Allo Stato non servono le banche

Tanto tuonò che piovve, verrebbe da dire. Sì perché ormai da tempo la Banca Popolare di Bari era fonte di molte preoccupazioni. Quindi nessuna sorpresa.
Ma il fatto che il tracollo fosse annunciato non vuol dire che non debba sollevare domande sulle sue cause e conseguenze. Rispondere a quattro domande è particolarmente importante.
Primo, perché la Popolare di Bari è andata in crisi? Esistono prima di tutto cause generali. L'Italia non si è ancora ripresa dalle crisi economiche del 2008/09 e del 2011/12. Il Prodotto interno lordo (Pil) è del 2-3 per cento sotto il livello del 2007 e il Sud, che ha perso terreno rispetto al resto d'Italia, sta ancora peggio. Inoltre il settore bancario, in Italia e all'estero, sta fronteggiando cambiamenti radicali nel modo di fare impresa dovuti alle nuove tecnologie: i bilanci bancari sono appesantiti da sportelli e personale in eccesso rispetto al necessario. In questo contesto è inevitabile che qualche banca entri in crisi. Detto questo, è chiaro che poi ad andare in crisi sono le banche mal gestite. E sembra proprio che la Popolare di Bari sia stata mal gestita con prestiti dati a chi non era poi in grado di ripagarli. Non conosco abbastanza i conti della banca, ma è probabile che, come in tutti gli altri casi di crisi bancarie degli ultimi anni, le perdite non siano dovute a pochi prestiti di importo elevatissimo, ma a un numero elevatissimo di prestiti di ogni dimensione. Questo è importante perché ci si tolga dalla testa l'idea che sia possibile recuperare facilmente le perdite, che ci siano soldi nascosti da qualche parte che potrebbero essere recuperati se solo ci fosse la volontà politica. I soldi sono finiti in una molteplicità di rigagnoli (spese di imprese decotte per pagare dipendenti e fornitori, immobili che hanno perso valore, forse anche spese di consumo). Insomma, al contrario di quello che alcuni politici sembrano suggerire, non c'è modo di recuperare le perdite, se non in piccola parte.
Seconda domanda: chi ci metterà ora i soldi per coprire quelle perdite? Nello schema governativo ci sarà un intervento misto di risorse private (quelle delle banche attraverso il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, o Fitp) e pubbliche (attraverso il Mediocredito Centrale, una società per azioni di proprietà di Invitalia a sua volta di proprietà del Ministero dell'Economia). Sarà compatibile questo schema con la normativa europea contro gli aiuti di stato? Il tribunale di primo grado dell'Unione Europea ha qualche mese fa dato ragione allo stato italiano concludendo, al contrario di quanto era stato sostenuto dalla Commissione Europea, che un intervento del Fitp non è aiuto di Stato. Ma in questo caso non c'è dubbio che ci siano anche risorse immesse, indirettamente, dallo Stato. E' un problema? Si cita il caso della recente ricapitalizzazione della banca tedesca NordLB con soldi pubblici, ma c'è una differenza: quella era una banca pubblica e, come avvenuto peraltro anche per banche di altri paesi, è ammessa l'immissione di capitale pubblico in una banca pubblica con un serio piano di ristrutturazione. Per il Monte dei Paschi sono state usate risorse pubbliche senza che questo creasse problemi con la Commissione. Ma si trattava di un caso di ricapitalizzazione preventiva. Insomma, la situazione resta incerta e il governo italiano dovrà presentare il proprio caso in modo efficacie a Bruxelles per non avere problemi.
Terza domanda: a cosa servirà il miliardo immesso nella Popolare di Bari? Non è chiaro quanto di questo miliardo servirà ad aumentare il capitale della banca per portarlo ai minimi richiesti dalla regolamentazione e quanto andrà invece a rimborsare le perdite dei privati che hanno messo soldi nella banca, ossia i 69.000 soci della banca, gli obbligazionisti e i depositanti (sopra i 100.000 euro perché sotto si è completamente coperti dalla assicurazione sui depositi). Quando Conte dice che "non tuteleremo nessun banchiere" a chi si riferisce? Già perché i "banchieri" di solito sono i proprietari della banca che, in questo caso, sono i 69.000 soci. E se non sono questi i banchieri, chi sono? Gli amministratori della banca? Ma è ovvio che questi non vadano salvati! Anzi, gli amministratori, se disonesti, devono essere adeguatamente puniti, dopo un giusto processo penale (ci sono 7 cause in corso). Insomma, non è ancora chiaro chi verrà protetto con i soldi pubblici. Dovrebbe essere pratica comune che chi ha investito in una impresa del capitale di rischio (in questo caso i soci) lo perda se le cose vanno male, salvo casi di provata truffa. Ma non è sempre stata questa la logica seguita in passato: il governo gialloverde aveva stanziato un miliardo e mezzo per la tutela anche di azionisti delle banche andate in crisi nella legislatura passata, cioè di piccoli banchieri.
Ultima domanda: serve nazionalizzare come sostiene Di Maio? È una domanda che non ha molto senso nell'immediato. Se i soldi immessi nella Popolare di Bari andranno a costituire, come sembra inevitabile, parte del capitale della banca è ovvio che lo stato, indirettamente, diventerà in parte proprietario della banca. La questione, semmai, è se lo Stato debba rimanere permanentemente nel capitale della banca come, per ora, è rimasto nel capitale del Monte dei Paschi. Io non vedo quale vantaggio rispetto al settore privato abbia lo stato nel gestire una banca. Ed è paradossale che quelli che ora dicono che le perdite della Popolare di Bari erano dovute a intrallazzi tra banca e politica, vengono poi a proporre la sua nazionalizzazione. Misteri della politica!

Carlo Cottarelli – La Stampa – 16 dicembre 2019

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Il vero nodo è il debito dello Stato

Oggi il Presidente del Consiglio riferirà in Parlamento sulla vicenda Mes, il fondo europeo salva-Stati costituito per prestare soldi ai paesi europei in caso di crisi. Qualche giorno fa, su queste colonne, ho espresso perplessità rispetto ad alcuni aspetti della riforma del Mes.
Ho, in particolare, sottolineato che quello che c'è scritto nel piano di riforma e, soprattutto, quello che non c'è scritto potrebbero aumentare il rischio di una crisi sul mercato dei titoli di stato italiani. Quello che c'è scritto, perché alcuni cambiamenti nel processo decisionale nella gestione delle crisi di debito pubblico renderebbe un po' più probabile la ristrutturazione del debito (cioè non ripagare interamente chi ha prestato soldi allo Stato), come condizione per accedere ai prestiti Mes. Quello che non c'è scritto, perché sarebbe stato utile chiarire che la ristrutturazione del debito pubblico, soprattutto per un paese dove il debito è prevalentemente interno come l'Italia, deve essere un'extrema ratio e non uno dei tanti strumenti disponibili per ridurre il debito.
Detto questo, il dibattito cui abbiamo assistito negli ultimi giorni rasenta l'assurdo. È assurdo che a gridare allo scandalo (Lega e Cinque Stelle) siano quelli che erano al governo quando l'Italia sottoscrisse l'accordo. Che facevano all'epoca? Si occupavano di minibot, del franco Cfa, dell'oro della Banca d'Italia o altre amenità del genere? È assurdo che chi per anni ha sostenuto che un paese in crisi non debba essere costretto a fare austerità per ripagare i creditori ora si inalberi per una riforma che condizionerebbe i prestiti del Mes proprio a non pagare i creditori. È assurdo che si gridi allo scandalo per una riforma che consentirebbe di usare i soldi del Mes per sostenere sistemi bancari in crisi, pensando che questa riforma sia volta a salvare le banche tedesche, quando la Germania ha un debito pubblico basso e non avrebbe certo bisogno di richiedere i prestiti del Mes potendo indebitarsi sui mercati a tassi negativi (cosa che invece non può fare l'Italia).
Ma forse la maggiore assurdità è quella di dimenticarsi che, indipendentemente da quello che verrà scritto nel trattato del Mes, dato lo stato dei conti pubblici italiani e il nostro comportamento negli ultimi anni in termini di gestione della finanza pubblica, corriamo davvero il rischio che un eventuale aiuto da parte dei nostri partner europei sia accompagnato da una richiesta di ristrutturare il debito. Ripeto: indipendentemente da quello che sta scritto nel Mes. Perché penso questo? E, soprattutto, come possiamo evitare il rischio di trovarci di fronte a una tale richiesta?
Lo penso perché temo che si sia diffusa a livello internazionale la convinzione che il debito pubblico italiano possa essere ridotto solo attraverso un forte taglio iniziale e non attraverso un graduale aggiustamento. Prima di continuare, a scanso di equivoci, premetto di non essere d'accordo con questa visione. Sarebbe un grave errore vedere nella ristrutturazione del debito la soluzione dei nostri problemi. Ma non importa quello che penso io. Importa quello che si pensa oltralpe seguendo una logica che, a dire il vero, trova un fondamento nel nostro comportamento passato. Abbiamo più volte dimostrato, in momenti di difficoltà dei nostri conti pubblici di saper reagire. Ma abbiamo anche più volte dimostrato di essere pronti a ricadere nelle vecchie abitudini non appena il pericolo sia passato. Gli esempi sono tanti. Fine degli anni '90: dopo la crisi del 1992, abbiamo portato l'avanzo primario (la differenza tra entrate dello stato e spesa pubblica al netto degli interessi, ossia le risorse disponibili per pagare gli interessi e potenzialmente ridurre il debito pubblico) al 4-5 per cento del Pil, un livello elevato. Entriamo nell'euro, i tassi di interesse sul debito scendono e ci illudiamo che il problema del debito sia sparito. Lo stato ricomincia a spendere con un aumento in pochi anni della spesa pubblica primaria di 3 punti percentuali di Pil e un calo dell'avanzo primario su valori vicini all'1 per cento del Pil. Il rapporto tra debito e Pil scende ma molto meno di quanto avviene in altri paesi euro (come il Belgio). Secondo esempio: crisi del 2011, lo spread sale a quasi 600 punti base, si fa una dolorosa manovra di aggiustamento e si mette in Costituzione l'obbligo di pareggio di bilancio (anche la Lega votò per 3 volte su quattro a favore dell'emendamento costituzionale, astenendosi alla quarta votazione). L'avanzo primario sale sopra al 2,3 per cento del Pil nel 2012 (era diventato negativo nel 2009-10). Ma quando lo spread cala, si fa marcia indietro: l'avanzo primario viene gradualmente ridotto e il rapporto tra debito e Pil si stabilizza ma non scende. E anche ora, dopo il calo dello spread rispetto a un anno fa, non si fa nulla per abbassare il debito pubblico. Anzi, nella legge di bilancio per il 2020, si prevede una seppur piccola riduzione dell'avanzo primario che raggiungerebbe (all'1,1%) il più basso livello dal 2009. Nel frattempo, in tutti questi anni abbiamo mandato a Bruxelles piani triennali in cui si fissavano obiettivi di graduale rafforzamento dell'avanzo primario e di riduzione di deficit e debito pubblico, piani sempre smentiti dai fatti. Difficile criticare chi, fuori dai nostri confini, dubiti nella nostra capacità di ridurre il debito gradualmente e si sia convinto che l'unica soluzione al problema del debito pubblico italiano sia un suo calo attraverso un'operazione straordinaria, la sua ristrutturazione.
Naturalmente niente di tutto questo è rilevante se pensate che il debito pubblico non sia un problema nostro e che gli altri paesi europei se ne dovrebbero far carico attraverso una condivisione del debito o finanziamenti a rubinetto da parte del Mes e della Bce. Oppure se pensate che potremmo fare come il Giappone, una volta usciti dell'euro. Beh, non siamo il Giappone (che poi così bene non sta visto che da un quarto di secolo ha uno dei tassi di crescita più bassi al mondo) e non credo possiamo sperare che gli altri paesi o le istituzioni dell'euro si accollino il nostro debito. Non resta allora che una soluzione per evitare richieste indesiderate. Mostrare che è possibile ridurre il nostro debito gradualmente, senza fare manovre troppo radicali di austerità ma attraverso aggiustamenti stabili nel tempo. Ci aiuteranno riforme che rilancino la crescita (meno burocrazia, meno tasse risparmiando sulle spese non prioritarie, meno evasione, una giustizia civile e servizi pubblici che funzionino). È poi necessario risparmiare le maggiori risorse prodotte dalla crescita fino a raggiungere il pareggio di bilancio (che, ripeto, sta ancora in Costituzione). Si può fare, si deve fare per convincere gli altri paesi europei che il debito italiano è sostenibile e non deve essere ristrutturato. Questa dovrebbe essere la nostra principale preoccupazione, non il Mes. —

Carlo Cottarelli – La Stampa – 2 dicembre 2019

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Lega di Salvini pretende elezioni subito, Italia nel caos

La crisi italiana può essere classificata in vari modi a seconda dei parametri di valutazione che sono davvero molti. Una volta fatte le classificazioni bisogna scegliere quale crisi sia la più pericolosa e individuare i possibili rimedi. È chiaro che le classificazioni e i gradi di rischio divergeranno a seconda dei valutatori, ma credo che rendere chiari i criteri sia già un contributo. I miei criteri sono di tipo economico-politico, che hanno conseguenze istituzionali e sociali italo-europee, che a loro volta dipendono anche dallo scenario euro-internazionale. Cominciamo da questo aspetto ultimo aspetto. Il commento del prof. Alberto Quadrio Curzio su Huffington Post.

I pokeristi di Palazzo Chigi

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