Se manca un destino comune

Un decreto inafferrabile e mutante come una creatura esoterica. Viene annunciato, ma fino a sera non esisteva. O meglio, è assemblato un mattoncino alla volta, come il Lego. E sarà diverso — integrato, cucito e ricucito — da quello descritto a grandi linee, molto a grandi linee, dal presidente del Consiglio sabato a mezzanotte nella più bizzarra delle comunicazioni. Ieri ad esempio abbiamo saputo che non ci si potrà spostare da un comune all’altro, se non per ragioni di assoluta urgenza. Eravamo rimasti che si poteva raggiungere una seconda casa, poniamo, solo nei giorni centrali della settimana ma non nel weekend: il che, bisogna ammetterlo, era singolare. Ma questi cambi di rotta repentini danno l’idea di un generale affanno, sono altrettanti schiaffi a una comunità coraggiosa ma disorientata e ovviamente impaurita. Quel che è molto peggio, nessuno fino a ieri sera sapeva in che termini si sarebbe presentata la chiusura delle attività produttive: chi può fare o non può fare cosa. Un’economia il cui Pil vale 1800 miliardi di euro appesa prima a una diretta su Facebook, poi a una domenica di indiscrezioni. Con il risultato che gli imprenditori, consultati in ritardo, temono l’asfissia del sistema sull’intero territorio da Nord a Sud e i sindacati, viceversa, minacciano lo sciopero generale se il governo rinuncia all’intransigenza promessa. In effetti, si naviga a vista. Inoltre un Paese in cui la democrazia dovrebbe contare qualcosa, sta rinunciando alle sue libertà civili senza che nessuno accompagni la richiesta di tale sacrificio con un discorso di un qualche valore etico, in cui si respiri il senso di un destino comune, in cui si avverta lo spessore di una storia nazionale.

Nulla di tutto questo. Solo un breve intervento l’altra notte attraverso uno strumento improprio, avendo avuto cura di disinnescare ogni contraddittorio, ogni quesito più o meno imbarazzante.

Certo, avremo alla fine le tavole della legge ma, visto che al premier piacciono i paragoni storici, bisogna ammettere che fu molto più organizzato e preciso Mosè scendendo dal monte Sinai. Il New York Times ha scritto che “le autorità italiane hanno sbagliato molti passi nelle fasi iniziali del contagio”, quando le misure andavano “prese rapidamente, attuate con assoluta chiarezza e fatte rispettare in modo rigoroso”. In altri termini, altro che «modello italiano»; altro che «siamo prontissimi», secondo le parole del premier il 27 gennaio. L’esperienza italiana, scrive il giornale americano, deve servire alle altre nazioni, in primo luogo gli Stati Uniti di Trump, per non cadere nelle stesse incertezze. S’intende, ha ragione il ministro Franceschini quando ricorda che il governo e chi lo guida stanno affrontando una crisi immane, priva di paragoni almeno nell’ultimo secolo.

È vero ed è un’attenuante. Tuttavia non si sfugge all’impressione che troppi aspetti siano stati affrontati con leggerezza, alla ricerca del successo mediatico: con un occhio e forse due rivolti ai sondaggi. Sulla pessima tecnica di comunicazione è stato detto tutto. Il punto cruciale, intorno a cui ruota il resto, è tuttavia l’indifferenza verso le istituzioni. Non si mette sotto chiave l’Italia senza passare dal Parlamento. E il fatto che le Camere siano semi-chiuse, comunque consegnate a un ruolo marginale, è un danno gravissimo di cui portano la responsabilità tutti coloro che lo hanno permesso. Visto che il decreto non era nemmeno pronto, Conte aveva il tempo di andare a parlare davanti alle assemblee, ieri o oggi, e lì coinvolgere tutti, maggioranza e opposizione, in una generale assunzione di responsabilità. Mortificare le istituzioni è un errore che si paga sempre. Per il buon motivo che, finita l’emergenza, si tratterà di verificare lo stato di salute della democrazia. Carl Schmitt riteneva, come è noto, che “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Ma non poteva prevedere l’era del web e del Grande Fratello.

Stefano Folli – la Repubblica – 23 marzo 2020