Come tornera' il mondo aperto

La democrazia è una storia di assembramenti. Nell’Europa moderna comincia quando in Francia i rappresentanti del Terzo Stato decidono di riunirsi da soli e si proclamano Assemblea nazionale. La parola «assemblea» viene dal verbo «assembler», che vuol dire «riunire», «assembrare». Da allora i Parlamenti si radunano fisicamente per discutere e deliberare. Non meno rilievo nella storia della democrazia, e di certo non in quella che iniziò con la Rivoluzione francese, hanno avuto le «piazze», altro luogo di assembramento per eccellenza, tanto che ormai si dice «piazza» per dire «popolo», con una figura retorica che identifica il contenitore per il contenuto. E perfino gli ultimi arrivati evocano «meet up» e «flash mob» come strumenti della democrazia diretta, dove «mob» sta per «folla» e «meet» per «incontro». Come può allora la democrazia convivere con l’isolamento e sopravvivere alla dispersione degli assembramenti, compreso quello che si realizza nelle sedute parlamentari? Per quanto questo problema non appaia oggi di impellente urgenza, visto che ne abbiamo di ben altri, non si può sottovalutarlo; perché contiene un veleno a rilascio lento che può intossicare a lungo la vita pubblica della nazione, e non solo della nostra, conducendo la già debole democrazia parlamentare a una nuova e cocente sconfitta.

Mai come oggi, agli occhi del popolo, il Parlamento può infatti sembrare inutile. Che senso ha discutere le decisioni del governo, visto che sono guidate dalla comunità scientifica, e dunque per definizione inconfutabili dai profani? Infatti la gran parte delle misure fin qui prese hanno assunto la forma del Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri (Dpcm), che non richiede l’approvazione delle Camere né la sua conversione in legge. Ne avrà bisogno invece il decreto «Cura Italia», contenente le misure economiche, visto che è un tradizionale decreto legge. Ma in quel caso, che si farà? Votare a distanza è la negazione della funzione del Parlamento, il quale, come dice la parola stessa, serve a parlare, discutere, dibattere, emendare, in un gioco dialettico che forma maggioranza e opposizioni, e obbliga chi governa ad ascoltare il dissenso, utile e legittimo anche nelle emergenze quando non è tattica ostruzionistica. D’altra parte far sedere i parlamentari uno a fianco all’altro rappresenterebbe certamente una contraddizione di ciò che le autorità non si stancano di ripetere ai cittadini, e cioè di tenere almeno un metro di distanza. Ma la «riunione» delle Camere, oltre che per la continuità dello Stato richiamata da Sabino Cassese su questo giornale, è essenziale anche per la sua forza simbolica: vuol dire che il «demos» resta il sovrano, e anzi che un «demos» esiste ancora e non è stato frantumato in una miriade di monadi confinate nelle loro abitazioni, che la democrazia non è una «chat». Si potrebbe anzi dire che più il popolo è costretto a casa e più il Parlamento, composto dai suoi rappresentanti, dovrebbe mettersi al centro della vita nazionale. Nel mio mondo ideale, si dovrebbe riunire ogni giorno, non fosse altro che per commemorare i morti, elevare una preghiera e cantare l’inno nazionale. Come si può allora far funzionare la democrazia parlamentare in tempi di quarantena? I mezzi fisici si possono trovare. Il senatore Quagliariello ha proposto di reperire a Roma uno stabile adeguato, sanificarlo e adibirlo a sede delle Camere, in modo da poter rispettare le distanze tra deputati e senatori, magari muniti di mascherina e guanti. Quando nacque l’Italia, 159 anni fa, l’aula del Parlamento del Regno divenne all’improvviso troppo piccola per ospitare tutti i deputati e così si costruì una sede d’emergenza nel cortile di Palazzo Carignano. Quando i terremoti hanno abbattuto gli edifici in Abruzzo, i consigli comunali si sono riuniti anche nelle palestre e perfino sotto i capannoni. Non sembra insomma impossibile trovare una soluzione tecnica, se ci si sbriga. Ma bisogna prima trovare i mezzi morali, la consapevolezza del ruolo e della funzione degli eletti del popolo, i quali per primi dovrebbero protestare contro la loro assenza dalla scena dell’emergenza nazionale.

Il rischio di una prolungata inazione della democrazia parlamentare sarebbe infatti quello di mitridatizzare un Paese sempre più indifferente e insofferente verso questa forma di governo che, pur essendo pessima, resta la migliore finora conosciuta. I «facciamo come in Cina», il modello di autocrazia asiatica che l’epidemia ha rilanciato nell’opinione pubblica italiana e occidentale; la seduzione di un governo degli esperti che decida per decreto e in stato di emergenza; la possibilità concreta di controllare e guidare da lontano la vita anche privata dei cittadini che le nuove tecnologie garantiscono a chi è al comando, sono virus certo meno letali del Covid 19, ma che una volta inoculati nel tessuto della nazione potrebbero sfinirne la forza morale e il senso civico. In queste giornate eccezionali dobbiamo evitare, tra i tanti, anche il rischio di invaghirci di questo stato di eccezione, come se fosse comunque migliore della confusione e della polemica che le democrazie sempre portano con sé, e quasi rivelasse la tendenza a un’unità mistica del popolo che non ha più bisogno di dialettica politica, perché anche questo è «populismo». Anzi: ci potremmo dire completamente guariti solo quando la vitalità caotica della società aperta sarà tornata tra noi.

Antonio Polito – Corriere della Sera – 22 marzo 2020