Assalto al potere della truppa di Casaleggio

L’assalto al Potere da parte dei Casaleggio avvenne un giorno di inverno del 2004. L’illuminazione di Gianroberto, fondatore del Movimento Cinque Stelle, fu quella di applicare la teoria delle reti per descrivere il social network delle società quotate in borsa: l’obiettivo era dimostrare come poche persone fossero presenti in più consigli di amministrazione con il risultato di un mondo chiuso e viziato da un conflitto di interessi evidente e distorsivo. Quel database venne utilizzato innumerevoli volte dall’altro fondatore, Beppe Grillo, nelle sue intemerate contro Telecom, Parmalat e gli scandali piccoli e grandi, veri o presunti, che di lì in avanti coinvolgeranno aziende, banche, multinazionali. Il commento su Linkiesta.

I conflitti di interesse dimenticati dei pentastellati di Casaleggio

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La vittoria dei pentastellati, gli altri partiti li inseguono

Giusto in questi ultimi due mesi si sta realizzando pienamente proprio il progetto originario, il fine ultimo che il fondatore, Beppe Grillo, ha più volte indicato ai suoi fedeli: quello di un Movimento destinato a «biodegradarsi», ma solo dopo avere «fertilizzato» con le sue idee l’intero campo politico. Un movimento destinato dunque a scomparire non perché sopraffatto dagli altri, ma per il motivo diametralmente opposto. Le consideazioni  di Francesco Cundari su Linkiesta.

I grillini hanno contaminato tutte le altre forze politiche

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Il buff del pokerista Salvini

Matteo Salvini, leader della Lega, l’ha combinata grossa. Ha dimostrato l’incapacità di comprendere l’istante giusto per staccare la spina che era il giorno dopo l’esito straordinario del voto alle elezioni europee. Il capitano si era persuaso che il premier Giuseppe Conte si sarebbe dimesso non appena lui glielo avrebbe chiesto. Ma così non è stato.

In politica non puoi mai pretendere di essere un  leader infallibile. Mentre è più facile dimostrarsi  di dimostrarsi piuttosto incapace. Ti illudi e pensi di poter fregare tutti. In un attimo rischi di non azzeccare una mossa vincente. Matteo dovrebbe umilmente chiedere informazioni all’ex presidente de consiglioe ed ex segretario dem Matteo Renzi.

Salvini è da anni sulla cresta dell'onda. I consensi sono passati dal 4% al 34. Un successo strabiliante.  E’ fin troppo evidente che si è montato la testa e non sembra disposto ad ascoltare più nessuno. Nemmeno il fido Giorgetti. Per Matteo Salvini è arrivato il momento critico. All’interno suo partito incominciano a prendere le distanze da sue le ultime mosse del segretario. Il mito del capo invincibile si è frantumato sulla riviera romagnola in questo caldo sole d’agosto. Le probabilità che il leader leghista esca con le ossa rotte dalla crisi da lui stesso scatenata sono aumentate. Salvini, dopo aver infilato una serie di successi, uno dietro l'altro, da qualche tempo le sta sbagliando tutte o quasi.

Ha sottovalutato il residente del consiglio Giuseppe Conte. In cuor suo Salvini era arciconvinto che il professore - catapultato da una cattedra universitaria a Palazzo Chigi quasi per caso - avrebbe accettato senza protestare la sua richiesta di dimettersi da capo del’esecutivo, aprendo immediatamente la corsa verso le elezioni politiche anticipate. Ha commesso un grosso, grossissimo, errore. Dopo un anno e mezzo a capo del governo, invitato ai summit mondiali alla pari di Trump e Putin, Conte non è più l'oscuro notaio del patto tra Salvini e Di Maio, ma si crede veramente il presidente del Consiglio italiano. In più è un avvocato, quindi di cavilli e regolamenti ci campa, ed è proprio nella gabbia di paletti costituzionali e parlamentari che ha intrappolato Salvini.

Ha trattato i Cinque Stelle come un partito che vale la metà della Lega. Corrisponde al vero che alle europee il movimento etero-diretto da Grillo (Beppe) e Casaleggio (Davide) ha dimezzato quasi i consensi, mentre la Lega li ha raddoppiati, ma alla Camera ed al Senato i penta stellati hanno quote di parlamentari fotografati al marzo 2018, quando il M5s era il primo partito italiano. Infatti il gruppo parlamentare M5s è il più numeroso, e nel pallottoliere di una crisi di governo sono soltanto quelli i numeri che contano.

Altro ancora. Matteo Salvini non ha considerato che in questo parlamento esistono pure altre forze politiche. Il Partito democratico. Forza Italia. E’ dal punto di vista della nostra carta costituzionale fin troppo elementare che i partiti oggi all’opposizione (come il Pd di Nicola Zingaretti, appunto) di cambiare repentinamente posizione sul M5S che, dal leader leghista, è stato accusato di remare contro questo esecutivo, tanto da pretendere la fine dell’esperienza del governo gialloverde, possano aspirare a rientrare nel gioco democratico per la riconquista di Palazzo Chigi. Il Pd sta per cogliere l'incredibile opportunità di passare dalla minoranza alla maggioranza di governo e magari starci fino a fine legislatura. Uno smacco per Matteo Salvini. Una sconfitta che fa male. Però, a dire il vero, ha gestito la partita in modo maldestro. Voleva la flat tax, la tassa piatta. Non l’ha ottenuta. Voleva il federalismo differenziato per Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. E si è in alto mare. Di burrasca. Perché i grillini si sono opposti con tutte le loro forze. Volevano riaprire tutti i cantieri e si sono ritrovati un Danilo Toninelli che ha opposto ostacoli su ostacoli. Dal lato dei pentastellati, un po’ troppo, per la verità, vituperati dal Matteo lumbard, Luigi Di Maio e soci pur di evitare lo scioglimento delle Camere, l'addio ai benefit fin qui goduti, come cadreghe ministeriali e altro, legittimamente cercano di opporsi alla richiesta salviniana della resa dei conti (bisogna riflettere sul fatto che fino a poche settimane fa, l’idillio a Palazzo Chigi fra Matteo e Luigi appariva senza neppure una lieve ombra: il contratto reggeva). E’ chiaro che un ritorno alle urne in tempi ravvicinati avrebbe recato al M5S danni incommensurabili, per l’unica comprensibile reazione era barricarsi sulle loro posizioni, pretendere un chiarimento subito le comunicazioni del presidente del consiglio martedì 20 e vedere un po’ l’atteggiamento dei leghisti. Sfiduceranno Conte? Il professore andrà al Quirinae a rimettere il mandato? E se sì, cosa farà il presidente Mattarella? La situazione è molto complicata. La pretesa di Salvini: tolgo la fiducia a Conte così si vota, si è rivelata sbagliata.

Anche Giancarlo Giorgetti si è lamentato per come il capitano ha gestito la crisi che lui stesso ha scatenato.  Non di aver rotto con i pentastellati, ma di averlo fatto tardi e nel momento sbagliato. La spina andava staccata subito dopo le elezioni europee. I rapporti di forza tra Lega e M5s si erano ribaltati. Non ci sarebbe stato l'alibi della scadenza della finanziaria ,si sarebbe aperta la finestra del voto in modo più semplice. Matteo Salvini ha aspettato, passando le successive settimane a litigare con i grillini ma smentendo a ripetizione l'intenzione di voler rompere il contratto con i Cinque Stelle. Fino a cambiare repentinamente linea ad agosto, dopo aver «scoperto» che il M5s è No-Tav. Un fatto che sapevano anche le pietre della Val di Susa.

In più non ha ritirato la delegazione di ministri leghisti. Operazione che gli avrebbe garantito due cose poter rivendicare davanti al popolo di aver rinunciato alle «poltrone»; ma soprattutto avrebbe tagliato le gambe al governo Conte costringendolo a presentarsi dimissionario al Quirinale. Ennesima superficialità riguarda anche i rapporti con il Quirinale. Salvini riteneva che il capo dello Stato avrebbe limitato a prendere atto della sue decisione di chiudere con i grillini per andare al voto? La mossa di dire ok al taglio dei parlamentari ma poi subito al voto» (tra l'altro dopo aver detto che era solo un alibi per allungare i tempi), non ha fatto altro che irritare il Quirinale per la forzatura. L'ultimo e più tragico errore, però, sarebbe quello di fare una seconda svolta e tornare da Di Maio. A quel punto oltre a perdere la possibilità delle elezioni, la Lega rischierebbe di perdere la faccia. Se questo è uno statista...

Marco Ilapi, 18 agosto 2019

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