Quel bollettino ci dia di più

Il primo bollettino della Protezione Civile sul coronavirus arrivò a sorpresa il 22 febbraio. Fu in occasione della conferenza stampa shock del presidente del Consiglio Conte, del ministro Speranza, e del presidente dell’Istituto Superiore di Sanità Brusaferro, che alle 11 e un mezzo di sera annunciavano le prime zone rosse. Da allora ogni giorno, alle 18, il direttore generale della Protezione Civile Angelo Borrelli si è presentato in sala stampa per leggere il “bollettino”: nuovi contagi, casi in terapia intensiva, guariti e deceduti. Quell’appuntamento è diventato un rito per un numero sempre crescente di italiani costretti in casa e alle prese con misure sempre più stringenti.

Dopo un mese esatto è venuto il momento di chiedersi se arrivati a questo punto, avendo tutti capito la gravità della situazione, qualcosa non vada rivisto nelle modalità con cui il Paese ogni giorno viene informato. Il fatto è che quei numeri che ci vengono forniti non dicono più abbastanza.

I dati complessivi per l’Italia non dicono dell’enorme tributo che sta pagando la Lombardia, per esempio. Ma anche il dato della Lombardia non rivela il dramma delle province di Bergamo e di Brescia. Abbiamo bisogno di più dati, di più grafici, di curve di contagi per capire non solo dove stiamo oggi, ma dove probabilmente staremo domani e dopodomani. C’è bisogno di capire se ci sono altri potenziali focolai rispetto alle province di cui parliamo ogni giorno.

C’è bisogno di ragionare sulla letalità del virus, di analizzare eventuali discrepanze fra una regione e l’altra per individuare buone pratiche (il Veneto, per esempio?) o errori da correggere in fretta. Quando si parla di una pandemia i dati sono fondamentali: consentono di costruire modelli predittivi che ci dicono chi è più a rischio, cosa accadrà sicuramente se non faremo nulla, e cosa invece è possibile che accada se proviamo a contenere il virus in qualche modo. I dati ci avrebbero consentito di scoprire già due settimane fa “il modello Corea del Sud” di cui adesso tutti parlano; i dati ci dicono che in Germania il virus ha una letalità molto ma molto più bassa. Abbiamo capito perché?

È solo un differente modo di calcolare le vittime o c’è qualcosa di diverso che possiamo fare? E ancora: i dati ci avrebbero detto che nelle valli del bergamasco il virus stava dilagando già un mese fa, quando apparentemente l’epidemia era appena arrivata, ma i contagiati reali non erano qualche decina, come risultava dai tamponi, ma probabilmente già centomila. Lo affermava il Network Science Institute di Boston diretto da Alessandro Vespignani. Un mese fa. Saperlo avrebbe cambiato i tempi della nostra reazione («adeguata e proporzionata» disse il premier Conte il 22 febbraio). Saperlo avrebbe cambiato anche le nostre aspettative. Le aspettative giocano un ruolo fondamentale: ieri qualcuno ha tirato un sospiro di sollievo perché i dati erano leggermente migliori del giorno precedente, ma erano comunque pesantissimi. La psicologia è importante: c’è qualche psicologo alla Protezione civile? Non si sa.

Ma che ci sia bisogno di più analisti di dati a palazzo Chigi lo conferma il fatto che i ministri da due settimane rinviano il varo di una task force di data scientist. Non è cattiva volontà, è che ancora non trovano l’accordo sui compiti, sui poteri, sui nomi di chi dovrà farne parte. Ma non c’è più tempo: limitarsi al Bollettino è come stare nel mare in tempesta e sapere solo dell’onda che hai davanti; non sai com’è quella che arriverà; non sai se ce la stai facendo, se si è aperta un’altra falla o se devi cambiare rotta. Angelo Borrelli finora ha svolto il suo compito con garbo, professionalità e umanità: ma non va lasciato solo. Ieri per esempio al suo fianco c’era il presidente del Consiglio Superiore di Sanità, il pediatra Franco Locatelli, che ha dato un importante contributo rassicurandoci con pacata competenza. Ma non basta. Il Paese ha diritto di sapere cosa sta accadendo davvero. La verità dei dati è la premessa di comportamenti collettivi adeguati e necessari a uscire dalla crisi.

Riccardo Luna – la Repubblica – 23 marzo 2020