Renzi vuole rottamare il Senato

Matteo Renzi scende nell'arena e pretende la cancellazione del Senato della Repubblica. L'ex sindaco di Firenze tiene fede alla sua idea originaria, quella della rottamazione. Ora, dopo esserci riuscito con D'Alema e Veltroni, avere sconfitto Pierluigi Bersani, avere conquistato la poltrona di segretario del partito democratico a suon di preferenze (mortificati gli sfidanti Cuperlo e Civati), dopo aver cacciato da Palazzo Chigi l'imbelle Enrico Letta, ecco che ci riprova con le sue mosse un tantino spregiudicate.

Ha promesso di rivoltare come un calzino la nostra Repubblica, abolendo di CNEL (per quel fa e che ha fatto dal 1957, anno in cui è stato costituito, con una proposta di legge presentata ogni 4 anni!), eliminando la palla al piede di un Senato che rappresenta un doppione della camera dei Deputati e che più sovente agisce come camera di interdizione di quei provvedimenti che non si hanno da varare.

Così, di fatto, si costringe il premier decisionista, qual'è l'ex sindaco di Firenze, a presentare le sue proposte di riforma della struttura amministrativa del Belpaese.

Renzi sta raccogliendo consensi nel paese ma anche fortissime critiche. Sopratutto a Palazzo Madama. Era prevedibile. L'atteggiamento ostruzionistico di chi critica l'ex sindaco, sostanzialmente, nasconde l'intento molto gattopardesco di non accettare l'impianto riformistico perché niente cambi e non perché avanzano (o hanno avanzato) altre proposte.

Una semplice domanda: il sistema attuale ha funzionato in modo egregio? La risposta è no. Matteo Renzi sta sfidando l'intera classe politica italiana a darsi una mossa. Finalmente. Quel che non è riuscito all'ex Cavaliere riuscirà all'ex sindaco di Firenze, erede di Guicciardini e Machiavelli? L'Italia aspetta con trepidazione l'esito di questo scontro frontale tra il vecchio ed il nuovo. Tra chi vuole davvero cambiare e chi, invece, preferisce stare immobile.

Ora se la situazione economica lo consentisse (con indici di bassa occupazione, con linee di crescita confortanti, con livelli di corruzione in linea con quel che succede in altri Paesi) si potrebbe acconsentire ad una discussione un po' più serena ed articolata sulla necessità di varare le riforme proposte. Purtroppo le cose non stanno così. L'Italia ha un disperato bisogno di dare speranza alle nuove generazioni. Il Job Act presentato da Renzi è attaccato da ogni parte (eccezion fatta dai gruppi imprenditoriali, come la Confindustria di Squinzi). Ora, può essere che non sia il provvedimento ideale per risolvere tutti i problemi che ostacolano la crescita, ma è pur vero che in Spagna, Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti la flessibilità sia la regola aurea che disciplina il mercato delle imprese. Perché in Italia bisogna continuare a pretendere l'inamovibilità dei lavoratori anche quando le aziende sono decotte? E' quel che è accaduto in passato. E' quel che accadrà domani, se le esigenze dei lavoratori, di chi cerca un lavoro qualsiasi, e quello delle imprese, piccole o grandi che siano, non vengono tenute in conto.

Così è per la cancellazione del Senato. Anziché irrigidirsi su un "no" a qualsiasi riforma, non sarebbe opportuno che si dispiegasse in parlamento  (e più segnatamente a Palazzo Madama) un confronto costruttivo sui bisogni dell'intera comunità nazionale? Gli sprechi ci sono. È vero oppure no? Le leggi viaggiano da una Camera all'altra e si impiega un tempo lunghissimo per il definitivo varo. A volte, oggi sempre più spesso, si ricorre al voto di fiducia che può trasformare una buona legge in un pessimo provvedimento. È un ragionevole modo di procedere tutto questo?

Direi di no. Ognuno si assuma le proprie responsabilità. La Carta Costituzionale ha bisogno di sostanziali modifiche, in ragione dei tempi che sono molto cambiati. Signori sindacalisti, signori del mondo dell'imprenditoria, signori del Palazzo se ne facciano una ragione. E non se ne parli più. Piuttosto si lavori per migliorare i provvedimenti legislativi e, in particolare, quando si approva una legge si stabilisca un tempo massimo (30 giorni sono troppi?...) per l'emanazione dei decreti attuativi. È uno scandalo che su più di mille leggi varate dai governi Monti e Letta, solo un terzo ha avuto il suo bravo provvedimento attuativo. Colpa dell'alta burocrazia? Io credo di sì. Ma ci sono anche precise responsabilità di una bassa classe politica.

Auguri, Renzi!

Marco Ilapi - 31 marzo 2014