Un piano Marshall come nel dopoguerra

Ieri il ministro francese delle Finanze, Bruno Le Maire, è intervenuto lanciando un segnale forte e chiaro in difesa delle grandi aziende del Paese. Siamo pronte a difenderle con «tutti gli strumenti», ha detto, compreso la nazionalizzazione. Lo ha fatto perché la crisi del coronavirus ha determinato il crollo delle quotazioni di Borsa, con il risultato di esporle al rischio scalate. Si può aggiungere che è soltanto l'inizio, perché l'emergenza sanitaria determinerà inevitabilmente una crisi economica ancora più drammatica. L'unica speranza è che la durata della stretta in corso sia limitata nel tempo ma, purtroppo, è facile prevedere l'esatto contrario.

Ecco perché è opportuno che anche il governo italiano intervenga con forza in difesa di quanto resta delle grandi imprese italiane. E' necessario ma non basta. L'Italia ha come asse portante le medie e piccole aziende, spesso protagoniste sui mercati internazionali. Facile prevedere che saranno prede ideali. E ieri lo ha confermato l'offerta giapponese sulla Molmed, società di biotecnologie quotata in Borsa.

La blindatura del Paese significa il crollo dei consumi e, in molti casi, perfino l'azzeramento. Occorre avere ben chiaro che non c'è azienda, per quanto florida, che possa resistere più di qualche mese. Il blocco del turismo, la Caporetto delle compagnie aeree, la caduta verticale delle vendite di auto e moto, lo stallo generalizzato dei settori industriali (a parte eccezioni come l'alimentare e il farmaceutico) stanno innescando una spirale negativa destinata ad avere un impatto forte sulle banche . N on solo. Perfino le imprese esportatrici, il nostro fiore all'occhiello, sono in difficoltà gravi perché i clienti non fanno più ordini o cancellano quelli fatti, spesso manca la logistica, montatori o allestitori non possono partire o vengono rispediti in Italia. Come faranno le banche a dare crediti o capitale ad aziende che già oggi in un buon numero di casi hanno soltanto costi e non ricavi? Gli interventi approvati dal Governo rappresentano una boccata di ossigeno per gli italiani, a cui seguirà entro pochi giorni un altro provvedimento importante. Ma il problema, che risulterà evidente in tempi rapidi, è che siamo entrati in una fase di polverizzazione sia della domanda che dell'offerta. Il risultato è che le imprese cominceranno a saltare come birilli. Servono capitali in misura massiccia, serve inventarsi un meccanismo che permetta di trovare una via di uscita. Di sicuro è meglio non farsi illusioni per il fatto che l'Europa sta allentando i vincoli di bilancio. Il vantaggio è che così sarà forse possibile evitare che la stretta risulti rapidamente insopportabile. Ma, alla fine, il risultato sarà una crescita importante del debito pubblico. E i debiti vanno restituiti.

In più, quando cominceranno a circolare previsioni ancora più allarmanti sull'andamento del Prodotto interno lordo, il costo dell'indebitamento è destinato a diventare sempre più pesante, spingendo all'insù lo spread (come del resto sta già accadendo) e mettendo in difficoltà crescente la tenuta dei conti pubblici. L'effetto è che s'intrecciano due aspetti: la tenuta delle imprese e la tenuta dei conti pubblici. Non ci vuole molto a capire che la situazione è destinata a diventare sempre più difficile, molto probabilmente insostenibile, e non è possibile pensare di risolverla con aiuti a pioggia che non affrontino il problema vero: come evitare il fallimento delle aziende. Per venirne fuori serve l'equivalente di quello che è stato nel Dopoguerra il Piano Marshall per la ricostruzione. D'altra parte il presidente francese, Emmanuel Macron, lo ha detto nell'intervento di lunedì scorso ai connazionali: «Siamo in guerra». A mali estremi, estremi rimedi. L'errore più grande è non capire o fare finta di non vedere.

Fabio Tamburini – Il Sole 24 Ore – 18 marzo 2020