L'abuso dell'emergenza

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Nella crisi causata dalla pandemia si entra tutti uguali, ma si rischia di uscire diversi. Non solo in relazione ai tempi, ai modi, alla virulenza della minaccia e dei differenti metodi di contrasto impiegati dai Paesi. Ma addirittura in rapporto alla natura del nostro sistema politico-istituzionale, alla sua morfologia e alla sua stessa fisiologia. Perché mentre il potere attacca il virus, il virus ha già intaccato il potere.

Non è lui che muta, come temevamo nei peggiori incubi: si sta accontentando di modificare noi, cioè il rapporto tra i cittadini e lo Stato, perché trasforma sotto i nostri occhi l’immagine e il ruolo dell’autorità pubblica, il moderno sovrano. Non c’è dubbio che il carattere inedito e insieme mortale dell’infezione universale richiede uno scarto rispetto al ritmo normale dell’azione politica. Serve rapidità nelle decisioni, tempestività, flessibilità, chiarezza nella catena di comando, centralizzazione del flusso di informazioni ufficiali. La crisi verticalizza il meccanismo decisionale, mette il governo direttamente di fronte ai cittadini, personalizza nel leader la domanda di sicurezza, porta la popolazione a raccogliere le sue libertà attorno al potere legittimo.

Non solo. Il governo in queste circostanze particolarissime si trova a esercitare un potere esclusivo, che viene prima delle scelte e delle decisioni, e le determina. Potremmo definirlo un potere di interpretazione della crisi, di sua definizione. È il governo, infatti, che ha la responsabilità di determinare contorni, velocità, pericolosità, profondità e durata del pericolo, e di registrare su questi parametri le contromisure.

Il potere pubblico non ha dunque in mano soltanto l’arma materiale della difesa collettiva, ma anche quella metafisica del disvelamento del male, del racconto ufficiale del suo procedere, facendo ogni giorno il fixing del rapporto tra la scienza, la medicina, la ricerca e il maleficio: che diventa per converso la borsa quotidiana della nostra paura.

Tutto questo è avvenuto ovunque: e ovunque ha determinato per meccanismo naturale un plusvalore di autorità, pronto naturalmente a dissolversi alla prima falla della sicurezza minacciata dei cittadini. Lo vediamo concretamente nella soggezione volontaria, da parte della grandissima parte della popolazione, alle norme straordinarie che forzatamente limitano i diritti individuali, prima fra tutti in questo caso la libertà di movimento. Qui siamo davanti all’esercizio concreto di questa potestà speciale conferita dalla crisi: l’esercizio di un potere disciplinare, di carattere universale, riconosciuto come lecito perché necessario dalla pubblica opinione.

La questione è l’uso che il potere pubblico intende fare di questo “di più” che la pandemia gli sta trasferendo in termini di potestà. Vuole usarlo al servizio dell’emergenza, spendendolo nella crisi, o al contrario pensa di usare l’emergenza per interesse privato, entrando in uno spazio sovrano che altrimenti gli sarebbe precluso?

L’autogolpe del premier ungherese Orbán (subito omaggiato dai sovranisti di casa nostra, ridotti a cercare negli autoritarismi altrui la forza smarrita in patria) che si assegna pieni poteri illimitati nel tempo, è la conferma del tragitto tracciato per anni dalle democrazie illiberali: che oggi trovano nella guerra contro il virus quel che cercavano in tempo di pace, e cioè la deroga permanente dal sistema dei controlli di legittimità delle Corti Costituzionali, di legalità da parte della magistratura, e dal controllo politico del parlamento e della libera informazione.

In questo senso lo stato d’eccezione compie il disegno autoritario dentro una falsa cornice democratica da due soldi: non accontentandosi del potere legittimo che si è conquistato, il leader si appoggia alle paure dei cittadini per estrarre dal caos dell’emergenza le norme speciali che superano la norma ordinaria, e fondano un nuovo ordine. Il messaggio per la nostra epoca è che in tempi speciali serve una forma di governo speciale, capace di istituzionalizzare il dom inio e di purificare il comando, liberandolo dall’impaccio delle regole e dei bilanciamenti. La conseguenza di questo meccanismo psicopolitico è evidente: la democrazia, dice la lezione di Budapest, non è adatta a governare l’emergenza, funziona solo se deformata e ridotta a guscio vuoto: che aspettiamo?

Siamo dunque davanti a un triplice confronto, nella sfida tra gli Stati e la pandemia. La risposta del sistema totalitario cinese, quella autoritaria dei nazionalismi illiberali e quella apparentemente disarmata delle democrazie occidentali.

Prendendo l’Italia come campione-pilota di quest’ultimo campo, dobbiamo ammettere che il sistema sanitario ha tenuto, il welfare ha dato un’altra prova di civiltà, la risorsa civile di generosità e di solidarietà di medici e infermieri ha fatto il resto.

Il governo ha compiuto errori, soprattutto all’inizio. Ma vediamo giorno per giorno che li hanno commessi pressoché tutti i leader occidentali, con l’unica differenza che altrove non ci sono politici “ribassisti” che minacciano commissioni d’inchiesta per il dopo.

Nessuno da noi teme un abuso di potere. La realtà è che viviamo piuttosto uno squilibrio mai visto tra la debolezza del governo e della maggioranza e l’accumulo di potere che si raccoglie nelle sue mani.

Ma non è in questo squilibrio la garanzia di un uso democratico dell’emergenza: piuttosto, nell’autocoscienza del sistema (maggioranza e opposizione) di dover porre via via nuovi limiti al potere man mano che la crisi lo rafforza: limiti di tempo, di trasparenza, di controllo delle Camere e della pubblica opinione.

È il meccanismo liberal-democratico che regge la prova capitale dell’eccezionalità, con le sue tentazioni. Una prova che vale per oggi e soprattutto per domani: quando rischiamo di trovarci in un continente dove lo stato d’emergenza diffuso diventa il sistema permanente di governo, e l’unica vera forma d’eccezione, dove resiste, è la democrazia liberale.

Ezio Mauro – la Repubblica – 1 aprile 2020

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Il lavoro degli altri

Alla fine il virus si trova davanti l’ultima barriera: il lavoro. Mentre si aspetta il vaccino, mentre si tentano le terapie, si scopre che nella comunità scavata fino all’essenziale dall’epidemia e ridotta allo scheletro sociale di se stessa, il lavoro è il vero punto di difesa, di resistenza, di contrasto al male.

Il lavoro dei medici e degli infermieri, naturalmente e prima di tutto, con il miracolo dell’universo italiano della sanità. Ma subito dopo, anzi insieme, il lavoro oscuro, materiale e sconosciuto della catena ali mentare e farmaceutica, della distribuzione e dell’informazione, dei trasporti e dei servizi. Quella macchina che in questi giorni estremi manda comunque avanti un sistema ridotto al minimo, ma in grado di rispondere alle nostre esigenze e ci consente di sopravvivere come un insieme e non come individui disarticolati e abbandonati, che devono badare ognuno a se stesso, magari in conflitto tra loro.

Se possiamo stare a casa, con le porte chiuse, aspettando che la minaccia si riduca è perché qualche milione di persone esce di casa ogni mattina e prende il suo posto davanti alla cassa di un supermercato, in fabbrica, nel camion che trasporta le merci, nei magazzini delle farmacie. Qualcuno anche oggi prepara il pane per noi, per tutti, ha già raccolto la frutta, imbottigliato l’acqua, tagliato la carne, rifornito le pompe di benzina, e adesso parliamo piano, perché sta facendo in Rete scuola ai nostri figli. Qualcun altro stanotte ha pensato alla manutenzione delle autostrade su cui viaggia l’energia, così come Internet e il telefono. Altri ancora nei giornali, nelle radio e in televisione vanno sui luoghi del contagio, raccolgono le notizie e le distribuiscono, in modo che possiamo essere informati trovando fatti, dati, giudizi, opinioni e risposte alle nostre domande, uscendo dal buio.

È il lavoro degli altri. Siamo abituati a servircene come se fosse una risorsa naturale, un dispositivo di servizio obbligato, anzi una struttura servente a nostra perenne disposizione. Lo vediamo solo dal nostro lato, come soggetti consumatori, non dall’altro, quello dei produttori. O meglio, non lo riconosciamo perché non riusciamo a scomporlo nelle sue tecnicalità, nelle abilità che lo compongono, nelle sue trasformazioni e nei suoi adattamenti.

Qual è il peso sociale, culturale e quindi politico che gli attribuiamo quando ne parliamo? Il concetto stesso di lavoro nella modernità viene deviato, come se fosse un vocabolo-reperto dell’altro secolo, e viene annacquato nelle categorie eufemistiche e parziali del sapere, del mestiere, della professionalità, che da sole non riescono a definire l’insieme, come se quel significato si fosse perduto. Travolto dalla cometa dell’immateriale, dall’ubiquità della delocalizzazione, dal fantasma del virtuale che batte addirittura moneta, il lavoro si fa ma non si dice, e in questa condizione di minorità politica perde fatalmente i suoi diritti, considerati ormai come diritti nani, semplici pattuizioni, spettanze, cioè variabili dipendenti di ogni crisi.

Oggi il virus riscopre il lavoro, sfrondato dalle ideologie, semplicemente nella sua funzione-base di prestazione che trasforma le risorse per soddisfare i bisogni della collettività, e con questo dà una fondazione sociale alla democrazia, le fa mettere i piedi per terra, mentre crea relazione tra gli individui. Nell’emergenza, quando tutto si svuota e ogni cosa si ferma, il lavoro è la sola fonte di alimentazione della vita che continua, e dunque diventa l’ultimo e unico volano della società malata e imprigionata che mentre si difende deve sopravviv ere a ranghi ridotti.

Improvvisamente il lavoro recupera un valore in sé, e non solo nella merce che produce. Abbiamo bisogno che qualcuno lavori, per consentirci di difendere la nostra salute. Ma chi difende la salute di chi lavora? Ecco la questione di questi giorni. Prima c’è stato il problema della tenuta del sistema produttivo di fronte alla chiusura dei punti vendita delle merci, al blocco delle città, alla chiusura in casa dei consumatori, e il governo ha preso le misure straordinarie di necessità. Poi dal sistema si è passati alle persone, dalla fabbrica alla salute.

La paura è entrata nelle officine, negli uffici, nei magazzini.

C’è un popolo — quelli che vanno al lavoro ogni giorno — che si sente escluso dalla generale manovra di sicurezza collettiva che consiglia di isolarsi, di non uscire, di evitare contatti; o almeno si sente coinvolto da questa manovra di salvaguardia solo a scartamento ridotto, part-time, nel tempo libero, prima e dopo il lavoro.

Come se funzionasse una cautela a metà. Come se esistesse una paura di serie B. Dalle proteste di fabbrica (e dall’assenteismo crescente) è nata la pressione operaia per chiudere le aziende, che ha investito Cgil, Cisl e Uil. Il sindacato ha proposto, prima di chiudere le fabbriche, di metterle in sicurezza proseguendo il lavoro in condizioni di tutela. Si sono firmati decine di migliaia di accordi in questo senso, dai grandi gruppi come Fca e Luxottica alle piccole unità produttive, introducendo le misure dell’emergenza: distanze di sicurezza nei reparti e negli uffici, protezioni individuali, bagni esterni per gli autisti dei camion che vengono a consegnare e ritirare le merci, pulizie ripetute e speciali.

Il sistema industriale italiano — con poche eccezioni, e qualche ritardo — ha provato a mettersi a regime di fronte all’eccezionalità degli eventi, tarandosi sul nuovo costume di vita collettivo imposto dalla crisi sanitaria.

Cercando così di portare il meccanismo di tutela interno alle aziende più vicino al meccanismo sociale esterno.

La questione si è riaperta quando il governo ha dovuto decidere domenica, con il consenso delle parti sociali, una stretta ulteriore col blocco totale della produzione, salvo le attività essenziali, sanitarie, agroalimentari, di trasporti e servizi. Poi le maglie del decreto si sono aperte — il sindacato sostiene per la pressione di Confindustria — e dopo una giornata di confusione sono evase dal blocco le aziende tessili, chimiche, quelle della gomma, della manutenzione e riparazione di autoveicoli. Da qui, dal decreto mutilato che riapriva settori produttivi non essenziali, sono nati scioperi spontanei nelle zone più attaccate dalla pandemia: e infine la minaccia sindacale di arrivare ad uno sciopero generale, “non di rivendicazione, ma di tutela della salute dei lavoratori”.

Intaccando la società e la sua organizzazione, fino a resettarla sui suoi fondamentali, il virus rivela così l’ultimo decisivo conflitto della modernità, quello tra lavoro e salute.

Le dimensioni della minaccia, la paura che ne deriva cambiano l’equilibrio e da accessorio, secondario, subordinato e dipendente il diritto alla salute di chi lavora chiede oggi di diventare fondamentale, primario, autonomo e incondizionato. C’è ancora un punto, che la pandemia rende evidente: di fronte all’emergenza sanitaria in cui si trova il Paese, il tema della salute di chi lavora non può essere considerato una questione sindacale, perché è già un problema sociale .

Dunque deve uscire dal negoziato, per diventare materia comune, obiettivo condiviso, che il governo fa suo. Solo così si può chiedere a chi lavora oggi uno sforzo di solidarietà in più, cioè di accettare una sfida quotidiana al virus, personale, in nome dell’interesse generale. Con lo smart working che stiamo usando per necessità cambia la natura stessa del lavoro sotto i nostri occhi, la sua morfologia, la sua organizzazione. Ancora una volta il lavoro reinventa se stesso, trascinando nel cambiamento metodi, strumenti di rappresentanza, diritti.

Probabilmente dalla crisi uscirà un nuovo modello di sviluppo, addirittura una relazione diversa tra capitale e lavoro. A questo punto, per non rimanere impigliati nel Novecento, bisogna prendere atto che il rapporto irrisolto tra produzione e salute fa parte di un altro rapporto, quello tra lavoro e democrazia.

Ezio Mauro - la Repubblica - 24 marzo 2020

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La fiducia dei naufraghi

Ci sono ragioni ben precise se oggi non sentiamo retorico il richiamo all’unità del Paese, 159 anni dopo la sua proclamazione con il voto della Camera e del Senato, il timbro del sigillo di Stato, il discorso del Re che convocava a Torino «il mirabile aiuto della Divina Provvidenza, la concorde volontà dei popoli, lo splendido valore degli eserciti». Lo ha spiegato il presidente Mattarella, dicendo che le sofferenze e le incertezze di oggi rendono una necessità l’unione di tutti attorno ai valori della Costituzione e ai simboli repubblicani. E lo ha confermato il Capo del governo Conte, ricordando che il Paese ha saputo rialzarsi e ripartire dopo la guerra e la dittatura: «Lo Stato siamo noi, 60 milioni di cittadini che lottiamo insieme contro un nemico invisibile. Mai come adesso l’Italia ha bisogno di unità, responsabilità e coraggio».

Silenziosamente, intanto, molti di noi avevano già esposto il tricolore sul balcone, dove altri, nel pomeriggio, all’ora convenuta cantano l’Inno di Mameli .

Cos’è successo, nell’animo profondo di un Paese disgregato, sbandato e risentito, che sembrava in guerra con se stesso, con qualsiasi autorità e qualunque istituzione, un insieme di individui chiusi ognuno nei suoi interessi e feroci con gli altri?

Certo, ogni organismo indebolito ha bisogno di conforto e cerca sicurezza, se può, nella forza permanente di un mito fondatore.

Ma qui c’è qualcosa di più, paragonabile all’effetto di un’invasione. Siamo infatti assediati, espropriati e violati nell’intimo della nostra sicurezza personale, quella sicurezza che non riusciamo a garantire ai nostri vecchi e ai nostri figli. Ci sentiamo indifesi, esposti, quasi inermi, per la prima volta tutti nello stesso modo e tutti insieme.

Sono saltate tutte le differenze, le disuguaglianze, le diversità con cui facciamo i conti ogni giorno. Forte soltanto della sua debolezza, il governo stesso si è presentato davanti ai cittadini disarmato, con la stessa angoscia e la stessa ingenuità di ognuno di noi davanti a un male ignoto. E qui c’è stato il primo segnale di riconoscimento reciproco tra il potere impotente e il cittadino impaurito: non sappiamo dov’è la via d’uscita, ma cerchiamola insieme. Un segnale confermato dalle scelte successive. Perché di fronte a una minaccia globale ma indefinita il governo ha deciso di agire in pubblico, anche se così rivelava l’affanno inevitabile di chi deve inseguire un virus più veloce della democrazia, tamponando domani le misure di oggi, perché l’estensione e la profondità dell’infezione le rendevano ogni volta incomplete e parziali, inadeguate.

Questo significa scegliere la strada della verità, trattando i cittadini da adulti, rendendoli consapevoli e dunque partecipi, senza edulcorare, nascondere o camuffare i contorni del fenomeno virale. Verità e trasparenza, perché una volta resa partecipe della conoscenza, la pubblica opinione ha preteso di avere notizia non solo delle scelte strategiche, ma anche del meccanismo di decisione, e delle sue ragioni. Le comparsate dei politici nei talk show non servono a nulla: ma l’assunzione di responsabilità in diretta tv da parte di un potere che non nasconde le sue difficoltà, le speranze e persino i suoi dubbi, dà un punto di riferimento comune a un Paese per forza di cose disorientato.

Tutto è avvenuto davanti a tutti, dunque, perché nessuno ha il rimedio definitivo e ognuno è ugualmente coinvolto. È saltato lo scarto tra il popolo e l’ élite depositaria del sapere che produce, accusata di essere anche consumatrice privilegiata e in proprio di quel sapere, che circola come una moneta di riserva, un bitcoin , tra i garantiti, senza scendere a modificare le condizioni concrete di vita dell’enorme ceto medio diseredato. Con un altro effetto, decisivo: la riabilitazione della scienza. Messa in discussione per un sospetto castale, minacciata dalle superstizioni fai-da-te dei negazionisti no-vax, la scienza, con la ricerca e la medicina è riemersa nel buio della crisi come unica dottrina egemone e riconosciuta, e il governo ha potuto farne il driver della sua azione. È nato così un circuito di fiducia, come non avveniva da tempo.

Fiducia di naufraghi, naturalmente, senza certezze e senza garanzie: e tuttavia sufficiente a ricreare un perimetro inatteso di solidarietà. Come se quel riconoscimento si estendesse ai cittadini, tra di loro, e ricreasse il concetto spontaneo di nazione non sul sangue e sui confini, ma sulla condivisione di un’esperienza rifondativa nella sua radicalità inedita, dunque epocale. Riattivando la coscienza di una vicenda storica condivisa, di cui quest’ultimo capitolo fa parte, e in cui cerca un senso.

Tutto questo avviene, non per caso, nel momento in cui il virus mette fuori gioco i doveri dello Stato nei confronti del cittadino, fissati dalla Costituzione che garantisce la sua libertà di lavoro, di istruzione, di fede, di riunione, di movimento. Solo campeggia — ingigantito dall’emergenza — il diritto alla salute, che l’articolo 32 considera “fondamentale”, e che lo Stato deve tutelare nell’interesse del cittadino e della collettività, oggi più che mai.

Come se quel diritto-dovere facesse impallidire tutti gli altri. La realtà, e la sua percezione nella coscienza collettiva, rimodulano la norma, le priorità, le gerarchie, addirittura la scala dei valori perché la forza dell’emergenza vince su tutto.

Questa condivisione “culturale” spiega perché la popolazione abbia accettato così facilmente le misure che hanno via via ristretto fisicamente le libertà del singolo, fino alla misura-zero che lo ha sigillato in casa. I cittadini accettano perché sanno quel che sta accadendo, e quel che non sanno lo condividono col governo. Siamo davanti ad un caso limite, che potremmo chiamare di obbligazione volontaria, in cui il cittadino, col suo sentire comune, quasi scrive le norme acui si deve sottoporre.

Naturalmente l’individuo reagisce così perché si sente minacciato, e deve difendersi. Ma nello stesso tempo una parte di questa azione difensiva è spesa a favore degli altri, perché il contagio è attivo e passivo. Poiché siamo tutti bersaglio, proteggendoci proteggiamo la collettività. Ecco perché ci salutiamo tra sconosciuti, mentre ci teniamo a distanza: siamo sotto la stessa minaccia, sotto la medesima protezione, ognuno di noi sa che dall’altro può venire il male e la salvezza, quel saluto è la conferma di un patto implicito.

È l’idea di prossimo. Riscoprendola proprio nel deserto delle città svuotate, noi stiamo in realtà riformulando il concetto di società. Cos’altro è questo insieme di individui insidiati e spaventati dallo stesso male, che decidono tutti insieme di ridurre le proprie libertà e mutilare i propri diritti in nome di un obiettivo comune? Dopo un decennio in cui si cercavano solo soluzioni private a problemi collettivi, perché non c’era più nessuna “causa” generale, si capisce qui, adesso, che soltanto l’agire comune ci può tutelare. In questa vita contingentata, dove sono indebolite le differenze sociali e azzerati i ruoli individuali, è sospesa ogni negoziazione, e dunque risulta prosciugato lo spazio del conflitto. Ecco perché i populisti feroci non riescono a entrare nel nuovo clima sociale, vedono la loro paura artificiale sgonfiarsi davanti alla paura reale che sovrasta tutto e devono prendere atto che rabbia, rancore e odio senza la loro manutenzione quotidiana avvizziscono e declinano.

Questa è l’unità italiana 2020, spaventata e difensiva, tuttavia riconoscibile. A questo punto qualcuno avverta gli eredi della Thatcher: la società esiste. E nell’emergenza, è persino civile.

Ezio Mauro – la Repubblica – 18 marzo 2020

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