Renzi, il ritorno

Matteo Salvini si è isolato in Europa, ha sbagliato tutto. Aveva il Paese nelle sue mani. Il partito democratico ha afferrato un’occasione d’oro, che gli è stata offerta su un piatto. Irrinunciabile. Irripetibile. Con estrema disinvoltura, senza perder tempo. Giuseppe Conte ha in modo manifesto l’intenzione di istituzionalizzare il Movimento 5 Stelle e intende spostare l’asse a sinistra. A questo punto la domanda sorge spontanea: nascerà un nuovo centro-sinistra? Nicola Zingaretti ci spera.

Nel frattempo Matteo Renzi, che conta su una pattuglia agguerrita sia al Senato sia alla Camera dei Deputati, ha deciso lo strappo. Era nell’ordine naturale delle cose. Lui  si è conquistato la golden share sull’esecutivo che ha appena incassato la fiducia. Il capo del governo è piuttosto preoccupato. Già avverte che la sua seda traballa.

Progetto politico

C’è una nuova legge elettorale da mettere in campo. C’è la riduzione del numero dei parlamentari da approvare in via definitiva. Sarà certamente di tipo proporzionale. Così da togliere l’erba sotto  piedi dei sovranisti. Per cui neanche con il raggiungimento della soglia del 40% si potrà contare su una maggioranza stabile.

Il Partito democratico fino a qualche settimana fa faceva parte di un’opposizione inconsistente, stante che questo ruolo era assolto fin troppo generosamente dai due partiti (Lega e M5S) al governo.

C’è molto malcontento in tutti i partiti. Prima i dem ed i grillini si odiavano. Molto cordialmente. Oggi dicono, giurano (ma ben pochi italiani ci credono) di amarsi alla follia.

Sicuramente non ci sarà da divertirsi. Almeno per milioni di elettori che sono piuttosto disorientati.

A mio avviso sarebbe opportuno modificare la carta Costituzionale repubblicana i senso presidenziale. Sul modello francese. Su questo punto hanno ragione sia Matteo Salvini che Silvio Berlusconi. I nodi da sciogliere sono sempre gli stessi: bisognerebbe modificare le regole elettorali sì da consentire che un momento dopo la chiusura delle urne si sappia chi ha prevalso. Che sia il centro, che sia la destra (non quella estrema), sia la sinistra (non quella estrema).

L’Italia ha subito troppi scossoni negli ultimi anni. Il governo Monti non è stato generato da un “colpo di Stato”, come aveva più volte stigmatizzato il presidente del  tempo Silvio Berlusconi, però non è  stato sicuramente un “parto” da elezioni politiche generali. E’ stata un’imposizione di Giorgio Napolitano. Come non è stato affatto lineare allungare la vita di un morente governo Berlusconi nel 2010, quando si appena era costituito il gruppo dei cosiddetti responsabili, dagli Scilipoti ai Antonio Razzi e altri.

Il ritorno di Renzi fa chiarezza. Risponde a verità che la sua presenza nel Pd è sempre stata vista con sospetto se non mal sopportata. E altrettanto vero che il Matteo di Firenze ci ha messo molto del suo per seminare zizzania. Adesso, appena il governo Conte 2 ha ricevuto la fiducia in entrambe le Camere, da precisare, dietro l’impulso determinante dell’uomo di Rignano sull’Arno (sono stati proprio lui e Beppe Grillo a suggerire lo strano accordo per la formazione di un nuovo governo anti-salviniano), ecco che Matteo Renzi sfida di nuovo tutti ed entra a piedi uniti nella trattativa per determinare le linee progettuali dell’esecutivo guidato di “Giuseppi” Conte. E’ certo che Matteo Renzi scombussola le certezze di chi aveva scommesso su un matrimonio di interesse o, addirittura, d’amore tra pentastellati e demokrat. Nel Palazzo c’è chi esulta e chi  assai preoccupato.

Italia Viva vuole parlare alle persone non al Palazzo. Ha detto il senatore del Pd eletto nella circoscrizione di Scandicci: “Noi vogliamo riportare le persone ad appassionarsi, a impegnarsi nella politica. Dopo sette anni di impegno diretto in prima fila, non c'è stato un giorno in cui io non sia stato bersagliato dal fuoco amico". Replica Nicola Zingaretti, il segretario Pd, a seguito della nascita di Italia Viva di Renzi: : «Errore dividere il Pd ma ora noi dobbiamo portare il partito nel futuro. Mi auguro che non si destabilizzi il governo e faremo di tutto perché non sia così. Certo, è un rischio, perché con una nuova sigla politica cambia il quadro di governo e io mi appello al senso di responsabilità di tutt. Aferma Matteo Salvini, leader  della Lega,

Sostiene Enrico Morando, presidente dell’associazione LibertàEguale: «Considero la scissione di Renzi “peggio che un crimine, un errore politico”. Matteo dice che era considerato un intruso? Non da tutto il partito. E ciò non gli ha impedito di stravincere il Congresso. Vederlo fare un partitino è sconsolante»

La mossa di Matteo Renzi, per il presidente del Consiglio Conte, cambia il quadro politico. E chiaramente una minaccia alla stabilità del governo appena nato. Matteo Salvini gongola, con il passaggio di una maggioranza a due più mezzo (M5S, Pd e Leu) a un'altra a tre più mezzo (M5S, Pd, Italia Viva e Leu), l'ex rottamatore ha in mano il futuro dell'esecutivo. Le assicurazioni di Renzi («faccio il partito per dargli lunga vita, si voterà nel 2023») non rassicurano né il presidente del Consiglio, né tantomeno Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio. Conte non sembra abbia intenzione di tornare in Parlamento per chiedere una nuova fiducia però ha espresso le sue preoccupazioni anche a Mattarella, nel corso di un colloquio al Quirinale sui temi della politica estera fissato da tempo. Dal Colle però trapela tranquillità. Si parla di normale dinamica che attiene ai gruppi parlamentari: nessun cambio di maggioranza. Se si considera l’astio tra  il capo politico dei grillini, Luigi Di Maio, e l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, si può scommettere che la navigazione del Conte 2 non sarà affatto tranquilla.

Insomma, Renzi si è riproposto sulla scena politica e niente sarà più come prima. Questo è sicuro. Adesso si aspetta l’approvazione definitiva della norma costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari (tema molto caro ai Cinquestelle) e, subito dopo, la legge di bilancio e la indispensabile riforma della legge elettorale.

P.s: Siccome l'imput al progetto governativo M5S-Pd lo hanno dato due democristiani doc come Dario Franceschini e Matteo Renzi con l'accettazione di Luigi Di Maio, sicuramente i due partiti, sotto traccia, intendono, l'uno (il M5S) assorbire il gruppo, diciamo, sinistrorso e conduro per mano sulla loro linea progettuale; d'altro canto i democratici di Zingaretti sono certi di incanalare il movimentismo dei pentastellati nell'alveo dela piena accettazione della Costituzione repubblicana.  Obiettivo che il precedente esecutivo faticava a perseguire sia con la flat tax e quota 100 (per la Lega) sia con il reddito di cittadinanza e con il decreto dignità (per i grillini).

Marco Ilapi. 18 settembre 2019

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Calino i costi della politica, almeno

Con la nuova legge elettorale, il famigerato Rosatellum, ormai da quasi tutti rinnegato e, conseguentemente, figlio di nessuno, la propaganda la si fa sui talk show televisivi. I candidati, per di più, non sono più espressione dei collegi in cui si presentano. Il caso di Maria Elena Boschi, da Arezzo viene catapultata in Alto Adige, per far sorridere la Micaela Biancofiore che l’aspetta al varco per un confronto che promette scintille. Ma i casi sono tanti. In Emilia Romagna si confronteranno Piero Fassino che nasce a Torino nel 1949, da una famiglia partigiana (il padre Eugenio fu comandante della 41esima brigata Garibaldi durante la resistenza). Si iscrive alla FGCI nel ‘68 e diventa segretario della Federazione torinese del PCI nel 1983, per poi seguire tutte le evoluzioni del partito fino all’elezione a segretario nazionale dei DS nel 2001. Due volte ministro, è stato sindaco di Torino dal 2011 al 2016 e si scontrerà con Pier Luigi Bersani, che nasce in provincia di Piacenza nel 1951 da famiglia di artigiani di impronta cattolica, ma lui sceglie da subito il PCI, diventando consigliere regionale a 29 anni. Fa il Presidente della sua regione dal 1993 al 1996, poi il ministro in cinque governi e il segretario del PD dal 2009 al 2013. Andrea Orlando, che è di La Spezia, va bene che è un ministro importante in carica, ma che ci sta a fare in Emilia Romagna? I candidati han da essere locali, a parte qualche eccezione. Il territorio deve esprimere, magari con le primarie, oggi abiurate anche da chi le ha, a suo tempo, inventate, proprio il Pd. Cos’hanno combinato i rais dei diversi partit?i
Beatrice Lorenzin, romana, ha un seggio blindato a Modena alla Camera, per la gioia dei modenesi. A Parma, il Pd ha candidato Lucia Annibali, lei che è di Pesaro, nella città marchigiana hanno spedito Marco Minniti, calabrese. Valeria Fedeli, originaria di Treviglio, una vita da sindacalista, è a Pisa. Pier Carlo Padoan, di Roma, a Siena. L’ex ministro Cesare Damiano, di Cuneo, nel collegio di Terni, il romanissimo Roberto Giachetti a Prato. Il 22% dei candidati di Pd e alleati è «fuori sede». Il centrodestra ha fatto di peggio: 27% al Senato, 28,5% alla Camera. Uno su tre. L’ex sottosegretario Guido Crosetto dalla sua Cuneo si ritrova a Bergamo; Isabella Rauti, l’ex moglie di Gianni Alemanno, figlia dello storico leader del Msi Pino, da Roma l’hanno mandata a Mantova. E che dire di Ylenja Lucaselli? Lei ha fatto una triplo carpiato, cambiando schieramento e territorio: pugliese, nel 2010 sosteneva Nichi Vendola di Sel, e adesso è al fianco di Giorgia Meloni, a Modena. In Forza Italia Giorgio Mulè, ex direttore di Panorama, siciliano, è finito a San Remo per la Camera; Vittorio Sgarbi ad Acerra: per lui sarebbe stato naturale cercare l’elezione nella sua Ferrara o in Sicilia dove è assessore regionale. Discorso simile per il leader Udc Lorenzo Cesa, nato vicino a Guidonia ma candidato a Nola;  l’ex ministro Gaetano Quagliariello, di Napoli e docente universitario a Roma, è stato catapultato a L’Aquila per Noi con l’Italia. 
L’escamotage del Rosatellum non ha sortito gli aspetti auspicati. Il 5 marzo con molte probabilità il risultato elettorale non premierà nessun partito partecipante alla competizione. L’abbiamo sostenuto in altre occasioni. A parte l’errore macroscopico di approvare una legge così importante per il Paese ricorrendo con sistematicità al voto di fiducia, rinunciando a miglioramenti della stessa, sembrerebbe che l’obiettivo sia stato perseguito con sagacia. Detto con un sottile velo di ironia. Ma se la situazione sarebbe stata assorbita con due forze grosso modo equivalenti (uno dei due avrebbe vinto), sicuramente l’obiettivo della governabilità non lo si sarebbe mai e poi mai potuto raggiungere con tre raggruppamenti che equamente si suddividono il malloppo elettorale. Di più e meglio: il partito che certamente farà un vero e proprio exploit, secondo quasi i pronostici dei sondaggisti, sarà il Movimento 5 Stelle. Osteggiato da tutti gli altri partiti. Non curandosi del piccolo particolare che se gli elettori italiani premieranno i pentastellati ogni responsabilità non può che ricadere sulle spalle del partito democratico guidato da Renzi, su Forza Italia di Silvio Berlusconi, sulla Lega di Matteo Salvini e anche su Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Se lorsignori, reucci della politica nostrana da un oltre un ventennio, avessero contribuito a realizzare delle politiche che fossero negli interessi degli italiani. Che da anni chiedono una forte diminuzione dei costi della politica, l’eliminazione di fatti corruttivi, introducendo delle norme che cacciassero in via definitiva tutti i politici corrotti. In altri Paesi così si fa. Se…se…se… Ma con il senno dei poi son piene le fosse. Gli elettori sono abbondantemente disillusi e voteranno contro chi li ha ridotti in braghe di tela. Lo dimostra la scarsa partecipazione alle urne in una delle regioni tradizionalmente rosse, giusto l’Emilia Romagna, dove a votare alle amministrative si è recato il 37% degli aventi diritto. Renzi rifletta. Se auspica un cappotto alla rovescia (modello Sicilia del 2001, con un 61 a 0 per Forza Italia), beh, contento lui… Nella formazione delle liste del partito democratico sembra sia stata premiata soltanto la fedeltà e per farlo si è agito con arbitrio e violenza. Premiando quasi ovunque amici e amiche. Un deputato di area lettiana come Marco Meloni è stato escluso dalle liste. Certo che anche Bersani aveva fatto qualche scherzo, inserendo nelle liste molti personaggi a lui vicini, ma Renzi ha fatto “cappotto”. E chi ne risentirà sarà il partito. Il suo partito. L’opposizione vene confinata in una ridotta. Si pensi che all’ex presidente Cuperlo è stat proposta la candidatura contro Bersani. Un fratricidio. Per fortuna che contro Vasco Errani correrà il democristianissimo Pierferdinando Casini! Insomma, il Pd è alle comiche finali. In Emilia si svolgerà quindi il duello all’Ok Corral tra il sabaudo Piero Fassino e proprio Pier Luigi Bersani. Questo evento, in certa maniera, epico, sarà il vero termometro dello stato di salute dello schieramento progressista italiano, che non a caso pare assai poco di moda tra le scelte degli elettori. Che puntano sui Cinquestelle. Renzi ha le sue colpe, non ha cercato di porre un argine alla continua emorragia di consensi del partito di cui è stato confermato segretario a furor di popolo nela scorsa primavera, ma ha anche dato un contributo determinante con le sue scelte a spaccare il Pci-Pds-Pd. E’difficile, molto difficile, affermare che il fiorentino sia l’unico responsabile di questo stato di cose. Di questo non proprio inopinato tracollo. Le urne però sono ormai vicine, i numeri parleranno chiaro. Matteo Renzi ha sbandierato per mesi il risultato elettorale del maggio del 2014 (le europee, che lo avevano gratificato di un eccezionale 40,8%)), ma oggi deve prendere atto che la forza elettorale del suo Pd è praticamente dimezzata. Errori ne sono stati commessi e a risentirne è il popolo che negli anni si è sentito defraudato per delle politiche del Pd di tipo centrista, anzi più destrorsa. Operazione che tra l’altro non è riuscita e che ha premiato i partiti del centro destra, grazie anche alle posizioni che Forza Italia, la Lega e Fratelli d’Italia hanno assunto sl tema del controllo dei flussi migratori. Confronti di programma (si fa per dire) si sono tenuti prevaletemente sulle tv. A questo punto i signori politici mollino il malloppo, si auto riducano le prebende, come han fatto i grillini, che giustamente se ne vantano e potrebbero convincere l’elettorato a votare in massa per loro. Si tenga conto che tra le altre proposte hanno detto che vogliono impedire in via definitiva il vizio di cambiar casacca senza pagare il fio. Si ripete, ogni politico ha diritto di mutare parere sulle linee del partito, però quando sono oltre 600, diconsi seicento, che durante una legislatura, questa, saltano il fosso, come si può dar torto a Luigi Maio che propone di modificare l’art. 67 della Costituzione? Sicuramente lo vogliono gli elettori e questo il buon Di Maio lo sa. Ecco cosa racconta in proposito il Fatto Quotidiano sui voltagabbana:

“C’è chi ha cambiato partito, lanciando o seguendo scissioni. Chi si è difeso nel nome della Costituzione. O ancora chi, tra Montecitorio e Palazzo Madama, non si è fatto troppi scrupoli a girovagare tra i gruppi, nel segno del trasformismo di depretisiana memoria. Aspettando la (nuova) legge elettorale, dimenticata dopo i mesi in cui tutti invocavano urne anticipate e poi “congelata” dal Congresso Pd, c’è soltanto una certezza: la libertà di mandato non sarà certo messa in discussione. Così, nel Parlamento dei nominati (per “merito” del Porcellum), è record per i cambi di gruppo: ben 450, nella XVII legislatura, come riporta Openpolis: 195 al Senato, 255 alla camera, con 312 parlamentari coinvolti. L’ultimo episodio? Mario Mauro, tornato da Berlusconi. Ma in buona compagnia. Il recordman indiscusso è Luigi Compagna, con ben sei cambi, ora con i Conservatori e Riformisti: “La statistica è ingenerosa. E ammetto di aver peccato votando la fiducia al governo Renzi, ma solo 4 volte”, replica ironico. E ancora: “L’elettorato? Sono libero di sconfessarlo, nel nome della Costituzione”. Certo, i cambi attraversano tutto l’arco politico. “Io sono per tutelare la democrazia e la Costituzione”, si difende l’ex M5S Serenella Fucksia. Ma c’è anche chi nega di essersi mai mosso, come Claudio Fava (ex Sel, ora Articolo 1 – Mdp): “Ha presente il sistema tolemaico? Sono sempre stato allo stesso posto, sono rimasto a sinistra e all’opposizione. Bene, sono gli altri che si spostano…”. Insomma, quando è troppo, è troppo. Qualche pasticcio lo sta combinando pure Silvio Berlusconi, in specie quando sussurra .ai dissidenti del Cinquestelle che possono, se lo desiderano, accasarsi nei pressi di Arcore, a Forza Italia. Lui accoglie tutti. Lo ha fatto, nel lontano 2010, con Antonio Razzi, Domenico Scilipoti, Catia Polidori e tanti altri transfughi dalle file finiane a quelle berlusconiane. Ma quello del salto sul carro del vincitore o salto della quaglia è uno sport in cui eccellono tanti nostri compatrioti. Che tristezza! E noi paghiano…

Marco Ilapi, 1 marzo 2018

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Torniamo a votare, per favore

Dal 2010 gli italiani sono stati sostanzialmente espropriati del diritto di voto. Nell’autunno di quell’anno l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con il governo Berlusconi in crisi di consensi, anziché mandare l’uomo di Arcore a casa con il suo esecutivo, inopinatamente, ha preteso che il parlamento  provvedesse all’approvazione della legge di bilancio e, successivamente verificare se ci fosse ancora  la maggioranza per tenere in vita il governo di Silvio, dopo la fuoriuscita di Gianfranco Fini (“Che fai, mi cacci?”) e la convulsione di decine di parlamentari (ricordate l’ abbandono della nave di Antonio Di Pietro da parte di Sergio De Gregorio, Antonio Razzi e Domenico Scilipoti?), transfughi da un partito all’altro con rientri a casa. In quella fine d’anno se ne sono viste di tutti i colori, con cambi di casacca repentini a sostegno dell’esecutivo in grande difficoltà. L’errore è stato di Silvio Berlusconi, padre-padrone del centro destra. Non avrebbe dovuto irritare per poi espellere il presidente della Camera Fini, nell’interesse del governo a sua guida. Purtroppo il tycoon de no’antri si è incaponito ed ha dato un contributo determinante alla fine della sua esperienza governativa e del tracollo elettorale del centrodestra.

Infatti l’anno successivo c’è stata la resa dei conti. Il presidente Napolitano ha deciso di giocare una partita in prima persona e ha deciso cosa fare. Sulle pelle del Paese. Contatta il prof. Mario Monti a cui ha chiesto di subentrare a Silvio Berlusconi in palese difficoltà, specie dopo la lettera della Bce che qui riproduciamo, per fare memoria di quel che accadde nel 2011:

Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un'azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori. 
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell'area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell'euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l'Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali. 
Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.

Nell'attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:

1.Vediamo l'esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l'aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l'efficienza del mercato del lavoro.

a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala. 

b) C'è anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L'accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.

c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.

2.Il Governo ha l'esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche. 

a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L'obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell'1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi. 

b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali. 

c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l'assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.

Vista la gravità dell'attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio. 
3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell'amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l'efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione). C'è l'esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali. 
Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,

Mario Draghi, Jean-Claude Trichet - Francoforte/Roma, 5 Agosto 2011 

Morale della favola, l’Italia non è più padrona del suo destino. E’ vero che da un ventennio i governi che si sono succeduti non sono riusciti ad affrontare e risolvere i veri problemi del Paese. L’economia non cresce e da decenni non si intravedono misure capaci di invertire il trend della mancata crescita con adeguate politiche di diminuzione del carico fiscale su aziende e cittadini e di incentivi alle imprese che assumono, nonché di porre un freno all’aumento della spesa pubblica, arrivata a livelli ormai insopportabili.

Eppure non appare difficile individuare cosa fare. Ci vuole buona volontà e una buona dose di serietà. E’ vero che occorre approvare una legge elettorale che aiuti a fare chiarezza sui consensi di cui possono ancora godere i vari partiti. La cui credibilità è ridotta ai minimi termini. Dovrebbero rendersene conto ed essere conseguenti e pensare al bene del Paese e non alla varie Ditte che si confrontano nella contesa elettorale. Se il M5S è diventato un avversario temibile nelle urne è semplicemente per la grande confusione che regna sovrana nelle segreterie dei democratici, in primo luogo, ma anche a casa del NCD (che ha più rappresentanti nel governo di quanti voti ha sul territorio), ad Arcore, tra i padani di Salvini  L’Italia è bloccata. Ma lo è da oltre un ventennio. E non si intravede una soluzione ai suoi problemi. Che sono i problemi dell’elettorato, sempre più disorientato. Se il malessere si diffonde sempre più è perché gran parte della popolazione avverte un disagio crescente perché sente lontani i suoi rappresentanti. E constatano che quanto sottolineano alcune organizzazioni internazionali come Oxfam. L’Italia è in palese ritardo e i cittadini avvertono da anni l’incapacità dei nostri governanti di portare a soluzione i problemi del Paese. Una volta florido, oggi in angustie ben fotografate dall’indagine di questa Ong. In calce a queste considerazione è indispensabile che entro pochi mesi si torni a votare con una legge elettorale degna di questo nome e che non favorisca nessuno, nè i Cinquestelle, nè il Pd, nè altri. Introdurre una soglia di sbarramento del 5% e la modifica dell'art. 67 della Carta Costituzionale per impedire il voltagabbanismo basterebbero per ridare speraza agli italiani.

Marco Ilapi, 16 gennaio 2017

Oxfam:  Agisci contro la diseguaglianza, agisci contro l’ingiustizia

Un’economia per il 99%, il nuovo rapporto di Oxfam diffuso oggi, alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos, analizza quanto la forbice tra ricchi e poveri si stia estremizzando: multinazionali e super ricchi continuano infatti ad alimentare la disuguaglianza, facendo ricorso a pratiche di elusione fiscale, massimizzando i profitti e usando il loro potere per influenzare la politica.

La soluzione? Ripensare il sistema economico a cui siamo abituati, che fin qui ha funzionato a beneficio di pochi fortunati e non della stragrande maggioranza della popolazione mondiale: è questo che, insieme, vogliamo chiedere al nostro governo con il nostro manifesto.

Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia: “I servizi pubblici essenziali come sanità e istruzione subiscono tagli, ma a multinazionali e super ricchi è permesso di eludere impunemente il fisco. La voce del 99% rimane inascoltata perché i governi mostrano di non essere in grado di combattere l’estrema disuguaglianza, continuando a fare gli interessi dell’1% più ricco: le grandi corporation e le élites più prospere”.

Ricchezza globale: i poveri sono sempre più poveri

Secondo le nuove stime sulla distribuzione della ricchezza globale, basate su dati migliorati rispetto alla condizione delle fasce di popolazione meno abbienti in Cina e India, la metà più povera del pianeta è ancora più povera di quanto calcolato in passato.

E i ricchi sono sempre più ricchi

I mega paperoni dei nostri giorni si arricchiscono a un ritmo così spaventosamente veloce che potremmo veder nascere il primo trillionaire (ovvero un individuo che possiederà più di 1.000 miliardi di dollari) nei prossimi 25 anni. Una cifra che si consuma solo spendendo un milione di dollari al giorno per 2.738 anni.

Al contrario di un normale risparmiatore, i super ricchi fanno ricorso a una fitta rete di paradisi fiscali per evitare di pagare la loro giusta quota di tasse, oltre che a un esercito ben pagato di società di gestione del patrimonio per trarre il massimo profitto dagli investimenti fatti. Inoltre, è una leggenda che i miliardari si siano fatti tutti da sé: Oxfam ha calcolato che 1/3 della ricchezza dei miliardari è dovuta a eredità, mentre il 43% a relazioni clientelari. A chiudere il cerchio c’è l’uso di denaro e relazioni da parte dei ricchissimi per influenzare le decisioni politiche a loro favore. Ovunque nel mondo i governi continuano a tagliare le tasse su corporation e individui abbienti.

Donne e disuguaglianza

In questo quadro, le donne sono particolarmente svantaggiate perché trovano prevalentemente lavoro in settori con salari più bassi e hanno sulle spalle la gran parte del lavoro domestico e di cura non retribuito. Di questo passo ci vorranno 170 anni perché una donna raggiunga gli stessi livelli retributivi di un uomo.

E in Italia?

Nel 2016 la ricchezza dell’1% più ricco degli italiani (in possesso oggi del 25% di ricchezza nazionale netta) è oltre 30 volte la ricchezza del 30% più povero dei nostri connazionali. Per quanto riguarda il reddito tra il 1988 e il 2011, il 10% più ricco della popolazione ha accumulato un incremento di reddito superiore a quello della metà più povera degli italiani.

Adesso tocca a noi

Dobbiamo sapere che agire contro la disuguaglianza è possibile. E’ possibile grazie a un modello di economia umana: una visione economica alternativa fondata su principi e su politiche possibili che salvaguardano il bene comune dell’intera società, un nuovo approccio, capace di generare benefici per tutti e non solo per pochissimi fortunati.

Chiediamo quindi a tutti i cittadini, anche in Italia, a chiedere ai Governi e ai leader politici di adoperarsi per realizzarla, garantendo:

Un sistema di tassazione più progressivo, Politiche occupazionali che garantiscano ai lavoratori un salario dignitoso e diminuiscano i divari retributivi Servizi pubblici di qualità in ambito educativo e sanitario, Uno sviluppo economico che rispetti i limiti naturali del nostro pianeta,

Un reale ascolto dei bisogni dei cittadini e non degli interessi di alcune élites privilegiate.

Sfida l’ingiustizia della disuguaglianza estrema

Oxfam è un'importante confederazione internazionale specializzata in aiuto umanitario e progetti di sviluppo, composta da 18 organizzazioni di Paesi diversi che collaborano con quasi 3.000 partner locali in oltre 90 paesi per individuare soluzioni durature alla povertà e all'ingiustizia. Il nome "Oxfam" si riferisce unicamente alla confederazione internazionale, di cui fanno parte varie ONG affiliate, presenti in molti paesi, spesso denominate con il nome "Oxfam" seguito da quello del paese. La denominazione Oxfam International, invece, si utilizza con esclusivo riferimento al Segretariato internazionale (da Wikipedia).

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