Virus, il “cigno nero” che ci fa ripensare la globalizzazione

NEW YORK — Il danno economico del coronavirus fa precipitare le Borse mondiali nella settimana più nera dalla grande crisi del 2008 ad oggi. Dall’Asia all’Europa all’America il bollettino delle perdite si aggrava, il solo mercato americano vede sparire 3.700 miliardi di dollari di valore azionario in cinque sedute. Crollano le materie prime e perfino il dollaro s’indebolisce perdendo lo status di bene- rifugio. La Federal Reserve ammette che possa rendersi necessario il taglio dei tassi d’interesse per attutire il colpo. L’economia globale s’interroga se sia in vista un nuovo black swan, “cigno nero”, come si definiscono eventi a bassissima probabilità ed altissimo impatto. 11 settembre 2001; crac dei mutui subprime 2008; Brexit-Trump 2016: la frequenza dei “cigni neri” sembra in aumento, il coronavirus sarà il prossimo?

Nel primo mese di allarme sanitario gli investitori avevano mantenuto la calma, nulla scalfiva il loro ottimismo: l’ultimo record degli indici azionari americani risale a soli dieci giorni fa, il 19 febbraio. Eppure l’impatto economico del coronavirus era già pesante sulle economie cinese, giapponese, sudcoreana, nonché sulle previsioni di vendite di multinazionali come Apple, sulle quotazioni del petrolio, sul crollo dei noli marittimi. Gli investitori però fino a dieci giorni fa ancora pensavano ad un’epidemia contenuta; oppure scommettevano che un pronto intervento delle banche centrali avrebbe contro-bilanciato gli impulsi recessivi. Tutto è cambiato durante lo scorso weekend, con l’allarme-Italia. Improvvisamente l’effetto-coronavirus nel cuore dell’Eurozona ha cambiato la percezione del rischio globale anche negli Stati Uniti. Quarantotto ore dopo le misure di emergenza adottate in Italia, l’autorità sanitaria americana (Center for Disease Control) per la prima volta metteva in guardia contro l’inevitabilità di un’epidemia sul suolo degli Stati Uniti. Donald Trump ha cercato di minimizzare il rischio, consapevole che le sue chance di rielezione potrebbero calare in caso di frenata dell’economia. Ma non dipende dalla Casa Bianca la reazione delle imprese americane: come quelle europee, al primo caso di contagio tra dipendenti devono mettere interi settori a riposo (o tele- lavoro) per non esporsi a cause, processi, richieste di danni.

Lo scenario da “cigno nero” viene collegato a una lezione durevole di questa epidemia. Innescandosi sulla precedente guerra dei dazi, la quarantena cinese ha dimostrato la fragilità delle catene produttive globali: troppo dilatate, faticano a riorganizzarsi quando uno shock colpisce uno degli anelli industriali e logistici. Ripensare queste catene globali, riportarle più vicino ai mercati di sbocco come stanno già cominciando a fare diverse multinazionali, è un lavoro lungo e costoso, per nulla indolore. Come esempio estremo di vulnerabilità, l’America ha scoperto che la Cina era diventata anche la sua farmacia: gran parte dei principi attivi dei medicinali si producono là, inclusi molti antibiotici usati per malattie polmonari (che ora scarseggiano). Dopo trent’anni di una globalizzazione che ha privilegiato la riduzione dei costi e la massimizzazione del profitto, emergono lacune gravi sul fronte della sicurezza.

Non sempre un “cigno nero” si traduce in Apocalisse economica. La resilienza dell’economia spesso ci stupisce positivamente. L’11 settembre sconvolse la geopolitica mondiale e provocò due guerre ma il suo impatto economico si rivelò modesto (una mini-recessione americana di breve durata). Molte guerre, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Siria alla Libia, e altrettante tensioni strategiche come quelle fra Usa-Iran o Iran-Arabia, hanno lasciato tracce impercettibili sull’andamento dell’economia. La Sars o Ebola sono state gravi sul piano sanitario ma non su quello economico. Lo scenario “cigno nero” si aggrava se altre concause amplificano lo shock da coronavirus. Per esempio, sia la Cina sia l’America erano “mature” per una recessione perché reduci da periodi di crescita troppo lunghi e in parte drogati (dal credito statale agevolato e dai maxi-investimenti edili in Cina; dall’abbondanza artificiale di liquidità generata dalla Fed negli Stati Uniti).

Il panico dei mercati finanziari è anche una caduta da vette insostenibili: l’indice azionario Dow Jones era salito di 8.500 punti dall’insediamento di Trump fino ai massimi di metà febbraio. Fondi pensione e hedge fund avevano fatto indigestione di titoli tecnologici sospingendo i quattro big dell’economia digitale sopra il trilione (mille miliardi) di valore. Lo shock di Borse è assorbibile, resta da vedere l’impatto che avrà sull’economia reale: una perdita di ricchezza azionaria può moltiplicare l’effetto- coronavirus in termini di sfiducia dei consumatori e delle imprese.

L’illusione dei mercati sull’onnipotenza delle banche centrali è pericolosa. La Cina ha già tagliato il costo del denaro per far ripartire la sua economia, eppure i dati sulla produzione elettrica indicano che rimane del 40% al di sotto del normale. Anche negli Stati Uniti, se si avverano i timori del Center for Disease Control, un taglio dei tassi non basterà a ripristinare voli e vacanze cancellate, saloni e convention annullate. L’Europa arriva all’appuntamento col potenziale “cigno nero” in stato di debolezza. Germania e Italia già prima sfioravano la recessione. La Bce avendo tassi negativi ha un margine di manovra limitato e un’efficacia decrescente.

Non a caso Bruxelles preannuncia un via libera per interventi di spesa pubblica svincolati dalle rigidità abituali.

Federico Rampini –la Repubblica – 29 febbraio 2020

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS