«Salva Stati, i nostri prestiti non avranno condizioni»

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Il direttore generale del Fondo salva Stati, il tedesco Klaus Regling, dice in un’intervista al Corriere: «Se l’italia accetta il Mes, sarà un prestito senza condizioni, non sarà un’altra Grecia». Per i coronabond, sostiene Regling «ci vorrebbe troppo tempo». La voce di Klaus Regling dal suo appartamento arriva coperta da urla di bambini. Figlio di un carpentiere di Lubecca, dopo una carriera nel ministero delle Finanze tedesco alla Commissione e anche in uno hedge fund di Londra, a quasi 70 anni Regling avrebbe titolo per godersi i nipoti. Invece è direttore generale del Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il fondo di salvataggio più capitalizzato al mondo. L’eurogruppo prevede che il Mes estenda prestiti ai Paesi colpiti da Covid-19 sulla base di «termini standardizzati».

Che significa?

«C’è un nuovo approccio che stiamo prendendo con il Mes. Offriamo uno strumento, una linea di credito a tutti gli Stati dell’area euro. Il fatto che sia disponibile per tutti i Paesi con ”termini standardizzati concordati in precedenza” — come dice l’eurogruppo — è una differenza rispetto a quanto avvenuto una decina di anni fa. Allora i programmi per Grecia, Irlanda o Portogallo dovettero essere molto diversi l’uno dall’altro perché i problemi erano diversi. Le istituzioni europee dovettero negoziare una condizionalità dettagliata, diversa da Paese a Paese. Stavolta non sarà così».

In cosa si distingue il Pandemic Crisis Support di oggi?

«Siamo in un mondo diverso, stiamo cercando di gestire uno choc comune. Ogni Paese è di fronte allo stesso choc e proprio per questo l’eurogruppo ha reso chiaro che ci sarebbero termini standard per il prestito, non da negoziare Paese per Paese».

Con il prestito Mes di nuovo modello si possono coprire i costi “diretti e indiretti” della pandemia, dice l’eurogruppo. Ma come definirli?

«È così, la dichiarazione dell’eurogruppo dice che la sola condizione è di coprire i costi diretti e indiretti di sanità, cura, prevenzione. In primo luogo questo significa dottori e infermieri in più, nuovi ospedali, materiale medicale. Poi ci sono i costi indiretti dell’epidemia e vanno molto oltre il semplice acquisto dei materiali. Ciò che conta è che i Paesi che chiedono questa linea di credito possano essere rimborsati per somme pari al 2% del loro prodotto lordo (Pil) per questi costi diretti e indiretti».

Alcuni temono che la condizionalità sul prestito sia a due stadi: all’inizio il Mes chiede solo che si spenda per i costi della pandemia, dopo esigerà riduzioni del deficit. È così?

«Credo ci sia stato un malinteso. La condizionalità concordata all’inizio non cambierà durante il periodo nel quale la linea di credito è disponibile. L’eurogruppo lo chiarisce, dicendo che il solo requisito per ottenere il prestito è nel modo in cui si spende il denaro. In seguito, tutti gli Stati membri dell’unione europea restano impegnati a rafforzare i loro fondamentali in base al quadro di vigilanza europeo, inclusa la flessibilità. L’eurogruppo dice anche questo. Ma chiaramente non è una condizione per il prestito. Qualunque preoccupazione possa esserci stata, va messa da parte».

Il versamento verrebbe fatto in una volta sola o per tranche?

«Possono esserci tranche, ma di norma l’esborso avverrebbe in un anno».

Con quali scadenze di rimborso?

«Su questo si sta ancora discutendo».

Il Pandemic Crisis Support è parte di una linea di credito Mes menzionata dalla Banca centrale europea nei suoi manuali: se un Paese la attiva, la Bce può decidere di intervenire comprando i titoli di quel governo in modo illimitato, se necessario. È il famoso scudo a difesa dei Paesi più fragili. Lei come legge queste regole?

«Il Pandemic Crisis Supportè basato su questa nostra linea di credito, la Enhance Conditions Credit Line (Eccl). E lei correttamente cita quello strumento della Bce, le Outright Monetary Transactions (Omt), considerate legittime dalla Corte di giustizia europea e dalle Corti costituzionali di vari Stati membri. Dunque sono disponibili. Quando quello strumento fu creato, la Bce chiarì che una condizione necessaria per attivarlo è che un Paese sia in un programma del Mes, inclusa un’eccl. Spetta solo alla Bce decidere quando eventualmente attivarlo. Al momento potrebbe non essercene bisogno, ma le cose possono cambiare. I mercati sono molto volatili in questa fase».

Lei pensa che se un governo accetta questo nuovo prestito del Mes possa rafforzarsi sul mercato, perché gli investitori iniziano a temere che la Bce intervenga in sua difesa?

«I grandi investitori capiscono bene come funzionano le Omt della Bce e sanno che un programma del Mes è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Lo prenderebbero in conto nel guardare alla situazione».

Cosa significa?

«Che la decisione spetta solo al Consiglio direttivo della Bce».

Regling, lei sa che in Italia c’è molta diffidenza verso il Mes. Si rende conto che la reputazione della sua istituzione nel nostro Paese è macchiata da come è stata gestita la Grecia?

«All’epoca i problemi non furono causati da uno choc inatteso che riguarda tutti, come oggi, ma da errori di politica economica del decennio precedente. I Paesi che ebbero bisogno del Mes avevano perso accesso al mercato eavevano grossi problemi macroeconomici. Non solo la Grecia, anche il Portogallo, l’Irlanda, Cipro. Avevano deficit di bilancio e negli scambi con l’estero fra il 10% e il 15% del Pil. Curare quei problemi ha causato le difficoltà che la popolazione ha dovuto patire. Ma è stato inevitabile. Anzi quando il Mes è arrivato ha reso l’aggiustamento più facile, perché i prestiti avevano scadenze lunghe e interessi bassi, e credo che ora se ne vedano i risultati positivi. Il più importante è che quei Paesi siano potuti restare nell’euro».

L’europarlamento propone che siano spesi tutti i 410 miliardi di euro del Mes adesso, non i 240 messi a disposizione. Che ne pensa?

«L’ultima parola è dei ministri finanziari dell’area euro, al momento però mi pare corretto da parte nostra offrire 240 miliardi. Fa parte di un insieme concordato dall’eurogruppo che vale fino a circa 500 miliardi, o il 4% del Pil dell’area euro. Ora siamo nella prima fase della crisi, ma sappiamo che ci sarà una seconda fase molto importante, quella della ripresa, che sarà lunga e costosa. Per allora avremo bisogno di quantità di denaro importanti e dobbiamo iniziare a vedere come le varie istituzioni possono contribuire. Cosa può fare la Banca europea degli investimenti, cosa può fare la Commissione con il bilancio europeo».

L’eurogruppo ha spiegato che ci sarebbero termini standard sul prestito, non da negoziare Paese per Paese. Il bilancio Ue con il quadro pluriannuale 2021-2027 permette di spendere i primi soldi, se va bene, fra più di un anno. Intanto il Pil dell’area euro sarà già crollato drammaticamente. Italia, Francia e Spagna chiedono di raccogliere risorse già in estate emettendo eurobond o coronabond. Hanno ragione?

«Vorrei dire anzitutto che quel che abbiamo già deciso aiuta di più i Paesi che hanno meno risorse e soffrono di più da questa crisi. Io credo che avremo bisogno di nuovi strumenti e forse anche di nuove istituzioni per sostenere la fase di ripresa, ma vorrei che tutti fossero consapevoli che ci vuole un po’ di tempo. Se si decide per esempio di emettere coronabond, in qualunque forma, non arriverà denaro prima del prossimo anno. Lo so dalla mia esperienza nel costruire il Mes».

Lei dice che l’eurogruppo ha già impegnato 500 miliardi. Ma quanto deve spendere l’Europa per contrastare questa crisi?

«Difficile dirlo per ora. Il Fmi prevede una recessione del 7,5% nell’area euro, ma dice anche che potrebbe essere anche peggio».

Avrà in testa una cifra minima…

«Direi che per la seconda fase abbiamo bisogno di almeno altri 500 miliardi dalle istituzioni europee, ma potrebbe essere di più. Per quello dobbiamo discutere con la mente aperta di nuovi strumenti, ma anche usare le istituzioni esistenti, perché è sempre più facile. Inclusa soprattutto la Commissione e il bilancio Ue. Un ripensamento dei fondi europei può contribuire molto a tenere insieme l’unione europea».

Federico Fubini – Corriere della Sera – 19 aprile 2020

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Il messaggio dei mercati

Se non bastasse il resto, è il mercato che sta dicendo che il tempo adesso stringe davvero. Il rendimento dei titoli di Stato italiani è tornato a salire di più di sessanta punti negli ultimi venti giorni, sulle scadenze a dieci anni. Da una soglia minima dell’1,22%, raggiunta il 26 marzo quando la Banca centrale europea sfoderò il suo piano da 750 miliardi contro la pandemia, all’1,88% di ieri. È un peggioramento più che doppio rispetto a quello della Spagna dove i titoli di Stato a dieci anni rendono meno della metà rispetto a quelli di Roma. Eppure i due Paesi sono investiti con la stessa violenza dalla pandemia, sono soggetti alle stesse decisioni europee e subiranno recessioni di intensità simile, mentre il deficit pubblico di Madrid può essere persino più alto. La differenza dunque dev’essere nella politica. Entrambi i governi sono coalizioni complesse e fragili, ma solo in Italia è partito un dibattito sul fondo salvataggi Mes che – visto dal mercato e dalle altre capitali – ha un solo effetto: ricordare che la politica italiana può sempre finire ostaggio dei sovranisti e della loro rappresentazione della realtà. In Spagna invece è possibile che il governo attivi il nuovo strumento del Mes disegnato per le spese legate a Covid-19, senza però tirare fuori un solo euro. L’intento è di assicurarsi un po’ di più sul mercato a costo zero. Per l’Italia, la stessa scelta dipende da cosa accadrà fra sette giorni. È allora che i leader nazionali dell’unione europea dovrebbero decidere se e come avviare un “Recovery Fund”, un fondo per la ripresa da affiancare alle misure più limitate decise fino ad ora. Il governo di Giuseppe Conte può permettersi di attivare la linea di credito del Mes solo se sarà in grado di presentare un accordo europeo sul “Recovery Fund” come un successo. In caso contrario chiedere il sostegno del Mes - la proposta di Germania e Olanda dall’inizio – apparirebbe come una capitolazione tale da far cadere Conte. La stabilità politica e finanziaria dell’Italia è dunque inestricabilmente legata al risultato del vertice europeo di giovedì prossimo. Da lì sembra ormai acquisito, anche a Berlino, che un qualche “Recovery Plan” vada lanciato. Anche l’idea che possa valere almeno mille miliardi è ormai diffusa fra le capitali, anche se resta da capire distribuiti in quanti anni. Esistono poi idee per avvicinare la posizione di Roma, che chiede debito comune europeo, a quella di tedeschi o olandesi, che non vogliono farsi carico dei problemi dell’italia. Una delle ipotesi prevede che ogni governo risponda per percentuali pari alla propria quota di prodotto lordo nell’economia dell’area euro di titoli di debito emessi in comune nell’area euro, anche se magari quel Paese riceve risorse in proporzione più ampia. È anche possibile che le compensazioni del dare e avere si facciano su lunghi periodi, con alcuni governi caricati di minori obblighi nei primi anni dopo la crisi. Di sicuro ci sarà un progetto, di sicuro non sarà un classico eurobond. Manca però un tassello senza il quale il confronto fra capitali non entra nel vivo: come far partire quel “Recovery Fund”, come alimentarlo di risorse e quando. Agganciarlo al bilancio Ue, come preferiscono Berlino e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, rischia di rimandare tutto al 2021 inoltrato: troppo tardi. Servirebbe una soluzione-ponte per raccogliere sul mercato finanziamenti già da quest’estate tramite la Commissione, la Banca europea degli investimenti o lo stesso Mes. Nessuna di queste strade è però priva di ostacoli. E all’ultimo ciascuna può rivelarsi il diavolo politico che, nei negoziati europei, si annida sempre nei dettagli legali.

Federico Fubini – Corriere della Sera – 16 aprile 2020

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Cosa cambia con il nuovo Mes. Il ruolo (possibile) della Bce

L’intesa dei giorni scorsi fra i ministri finanziari europei potrebbe contenere più risvolti di quanto non sia emerso finora. Lo fa in particolare sullo snodo attorno al quale si dilania il sistema politico a Roma, quello sul Meccanismo europeo di stabilità (Mes). Una clausola di quell’accordo è infatti in grado — potenzialmente — di aprire al Paese il sostegno da prestatore di ultima istanza da parte della Banca centrale europea senza troppi costi politici. Naturalmente, non c’è alcuna decisione della Bce in proposito. Il suo consiglio direttivo non si è mai pronunciato, non si prepara a farlo, e nessuno dei banchieri centrali si lascia sfuggire commenti su questi aspetti in pubblico o in privato. I governatori dei 19 Paesi dell’euro e i sei componenti dell’esecutivo di Francoforte mantengono la loro capacità di decidere in maniera del tutto indipendente. Ma un passaggio dell’accordo dell’eurogruppo di giovedì notte chiama in causa implicitamente il ruolo della Bce, secondo varie persone coinvolte nel negoziato. Nel capoverso sul Mes i ministri propongono infatti un «Pandemic Crisis Support», una linea di credito per somme fino al 2% del Prodotto lordo del Paese in difficoltà. Il prestito può essere reso disponibile dal Mes «sulla base di termini standardizzati» (cioè uguali per tutti), sulla base di una valutazione semiautomatica riguardo al fatto che il debito del governo da aiutare sia sostenibile. La sola condizione è che il denaro sia usato per il «finanziamento diretto o indiretto dei costi sanitari, di cura e prevenzione dovuti alla crisi Covid-19». L’ambito è volutamente vago: può includere i costi per mettere in sicurezza le aziende o mantenere a casa i dipendenti. Soprattutto, spiega l’eurogruppo, questo Pandemic Crisis Support è «basato sull’esistente linea di credito precauzionale Eccl». È la «Enhanced Conditions Credit Line» («linea di credito a condizioni rafforzate»), un modello di prestito previsto dal Mes per stabilizzare un Paese che rischia difficoltà di mercato. Il sostegno previsto per la pandemia rientra formalmente in questo braccio operativo del fondo salvataggi, con la novità che stavolta non Paolo Gentiloni, 65 anni, romano, è il commissario europeo agli Affari Economici nella Commissione guidata da Ursula von der Leyen. E’ stato presidente del Consiglio dal 12 dicembre 2016 all’1 giugno 2018. prevede condizioni di riforma. Ma chiamare in causa la Eccl ha implicazioni importanti. Attivarla è infatti un presupposto indicato nei regolamenti di Francoforte perché il consiglio direttivo della Bce possa varare gli interventi voluti da Mario Draghi nel 2012, quelli per ridurre gli spread e bloccare la crisi dell’euro: le Omt, le «Outright Monetary Transactions». Dunque se oggi un governo chiede al Mes l’accesso al prestito anti-pandemia, che è una Eccl, di fatto, mette la Bce legalmente in grado di decidere di comprare i suoi titoli su scadenze fra uno e tre anni senza limiti quantitativi prefissati. Quel nuovo tipo di strumento del Mes privo di condizioni apre così la strada al ruolo della Bce come prestatore di ultima istanza di un governo in difficoltà per la pandemia: è quel che hanno sempre chiesto i sovranisti italiani, che pure si oppongono al Mes. Naturalmente la decisione di intervenire spetta solo al consiglio direttivo della Bce, che può voler verificare che le condizioni previste dal fondo salvataggi siano «strette ed efficaci». Ma già solo il fatto che la Bce in teoria possa agire, se un governo attiva la linea del Mes per Covid-19, basta a frenare le scommesse speculative contro di lui. Commenta Marco Valli, capoeconomista per l’europa di Unicredit: «L’accordo sul Mes va visto positivamente: la condizionalità è in sostanza azzerata e il Paese che dovesse chiedere la linea di credito può beneficiare dello scudo della Bce».

Federico Fubini – Corriere della Sera – 14 aprile 2020

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