Fra struzzi e pappagalli

 Non è ben chiaro cosa avesse in mente l’Amministrazione americana quando ha continuato a rigettare le richieste russe di un reale sistema di sicurezze reciproche, ponendo fine all’ininterrotta espansione della NATO a est. Supposto che dietro tali rifiuti vi fosse un qualche strampalato disegno, magari qualcuno a Washington inizia ora a chiedersi se per caso è stata tirata troppo la corda. A detta della portavoce della Casa Bianca, comunque, “tutto era previsto”. Da affermazioni di questo tipo si può dedurre quanto sia ormai normale considerare gli altri come dei deficienti.

      La rapida escalation degli eventi minaccia sviluppi incontrollabili, di cui le promesse forniture di armi all’Ucraina da parte di Stati come la Germania ma anche neutrali come la Svezia (il colmo del surreale), l’afflusso di 2500 carri armati americani in Germania e adesso lo stato di allerta delle armi nucleari russe sono solo le avvisaglie. Come dire che l’espansione a est della NATO e i miraggi d‘ingresso dell’Ucraina in quest’ultima stanno facendo precipitare gli Stati Uniti, artefici di tali prodezze, ma anche l’Europa cortigiana in una crisi d’imponderabile gravità. Nella paranoica protervia di quest’ossessiva marcia a est, si stava dimenticando – unica spiegazione possibile – che a est vi è la seconda potenza atomica del mondo. Abituata negli ultimi decenni a bombardare Stati militarmente più o meno inermi, l’Amministrazione deve aver sottovalutato una questione zoologica, che riguarda gli orsi. I loro comportamenti suggeriscono che si tratta di animali in genere scontrosi e non aggressivi, ma che possono diventare tali, se braccati e messi alle strette.

      Il paragone calza a pennello con l’orso russo…Quest’isterica, insensata frenesia anti-russa, questo accerchiamento psicologico-militare-economico, la martellante  grancassa della propaganda mediatica americana degli ultimi mesi, tutto corrisponde a ciò che fanno le mute di cani che braccano un animale. Chiaro, le mosse sono indirette, per interposta persona. Nessuno si è cioè azzardato ad inviare soldati in Ucraina, ma gli obiettivi e le conseguenze sono gli stessi. Il suddetto orso ha conosciuto una lunga storia di minacce da occidente, regolarmente finite in disastri. Oggi esiste una complicazione in più. Lo zar Alessandro di Napoleone aveva a sua disposizione anche il tifo, il colera e il gelo per respingere l’esercito napoleonico. Assieme al gelo, l’orso ha oggi anche un arsenale atomico. Sembra che queste banali ma neanche tanto irreali considerazioni non abbiano sfiorato la mente del pericoloso e avventuristico binomio o trinomio che siede alla Casa Bianca. L’era dei cow-boys, dello sterminio dei bisonti e della guerra agli Indiani sembra abbia lasciato tracce indelebili. Dopo l’Afghanistan, un’altra gaffe, ben più pericolosa. Si odono comunque le voci dei Soloni di turno che affermano che le allerte atomiche di Putin sono solo un bluff. Come dire che le guerre avvengono solo dopo decisioni razionali e ben ponderate. Beati loro che hanno simili illusioni.

      Ciò che stupisce, comunque, è che proprio negli Stati Uniti si erano già levati nei passati decenni dei moniti circa il possibile verificarsi di crisi simili a quella attuale.

      In una sua deposizione di fronte al Senato degli Stati Uniti nel 1997, un diplomatico americano, profondo conoscitore di affari russo-sovietici, espresse la seguente opinione: “Credo che la raccomandazione dell’Amministrazione di accettare nuovi membri nella NATO in questo momento sia sbagliata (sic). Se fosse approvata dal Senato degli Stati Uniti, passerebbe molto probabilmente alla storia come il più grossolano errore strategico (sic) commesso dalla fine della Guerra Fredda in poi. Lungi dal migliorare la sicurezza degli Stati Uniti, dei suoi Alleati e delle nazioni che desiderano entrare nell’Alleanza, ciò potrebbe stimolare una catena di eventi che potrebbero produrre la più grave minaccia (sic) alla sicurezza nazionale da quando si è disciolta l’Unione Sovietica.”

       Parole profetiche…Chi era costui? Non un russo, non un comunista, non un nemico degli Stati Uniti, ma John  Matlock, colui che tradusse i messaggi fra i due leaders sovietico e americano durante la crisi di Cuba del 1962, direttore per anni degli Affari Sovietici al Dipartimento di Stato, testimone di quasi tutti i summit americano-sovietici dal 1972 al 1991, membro del National Security Council durante la Presidenza Reagan, Ambasciatore in Unione Sovietica dal 1987 al 1991, etc. Credenziali ineguagliabili.

       Gli avvenimenti odierni confortano la pacata saggezza di quegli avvertimenti, del resto reiterati dallo stesso Matlock in un’intervista di questi giorni. L’ostinata e soprattutto “immotivata” espansione della NATO negli scorsi decenni  costituisce uno degli esempi più clamorosi della paranoia e bellicismo americani, perennemente alimentati dal ben noto ma sottovalutato Complesso Militare Industriale che sostanzialmente governa gli Stati Uniti. Il fantasma sovietico ha cambiato divisa e si è trasformato in fantasma russo, cosa che quindi ha fatto dire in questi giorni al leader repubblicano di minoranza della Camera dei Rappresentanti, McCarthy, che Vladimir Putin è “senza scrupoli, cattivo e malvagio.” Lo stereotipo alla Carolina Invernizio si perpetua nonostante un macellaio come Stalin sia defunto da un pezzo e il comunismo sia fortunatamente sepolto.Se quest'ultimo, assieme  all'Inquisizione cattolica e al terrorismo islamico, è stato uno degli ascessi della storia e se Stalin faceva fuori i suoi compatrioti a milioni, l’Unione Sovietica, comunque, "non tentò mai di esportare la rivoluzione mondiale con la forza", opinione espressa nel 1961 da un’altra autorità americana di cose russe  e anch’egli ex-ambasciatore in Russia: George F. Kennan. (Vedi: George F. Kennan, Russia and the West under Lenin and Stalin, p. 389)

       I due giudizi sopra menzionati, provenienti da due testimoni ineccepibili, sono tuttavia una voce nel deserto. Prevale la demonizzazione dell’avversario da parte dell’attuale Amministrazione di Washington, così come dilaga un clima di vociante ma poco consapevole protesta contro l’invasione russa dell’Ucraina. Da nessuna parte si ode parlare delle origini della crisi, quelle che l’hanno scatenata, e tutti danno per naturale e innocente la vera miccia dell’incendio: la NATO e la sua espansione, la strisciante pretesa egemonica degli Stati Uniti, ancora fermi alla Guerra Fredda. Meglio dire: la dottrina Monroe (l’America latina è sotto la sfera d’influenza americana) è stata estesa anche all’Europa. L’appetito viene mangiando. Il settarismo (o l’ignoranza) di molti istituiscono fra l’altro  un’equazione fra critica della NATO e la cosiddetta “Sinistra” o “l’anti-americanismo”. Già il solo utilizzo  oggi di simili categorie mostra fino a che punto l’opinione comune possa essere afflitta da muffe antiquarie o da pigrizie mentali.

      Senza per questo sottostimare gli aspetti tragici della situazione attuale, il tipo di reazioni che essa suscita conforta la sensazione che lo stravolgimento degli eventi e il lavaggio dei cervelli abbia ormai  raggiunto livelli che lo stesso Orwell probabilmente non immaginava. Da una parte c’è che chi contribuisce a gettare olio sul fuoco, senza guardare chi ha appiccato l’incendio, e dall’altra chi alimenta con i reportage le spasmodiche attese di dramma delle folle urbane.

      La decisione tedesca e britannica di inviare aiuti militari all’Ucraina è uno degli esempio di quell’olio sul fuoco. Ancora più surreale è che anche una nazione “neutrale” come la Svezia abbia comunicato che intende fare lo stesso o che anche una Svizzera neutrale partecipi alle sanzioni. In altre parole, questa prodigalità di aiuti militari e di sanzioni serve solo ad acuire le tensioni e nuovamente trascura la famosa miccia prima menzionata. Il cadavere è nell’armadio, ma tutti fanno finta che non esista, incluso il quartier generale della UE a Bruxelles e incluso naturalmente il solerte Jens Stoltenberg, che considera ovvia l’istituzione che gli fornisce la poltrona. Verosimilmente, lo considera un a-priori della geopolitica. Corollario della confusione e della strisciante degenerazione delle misure, dei ritmi: il leader ucraino esige  “l’immediato ingresso” del suo Paese nella UE. Quello che un tempo era concesso previe severe e lunghe fasi di verifica e di compatibilità rischia ora di essere strappato in un’atmosfera di ricatto morale. Ma chi ha verificato se l’Ucraina ha i requisiti per entrare nella UE? Inoltre, anche un bambino capirebbe che l’ingresso in quest’ultima sarebbe solo un gradino per poi esigere anche l’ingresso nella NATO. Sono i sentieri inclinati.

      Uno spirito da cortigiani domina l’Europa assieme a un misto di sadismo e masochismo. Come era prevedibile, folle di Ucraini in fuga si riversano ora nei Paesi confinanti, allo stesso modo di quanto hanno fatto Siriani, Curdi, Iracheni e Afghani a causa di analoghe partite per interposta persona con gli stessi mandanti. Un dejà vu sconsolante. Gli architetti non vivono in Europa.

      In quanto ai reportage dei vari canali televisivi, il loro acritico seguir la corrente, e il vezzo alla drammatizzazione degli eventi, con tanto di appropriati accompagnamenti musicali, sono ormai tipici  del modo con cui i disastri di tutti i generi sono regolarmente sfruttati dai mass-media per attrarre audience (e quindi, pubblicità). In mancanza di terremoti e sciagure aeree, i conflitti sono un’ottima occasione.

      Come dire che questa crisi mette in evidenza, se mai ce n’era bisogno, da una parte il crescente lavaggio dei cervelli a livello planetario e, dall’altra, la paranoica pretesa egemonica di un Paese. I rischi sono evidenti.

      Quali che siano gli ulteriori sviluppi (e si spera anche soluzioni) della crisi attuale, l’Ucraina è solo il capitolo di una vicenda assai più vasta, di cui molti sembrano non rendersi conto.

Antnello Catani, 1 marzo 2022