Il problema di Joe Biden

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      La vittoria elettorale di Joe Biden dovrebbe autorizzare un sollievo dopo un quadriennio di reality show presidenziale di bassa lega, adatto a dei baracconi di provincia o a delle corti mafiose.

      L’abbandono del Trattato di Parigi, l’ignobile tradimento-abbandono dei Curdi, il ripudio della OMS e la criminale gestione (anzi, mancanza di gestione) dell’epidemia, le ambigue amicizie-tolleranze saudite, le erratiche sanzioni verso la Cina, i teatrali e inconcludenti incontri nord-coreani, lo sfacciato nepotismo, la lussureggiante coorte di bravi e lacchè da strapazzo, l’ostinato manto di reticenza su un impero finanziario offuscato da bancarotte o da indizi di vere e proprie frodi nonchè false perdite e misteriosi salvataggi bancari, le clownesche esibizioni mediatiche, la patetica povertà di un vocabolario personale costruito su roboanti “tremendous” ogni tre parole, questi sono solo alcuni dei desolanti cippi di un vergognoso periodo della politica americana.

       Ora che Joe Biden ha guadagnato i fatidici 270 elettori è dunque tutto finito e le nefandezze del suddetto quadriennio fanno davvero parte del passato? La realtà è meno rosea.

       Le euforie popolari, gli osanna e le congratulazioni dei vari leaders mondiali, fra cui quelle precipitose e ridicole di un Boris Johnson (fino a qualche giorno fa imperterrito sostenitore di Donald Trump), sembrano dimenticare e sottovalutare un fatto inquietante: settanta milioni (sic) di Americani hanno comunque votato in favore di un Presidente platealmente al di sotto dei più elementari requisiti di decenza, intelligenza e dignità. La metà degli Stati Uniti, dunque, metà Senato incluso, ha chiuso gli occhi per ben quattro anni di fronte a una gestione del potere erratica, avventuristica e sobillatrice di divisioni sociali. Non solo, continua ad applaudire e a difendere sostanzialmente il suo autore. Quegli applausi e quel furioso fanatismo non sono morti, a giudicare dai manifestanti pro-Trump sparsi nel paese. Significative, del resto, non sono solo le accuse di "elezioni rubate" e le promesse di azioni legali da parte di un Presidente sfrontatamente bugiardo ma soprattutto le varie dichiarazioni rilasciate dai vari senatori repubblicani legati al Presidente. Non stupisce che sfacciati opportunisti come Ted Cruz o Lindsay Graham abbiano reiterato tali accuse assieme al patetico avvocato factotum Rudy Giuliani. Più preoccupante il fatto che anche un semi-indipendente come Mitt Romney, già a suo tempo candidato repubblicano nelle elezioni del 2012, abbia  criticato le accuse ma anche sostenuto che Donald Trump è “l’uomo politico più influente dei Repubblicani” e che potrebbe ripresentarsi alle elezioni del 2024.

       La cosa sorprendente è che tutti costoro sorvolano sulle sospette attività imprenditoriali di Donald Trump come anche sulla sua criminale gestione dell’epidemia, tanto per citare degli esempi casalinghi. Che poi teorie alternative alle suddette battaglie legali proiettino delle dimissioni di Donald Trump e un successivo perdono di un Mike Pence divenuto provvisoriamente Presidente, tutto ciò contribuisce a dare un’idea della confusione che comunque grava su quello che sembra essere un definitivo cambiamento di pagina.

        Le suddette persistenze, amori, passioni, confusioni e fanatismi sono il macigno che il mite e paziente Joe Biden dovrebbe cercare di smuovere e ridurre, se non frantumare. Ma si tratta poi dell’unico e vero macigno ed era tutta opera di Donald Trump?

        Anche qui, la realtà è meno accomodante di quanto la tendenziale sonnolenza e diffusa omertà dei benpensanti vorrebbero far credere.

        Di fatto, Donald Trump è stato solo la punta di un iceberg la cui base è vasta e profonda. Meglio detto, le sue rozze abilità sul palco sono diventate lo strumento espressivo di una enorme fetta silenziosa che si è identificata in lui e di un intero partito (i Repubblicani) che si è avidamente arreso ai suoi richiami populistici, richiami per i quali esso difettava di quegli strumenti demagogici tipici dei caporioni e dei tribuni.

       Razzismo, gigantesche disparità sociali, un sistema sanitario elitario, il mito del “patriota”( la cui intensità trova eguali solo in nazioni affette da parossistici nazionalismi come Turchia o Grecia o Corea del Nord), un culto del Presidente confrontabile solo con quello di regimi autoritari, sono solo alcune componenti dei macigni sparsi. In quanto a quest’ultimo culto, a dimostrarlo senza ombra di dubbio sono anche  i rituali degli interminabili cortei di vetture blindate e super armate che scandiscono ogni movimento dei Presidenti americani, lo schieramento di guardie del corpo, gli elaborati cerimoniali, etc. Scene simili sembrano normali, ma in realtà sono tipiche dei Paesi con regimi autoritari. Mentre è ragionevole supporre che tale isteria protettiva sia il frutto della frequenza degli assassinii presidenziali negli USA, rimane comunque il fatto ironico che una nazione ribellatasi a un Potere Monarchico (la Gran Bretagna) riserva poi ai suoi Presidenti una sorta di deferenza quasi religiosa sconosciuta altrove. I frequenti omicidi dei Presidenti richiamano a loro volta il diffuso amore-passione americano per le armi da fuoco, già evidente nelle pellicole di cowboys e oggi mina vagante nella società americana (le colt sono state sostituite dai fucili mitragliatori!)

       Dal vergognoso estremo delle nazioni europee, dove chi osa difendersi con un’arma da rapinatori o malviventi finisce per essere incriminato di reato, si arriva all’estremo opposto, dove fucili mitragliatori, micidiali armi di precisione e rivoltelle di tutti i calibri sono in pratica liberamente acquistabili, come fossero cioccolatini, da qualsiasi cittadino. Ecco dunque le milizie armate, viste in questi giorni, con giovanotti vestiti alla Rambo, carichi di chili di armi di tutti i generi e pronti alla guerriglia. Quello della violenza strisciante e saldamente radicata è una realtà che affonda indietro nel tempo e risale alla Guerra di Secessione, al genocidio degli Indiani e ai famigerati cowboys che le commedie melense di  Hollywood non hanno eliminato.

        Si tratta di fatti “sistemici” e non politici.

        Nuovamente sistemica è l’ossessiva ostilità verso qualsiasi tipo di regime “russo”, sia esso sovietico o ormai convertito al capitalismo. Non sorprende che l’accusa di “socialismo” salti fuori anche quando è semplicemente in discussione l’allargamento dell’assistenza medica o l’innalzamento del salario di legge. La suddetta ostilità anti-russa ad-ogni-costo è perlomeno paradossale, se si considera che furono proprio gli USA ad aiutare i Sovietici durante la seconda guerra mondiale e a non muovere poi un dito per sloggiarli da quella Polonia per difendere (!) la quale la Gran Bretagna sarebbe entrata in guerra. I risultati di tale ostilità non sono certo incoraggianti.

       Mentre il bipolarismo, nel bene e nel male e con tutti i suoi difetti, almeno teneva a freno gli aspiranti avventurieri e rimestatori che si agitano dalla Libia alla Turchia fino al Pakistan e alla Corea del Nord, la concentrazione di attenzione nei confronti della Russia ha pericolosamente allentato quella verso un più temibile  e di gran lunga più numeroso avversario: la Cina. La reale avversaria del futuro prossimo e concorrente degli USA è quest’ultima.

       Ancora, non è stato certo Donald Trump a inaugurare la politica di collusione con regimi intolleranti e sospetti come Arabia Saudita e Qatar. Essa risale ai fatali accordi di reciproci benefici fra Roosevelt e Arabia Saudita nel 1945. Non risulta che nel frattempo le Amministrazioni americane si siano preoccupate della singolare coincidenza che prima dell’arricchimento dei petrolieri della Penisola Araba non si sentiva parlare di terroristi. Essi sono figli del petrolio, assieme alle torri nel deserto degli Emirati. Anzi, assieme a Diego Garcia, proprio il Qatar (in odore di sostegni terroristici e finanziatore delle risorte megalomanie turche) ospita un’altra essenziale e mastodontica base militare strategica degli USA. Così, se dopo un sonnolento ventennio pre-bellico, improvvisamente la Turchia di Erdognan “sogna” di resuscitare improbabili e rapinatorie glorie ottomane del tipo “Gerusalemme è nostra”, ancora una volta ciò è dovuto alle ossessioni di una politica estera americana che ha incautamente ingigantito il ruolo turco nei Balcani.

        Abbiamo citato solo alcuni elementi, anche questi sistemici, che tuttavia hanno caratterizzato le Amministrazioni americane degli ultimi settant’anni. Neanch’essi sono stati inventati dal Presidente uscente.

        La lista è lunga e "i macigni" vanno quindi ben al di là della sgangherata gestione trumpiana, del suo patologico narcisismo e della sua fraudolenta assenza di scrupoli.  

       Vedremo presto, agitazioni legali permettendo del Presidente uscente, quanto sarà facile smuovere o alleggerire alcuni di tali macigni.

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L’asso nella manica di Trump per ribaltare l’esito del voto

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“Negli Stati Uniti il problema sta esplodendo: al centro del dibattito c’è il ruolo che avrebbe avuto proprio Facebook dall’escludere dalla sezione news alcune testate pro dem; ma nel mirino sono finite anche le comunità locali vittime di fake news. (...). Strategie che passano sotto i radar dell'informazione mainstream e proprio per questo sono capaci di indirizzare il voto senza che nessuno se ne accorga". Il commento di Giuliano Balestreri su Business Insider.

Un Trump disperato, la pistola fumante per sconfiggere Biden

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