati da Conte durante il vertice europeo, veniva commentata con un secco: «Lo stanno mollando». Franceschini, che si sta sfiancando a Palazzo Chigi nel tentativo di reggere la baracca, esorta i compagni di partito a mantenere la calma: «Dobbiamo arrivare alla fine dell'emergenza sanitaria. Poi vedremo». E in quel «poi vedremo» si avverte l’ineluttabilità delle cose e insieme il timore che «un’operazione Monti 2 ci faccia fare la fine del Monti 1». Il ricordo della «non vittoria» di Bersani, si collega alle preoccupazioni di Zingaretti, che stava cercando di realizzare la remuntada su Salvini.

Ma la «livella» Draghi non impatterebbe solo sulle forze di governo. Certo, l’altro giorno il leghista Giorgetti ha esultato leggendo l’articolo dell’ex presidente della Bce, paragonato a Ronaldo: «CR7 si sta scaldando a bordo campo», ha commentato con un collega di partito. Chissà se Salvini nutre lo stesso entusiasmo, perché la sua reazione è parsa strumentale. Qual è il pensiero autentico del capo del Carroccio: quello espresso al Senato, dove ha ringraziato Draghi, o quello del giorno dopo, quando ha mandato a quel paese l’Europa in cui Draghi crede?

È su queste considerazioni che si basa una parte della tesi sostenuta dal ministro Guerini con alcuni compagni del Pd, e cioè che — di fronte all’ipotesi di un gabinetto di unità nazionale — «non è chiaro cosa farebbero i sovranisti né come reagirebbero i Cinque Stelle». Le sue conclusioni sono l’altra parte della tesi: «... Insomma, non si vede oggi il quadro politico di domani». I dirigenti dem sono costretti dunque a constatare che gli attuali equilibri non possono reggere la durezza della crisi, collegano le relazioni di Draghi con il Colle e traguardano l’esito della faccenda all’ «estate». Ma il timing politico potrebbe cambiare, vista la relazione che hanno ricevuto dal Copasir: «Quando la curva dell’emergenza sanitaria in discesa incrocerà la curva dell’emergenza sociale in salita, a quell’incrocio potrebbe verificarsi la rottura del sistema». La campana suona per tutti i partiti.

Francesco Verderami – Corriere della Sera – 28 marzo 2020

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