Un ufficio stampa nazionale

Ci siamo fatti male da soli. Un meraviglioso esercizio di masochismo nazionale. Ecco la sintesi brutale di giorni convulsi e pieni di inutili polemiche intorno alla riforma del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) o più volgarmente salva-stati. Un osservatore straniero senza pregiudizi si rivolge alcune domande. Si chiede come mai un presunto colossale rischio per i risparmi degli italiani non sia stato nemmeno lontanamente intravisto da coloro che oggi lo temono gridando a squarciagola (Lega e Cinque Stelle) quando il precedente governo, di cui facevano parte, ne trattava i dettagli. Un mistero. Assumersi, di conseguenza, qualche responsabilità, se non diretta almeno politica, di «omessa vigilanza», no? Di certo, se facessero i consulenti finanziari non troverebbero tanti clienti.

Federico Fubini, sul Corriere, ha spiegato bene il funzionamento del Mes e i margini di trattativa ancora esistenti. Ha chiarito che non vi è un automatismo fra la richiesta di aiuto di uno Stato in difficoltà e la ristrutturazione del suo debito come avrebbero voluto i Paesi nordici. E che si tratta di creare un argine alle eventuali crisi bancarie per evitare effetti contagio. Dannosi per tutti. Certo, si poteva fare di più. Lo si può ancora fare in sede di approvazione del trattato, di completamento dell’unione bancaria e di redazione del bilancio 2021-27 di Bruxelles. Ma il medesimo osservatore straniero si pone altre domande chiave. Non sul Fondo salva-stati. Ma di fondo. Sulla credibilità del Paese.

Allora non escludete di fallire, vero? Perché non parlereste così, non vi agitereste, se foste tutti davvero sicuri di far fronte ai vostri impegni. Come dargli torto. Nella vita normale i dubbi sulla sostenibilità di un debitore assalgono i creditori. Non sono sventolati ai quattro venti dal debitore stesso. Un imprenditore che non esclude di andare a gambe all’aria, e si agita all’idea, non incoraggia la banca a fargli credito, né il risparmiatore comune a sottoscrivere le azioni o le obbligazioni della sua azienda.

Il nostro amico straniero continua. Gentile, ma implacabile. Si chiede ancora: forse tutte queste polemiche nei confronti del funzionamento del Fondo salva-stati hanno il retropensiero di una possibile uscita dall’euro? Perché se fosse così non potete stupirvi che gli altri diciotto Paesi aderenti alla moneta unica siano diffidenti e tentino di cautelarsi, rafforzando pregiudizi, spesso infondati, nei vostri confronti. E poi: senza il Mes, ritrovando la vostra sovranità monetaria — che non equivale all’indipendenza, tutt’altro — il risparmio degli italiani sarebbe veramente a rischio in caso di difficoltà. Ne siete consapevoli? Non credo. Non state raccogliendo le firme nelle piazze italiane? Sì, appunto, non possiamo dargli torto, solo difendere la libertà di manifestazione e pensiero.

Per fortuna, il nostro amico conosce non solo l’economia ma anche la storia. È spagnolo e si ricorda che nel 2012, anche grazie al contributo italiano, vennero salvate le banche del suo Paese. E Madrid, che non ha certo una situazione politica tranquilla, facendo subito riforme serie, è tornata a crescere molto più di noi. Grazie, ripete. Non c’è di che, rispondiamo. Siete sempre stati dalla parte dei creditori nelle crisi di questi anni (Grecia, Portogallo, Irlanda, Cipro). Anzi, ricordo che molti di coloro che oggi strepitano contro il Mes avrebbero voluto che quei Paesi se la cavassero da soli, con i loro risparmi. Giusto. E poi non avete fatto mai, nella storia unitaria, dei veri default. Avete sempre rispettato i vostri impegni. Nel 1926 vi fu solo un consolidamento, un allungamento obbligatorio delle scadenze di rimborso, come ci ricorda in un suo scritto Michele Fratianni (Indiana University). Nel 1934 un accordo sul debito estero insieme ad altri Paesi europei, Francia compresa, come scrive Gianni Toniolo (L’economia dell’Italia fascista, Laterza). Tassi alti. Onerosi. Ma sul debito pubblico avete sempre pagato. A differenza di altri Paesi. Anche di quelli che oggi hanno il dito alzato. Mentre i vostri risparmiatori hanno sofferto per le insolvenze di altri: Argentina (tango bond, 2001), Russia (1998) per esempio.

Leggo poi, continua il nostro amico spagnolo, che temete di dover pagare l’eventuale crisi di banche tedesche. La Commissione europea ha appena consentito il salvataggio di Nord LB Hannover, una delle principali banche tedesche, con i soldi pubblici. Dovreste far sentire la vostra voce visto che in passato Bruxelles ha impedito (caso Tercas) l’intervento di un fondo interbancario privato, considerandolo aiuto pubblico. Il fondo interbancario poteva poi salvare altri vostri istituti. E non fu possibile. Fatevi sentire. Mi sembra assolutamente giustificata, poi, la vostra preoccupazione che i titoli di Stato in pancia alle banche possano essere considerati rischiosi. Perché mai dovrebbero esserlo? Lo sono certamente alcuni dei prodotti derivati — difficilmente o teoricamente prezzabili — di cui sono pieni i bilanci degli istituti tedeschi, francesi e spagnoli. La storia insegna, e non solo con la grande crisi del 2008, che i default privati sono più numerosi e frequenti di quelli pubblici. Ho chiesto al mio amico spagnolo di fare lo spin doctor, l’ufficio stampa del Paese, visto che non ne siamo capaci. Mi ha risposto che gli piacerebbe tanto, ci ama moltissimo, ma teme che lo pagheremmo poco. Per demagogia. Non capisce che cosa sia il reato l’abuso d’ufficio. È sicuro che verrebbe scambiato per un agente al soldo di poteri forti stranieri. L’ho ringraziato e mi sono arreso.

Ferruccio De’ Bortoli – Corriere della Sera- 8 dicembre 2019

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La crisi italiana può essere classificata in vari modi a seconda dei parametri di valutazione che sono davvero molti. Una volta fatte le classificazioni bisogna scegliere quale crisi sia la più pericolosa e individuare i possibili rimedi. È chiaro che le classificazioni e i gradi di rischio divergeranno a seconda dei valutatori, ma credo che rendere chiari i criteri sia già un contributo. I miei criteri sono di tipo economico-politico, che hanno conseguenze istituzionali e sociali italo-europee, che a loro volta dipendono anche dallo scenario euro-internazionale. Cominciamo da questo aspetto ultimo aspetto. Il commento del prof. Alberto Quadrio Curzio su Huffington Post.

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  • Pubblicato in Esteri

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