Referendum, l’esito non premia il…premier! Renzi a casa

Matteo se l’è cercata. Altro non si può dire. Eppure lo avevano avvertito di non personalizzare il referendum. Lui niente. Un osso duro. Di comprendonio. Maria Elena Boschi e tutta la sua squadra di governo lo ha seguito in questa avventura che lo ha visto soccombere. Come un pivellino. Ha voluto. battagliare. Ha perso la battaglia . Anche se non la guerra. E’ tuttora segretario del maggior partito italiano e ha tante cartucce da sparare. Ma perché dileggiare i professoroni, alcuni ex presidenti della Corte Costituzionale. Che di Costituzione qualcosa capiscono. Renzi, Verdini e gli altri loro sodali sicuramente hanno ancora molto da imparare da Ugo De Siervo, Gustavo Zagrebeslky, Francesco Paolo Casavola, Valerio Onida,  Antonio Baldassarre, Annibale Marini, Lorenza Carlassare, Enzo Cheli, Franco Gallo e altri. Dei giovanotti senza alcuna esperienza politica né giuridica si sono approntati a preparare una riforma di ben 47 articoli della carta costituzionale pretendendo che il popolo accettasse in toto i loro predicozzi sulla Costituzione da rivoltare come un calzino perché da 70 anni ci avevano provato in tanti senza riuscirvi. Matteo Renzi e il suo governicchio ci avevano messo la faccia. Nessuno dei componenti dell’esecutivo, neanche il vecchio Padoan, ha ritenuto di suggerire a questa banda di ragazzi inesperti che forse una modifica della carta costituzionale si sarebbe potuta prospettare solamente avendo l’appoggio, il consenso di una larga maggioranza del parlamento. Cosa che non c’era fin dall’inizio del dibattito sulle riforme costituzionali. Hai voglia di urlare al vento (ai cittadini italiani) che le modifiche erano indispensabili per contare su un Paese che decide in fretta, che non ama le pastoie burocratiche, gli intralci, le trappole e quant’altro. Va bene pensare a delle modifiche, ma queste non le può imporre l’Esecutivo. Quando si discute di modifiche alla Carta fondamentale il governo deve abbandonare i suoi scranni, sosteneva il buon Piero Calamandrei,  per non influenzare il dibattito. Così non è stato,  Queste riforme non le può pretendere un vecchio e logoro presidente della Repubblica che non era più in grado di suggerire che cosa fare, come farlo e quando farlo.  Nell’anno di grazia 2014 era già stanco. Molto stanco. Chissà chi gli ha scritto il discorso letto in parlamento all’atto dell’accettazione del suo secondo mandato presidenziale. E poi la nomina del collegio dei saggi! Ridicolo. La scelta più ragionevole ed intelligente sarebbe dovuta essere quella di eleggere con il sistema rigorosamente proporzionale un’assemblea costituente, come quella del 1946. Composta dalle migliori menti d’Italia. Avrebbe partorito una Carta migliore di quella frettolosamente messa in piedi da Renzi-Verdini-Boschi. L’esito referendario non lascia dubbi di sorta. Il premier è stato sconfitto su tutta la linea. Il risultato elettorale è incontestabile. Matteo Renzi e la sua squadra debbono riflettere con giudizio e senza animosità nei confronti dei loro tanti avversari. Che non sono un’accozzaglia e, perciò stesso, incapace di indicare il raggio d’azione di un improbabile esecutivo alternativo. E’  certo che non si può parlare di imminente elezioni politiche anticipate. Che ci stanno a fare il M5S con Forza Italia e la Lega Nord insieme alla minoranza Pd? Tutti questi hanno votato No a Renzi. Ma dopo? Il problema è tutto di Sergio Mattarella. Che avrà l’onere di districare il bandolo della matassa. Non sarà impresa semplice. Il danno è ormai fatto. Il Paese adesso è in balìa della speculazione internazionale. A mio avviso l’unica personalità in grado di tenere fuori dalla tempesta finanziaria è Pier Carlo Padoan. Che ha credibilità a livello europeo e le sue parole troveranno ascolto a Bruxelles e Berlino. D’altronde non si può che ritenere che il piano di riforme, bruscamente interrotto da questo choc elettorale, debba essere prontamente ripreso su basi più solide, coinvolgendo tutte le forze politiche. M5S compreso. La legge elettorale va approntata al più presto tenendo conto delle forze in campo.  La Consulta si esprimerà sulla costituzionalità dell’Italicum e immediatamente dopo occorrerà per Renzi-Alfano-Verdini-De Luca, passando per Napolitano, metabolizzare la dèbacle, ma il problema si pone anche per i vincitori Bersani-D’Alema-M5S-Salvini dell’eterogeneo  fronte del No. Chi vivrà, vedrà, dice un vecchio saggio. Il cerino acceso passa ora nelle mani del presidente della repubblica Sergio Mattarella. Il quale dovrà decidere in fretta. Pena la ritorsione della speculazione finanziaria che nell’instabilità gonfia le sue vele. Intanto lo spread ha ripreso tono e vigore. L’Italia torna ad essere un Paese guardato con sospetto per la sua cronica incapacità di darsi delle regole che non durino lo spazio di un mattino. Si deve tornare a parlare di riforme costituzionali ma il verso deve cambiare. Non si può stravolgere la Costituzione vigente ma si debbono introdurre solo alcune modifiche. L’art. 67 ad esempio va rivisitato. Oggi recita “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Bene, un parlamentare ha il diritto di cambiare idea, ma ci si deve dimettere dallo scranno un minuto dopo. Al momento sono più di 300 i parlamentari che hanno fatto il salto della quaglia. Non deve essere più consentito. In secondo luogo o si dimezza il numero dei deputati e dei senatori o si abolisce una delle due Camere e di un inutile Cnel. Un’altra riforma sarebbe quella di ridisegnare la geografia regionale, accorpando regioni che contano una popolazione di una media città come Bologna.  Quattro o cinque bastano e avanzano. D’altronde gli italiani si sentono, a mio avviso, più bergamaschi che lombardi, più fiorentini che toscani. Si avrebbe una drastica riduzione del numero dei consiglieri regionali. Addirittura io ripristinerei le provincie e accorperei i comuni con meno di 5 mila abitanti in realtà amministrative più grandi. I risparmi sarebbero ben di più di quelli promessi da Renzi e, soprattutto, la governabilità ne trarrebbe grande vantaggio. Auguri, Mattarella! Il pallino ce l’ha lei. Guardi agli interessi del Paese e non a quelli delle botteghe partitiche.

Marco Ilapi, 5 dicembre 2016 

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Renzi parla e la spending review muore

Il premier ha salvato gli enti inutili, come ad esempio, le società che Carlo Cottarelli aveva suggerito di chiudere subito. Un caso per tutti? Continua a esistere Arcus, creata dieci anni fa dall’ex ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani. Il governo Monti l’aveva chiusa, poi durante la discussione di un decreto del governo di Enrico Letta un emendamento della forzista Elena Centemero l’ha resuscitata, con l’assenso di destra e sinistra. Da allora, l’ex ambasciatore Ludovico Ortona la amministra indisturbato.

Gli enti (inutili) non soppressi da Renzi

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Cnel sotto l'occhio del ciclone Renzi, da rottamare subito

Il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro è un organismo costituzionale che ha tradito i suoi compiti. Per di più da l'impressione di abusare del suo petere, distribuendo consulenze che dovrebbe elaborare in loco, chiamando i soli noti con lauti compensi ad effettuare studi in nome e per conto del Cnel. E' sacrosanto che il premier, riconoscendone ormai  l'inutilità, lo voglia abolire. Non serve più a niente. In tanti anni non ha presentato alcuna proposta di legge (una ogni quattro anni!). Di seguito un articolo di Fabio Pavesi su Il Sole 24 Ore.

Il Cnel è una fonte di sprechi inutili

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