La prima vera guerra mondiale

Di nuovo, vedendo le bare caricate sui camion militari verso la cremazione senza sepoltura civile, ci siamo tutti domandati se questa sia davvero "la terza guerra mondiale", che è la più usata delle metafore. E dico subito che semmai è la prima volta di tutto il mondo in guerra, nessuno escluso, la prima guerra veramente mondiale. Meglio di globale, che rimanda alla merce, alla finanza e alla comunicazione, solo la parola mondiale contiene anche il vento e il mare di Salina, di Bali e dell’isola di Pasqua, i luoghi più innocenti del contagio.

È infatti il nemico a essere mondiale, è il virus che rende l’intero mondo un’unica popolazione attaccata e inerme, tutti minacciati dalla stessa cremazione, i morti di tutta la Terra bruciati nel fuoco che è la fossa comune. E speriamo che venga presto il giorno in cui i loro nomi saranno incisi sulle colonne di marmo dei Monumenti ai Caduti.

Questa guerra non ammette più la scelta neutrale, che fecero Spagna, Portogallo e Svizzera. E infatti gli asintomatici, che non esibiscono i segnali della minaccia, non sono i "Né-Né" di una volta, ma sono le riserve del Covid 19. E la guerra non risparmia territori come accadde non solo agli Stati Uniti, ma anche alle repubbliche dell’Asia centrale, all’Afghanistan e in parte all’Iran. Il virus non ha centri, né città-capitali né roccaforti che possano essere espugnate o bombardate, non cerca alleanze, non ammette rese che non siano incondizionate, è micidiale nella guerra lampo ed è strategico in quella di logoramento, non tratta e sa aspettare.

E attacca la solidarietà che è la forza delle ore più buie, fatta di contatti fisici, di mani che si cercano nell’oscurità. La carezza e gli abbracci sono l’ultima risorsa dei deboli, in guerra e nella malattia, che adesso sono la stessa cosa. Accucciarsi l’uno all’altro per farsi coraggio sotto le bombe fu istinto e ragione, mi raccontava mia suocera che aveva 14 anni quando a Londra vide la bomba cadere sulla propria casa un minuto dopo che ne era uscita. Si rifugiò tra le gambe del padre che subito la prese in braccio.

L’altra sera sono andato all’aeroporto di Fiumicino a prendere mio figlio di 17 anni che tornava dall’Inghilterra e non l’ho abbracciato. Ho "denunciato" il suo ritorno all’autorità sanitaria, ho lavato i suoi vestiti con la furia di chi li brucia, come se lì ci fosse davvero un infiltrato. E abbiamo preferito evitare un suo contatto con il resto della famiglia. Io sto in campagna con lui e la madre sta con gli altri, che a Roma ancora lavorano. La guerra, come sempre, smembra le famiglie, ma questa volta perché rende i fratelli sospetti ai fratelli.

E come in tutte le prime volte della storia, il passato insegna ma allo stesso tempo confonde: non vale a niente rafforzare gli eserciti, perché i guerrieri del Mondo ora sono i medici, con molti eroi e pochissimi disertori che non vengono però fucilati, anche se non presentarsi negli ospedali equivale a non onorare la chiamata alle armi. La guerra è così nuova che il Soccorso e la Croce rossa sono trincea di prima linea e non più retrovia. Ma è uguale il ricorso ai riservisti, che oggi sono i medici in pensione, e l’arruolamento dei giovanissimi, cioè dei neolaureati, che sono la nuova generazione perduta, i ragazzi del ’99 di cui parlava Hemingway e speriamo che arrivi presto la grande letteratura di questa guerra, i nuovi Scott Fitzgerald e Steinbeck ma anche Ungaretti ("Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie"), Emilio Lussu con il suo "Un anno sull’altipiano", e il bellissimo "Giorni di guerra" di Giovanni Comisso. Anche nell’infinita letteratura sulla Seconda guerra mondiale non c’è lo stigma della pandemia, e perciò non bastano più Primo Levi e Italo Calvino.

Le novità non si possono ridurre a déjà vu e il Gattopardo è affascinante ma nega il futuro. È per esempio grottesca l’immagine di quegli americani che comprano armi temendo che il virus scateni le solite violenze sociali e non le nuove polmoniti. Sono riflessi condizionati che hanno lo stesso sapore acido dell’aggressività di Trump che chiama il virus "cinese": denunziano la voglia di un nemico già conosciuto, il bisogno di un corso che sia anche un ricorso.

Allo stesso modo la limitazione della mobilità non è la sottrazione di una quota di democrazia, il ritorno del pericolo fascista, non riguarda infatti la libertà di pensiero né di lavoro, né tanto meno di informazione. È un’autodisciplina di guerra, un esercizio di responsabilità, il minimo che si possa fare contro il contagio che ci minaccia. Capisco che il posto di blocco evochi brutti ricordi, Berlino est, il Cile e la guerra fredda.

Ma la storia è maestra soprattutto perché ci insegna a non aspettarci il ritorno dell’uguale. Nel concetto di guerra per esempio il dolore non è più quantificabile soltanto con i numeri. Il 22 agosto del 1914 i francesi persero in poche ore 24mila uomini. Ma qui c’è quel lungo annaspare da soli, e sono terribili i bilanci di previsione. L’Italia, che è stato il primo fronte occidentale, ha già più morti della Cina.

Noi non viviamo come la Cina in un Paese di controllo sociale.

I diritti individuali sono fondamentali nella nostra cultura.

Siamo cattolici anche perché non sacrifichiamo gli individui alla folla, non abbandoniamo gli anziani alla legge del più forte, e i nostri infermieri sono caritatevoli oltre che bravi. Ma questa guerra imbratta anche la carità che può facilmente diventare un’arma del nemico. Ho un collega che porta da mangiare alla madre novantenne senza mai andarle vicino.

Lei gli ha parlato benissimo del suo amato infermiere, pieno di pietas , che senza mascherina le applica medicazioni su una brutta piaga infettata. Che fare?

È vero che noi italiani siamo disordinati, con una scarsa identità collettiva. È ovvio che sia più facile barricarsi in Cina e non solo perché c’è un regime che va per le spicce, ma perché la storia culturale è differente e qui i professoroni citerebbero Matteo Ricci, Spinoza e Hegel. Noi, per dirla facile, siamo quelli della borsa nera che infatti è tornata florida, e non solo per le mascherine e l’alcol, ma anche per la speculazione che ha già fatto rincarare il grano, l’alimento rifugio degli italiani.

E visto che siamo in guerra e che nell’universo concentrazionario delle nostre case solo la televisione entra senza contagiare, sarebbe bello che, lasciando come sono l’informazione e i suoi talk , la Rai lanciasse la tv del conforto, con la stessa passione con cui Marilyn andò in Corea e Bob Hope in Vietnam: film, sport, spettacoli per questo tempo, il meglio che ogni giorno torna in onda, la semplicità come antidoto alla complessità, il gioco contro il pericolo, la distensione contro la tensione e l’ansia di una guerra che è la prima davvero mondiale.

Francesco Merlo – la Repubblica – 21 marzo 2020