Vinciamo o vinceremo?

In occasione di ogni nuova battaglia che sia essa culturale o, come in questi giorni, sanitaria, ricompare con puntualità un revanscismo nazionalista che, in quanto fortemente identitario, è totalmente acritico: Come dire: si possono esprimere dubbi su Dio, sul Papa, sul capo del governo ma non sull’italianità.
Mi è sembrato in questo senso particolarmente interessante questo striscione apparso in una cittadina delle Puglie.
La prima considerazione che si può fare riguarda il sottinteso relativo all'uso di un pronome (La) non preceduto da alcun nome. A cosa si riferisce? Data la situazione di emergenza in cui viviamo si può intuire come il riferimento vada alla "GUERRA CONTRO IL VIRUS" attualmente in circolazione.
Ma c'è un secondo sottinteso insito nel pronome (Noi) che conclude la frase: Noi chi? Noi che abitiamo qui? Noi che abbiamo scritto questa frase? Tutti noi? Se consideriamo che lo sfondo della frase è il tricolore, siamo evidentemente NOI ITALIANI a vincere questa guerra.
Arriviamo dunque al verbo (Vinciamo). All’estensore del testo la prima cosa che verrebbe da chiedere è: cosa te lo fa pensare? Ammetto che mi piacerebbe ascoltare la risposta.
Considerato il precedente storico, implicito per l’autore della frase, sarebbe stato forse più prudente scrivere: CERCHIAMO DI NON PERDERLA. E invece no, è certo che questa guerra la vinciamo.
Ne era altrettanto sicuro l’oratore che da Palazzo Venezia annunciò la vittoria ma con il prudente accorgimento, in quel caso, di usare il verbo “vincere” al futuro: Come dire: non è che vinciamo subito ma, insomma, state tranquilli che vinceremo.
Nel nostro caso invece non c’è neppure il futuro, c’è un presente certo e immediato: vinciamo oggi, subito, senza eccezioni.
Come spiegare tanta sicumera? Oggi come allora l’affermazione non ha neppure bisogno di una motivazione, così come un assioma non necessita di dimostrazione.
Il fatto è che qui non parliamo di scienze esatte ma di ipotesi, siamo di fronte a un futuro quantomai incerto verso il quale pernicioso sarebbe avere apodittiche certezze.
A conti fatti, considerato il passaggio che ha portato il verbo dal futuro al presente, l’autore del testo avrebbe potuto scegliere una terza possibilità e scrivere ABBIAMO VINTO NOI.
Sarebbe stata la stessa cosa: in tutti e tre i casi non sono ammesse richieste di spiegazione, la richiesta di un “perché” non è prevista.
Se avessi incontrato il duce nei corridoi di Palazzo Venezia, avrei voluto chiedergli: ma ne è proprio sicuro? Sì, avrebbe potuto rispondermi, perché abbiamo l’esercito più forte. Certo, mi avrebbe raccontato una bugia colossale, ma avrebbe comunque fornito una motivazione.
Qui, invece, data l’incertezza della situazione, neppure possiamo fare ricorso a una qualche bugia, non aggrapparsi all’ottimismo, niente.
Occorre dunque prendere in considerazione altre possibili soluzioni interpretative: la frase in questione potrebbe semplicemente sottintendere una PROMESSA di vittoria.
Ma, se così fosse, il pulpito dalla quale proviene dovrebbe essere autorevole.
Il capitano di una nota squadra di calcio, scrisse in una sua autobiografia le seguenti parole: «Quando sei un Capitano, dire “Forza ragazzi, oggi vinciamo” è molto semplice. Ti viene istintivo. La frase è di una banalità disarmante, però molto spesso non c’è altro da aggiungere. Il problema è che se sbagli il modo di dirla, i tuoi compagni nemmeno la sentono. Se invece sai pronunciare quelle parole, se ti sei messo nella condizione giusta, allora cambia tutto. Quel “Forza ragazzi” diventa una formula magica, una specie di battesimo del fuoco, e quel “oggi vinciamo” una promessa».
Ma in questo caso da quale autorevole pulpito verrebbe la promessa? Da nessuno, visto che l’autore della frase è ignoto.
Sorge allora un dubbio: LA VINCIAMO NOI non nasconde forse un artificio retorico di matrice risorgimentale? In altre parole, il riferimento potrebbe essere all’unità degli italiani, avvalorato dallo sfondo tricolore sul quale la scritta campeggia.
Non possiamo dimenticare che “A noi!” fu grido d’incitamento e di raccolta adottato dai reparti di arditi durante la prima guerra mondiale (1917), poi dai legionarî fiumani (1919), e divenne infine (dal 1933) saluto ed esortazione ad agire e lottare in uso nel periodo fascista. Fu reso celebre a Fiume da D'Annunzio, durante la Festa di San Sebastiano, nel gennaio 1920, in risposta alle acclamazioni dei legionari che lo circondavano.
Oggi come un tempo sembra che una “guerra” necessiti di un meccanismo identitario, euforico e autoesaltante, che non deve lasciare spazio a dubbi o ripensamenti.

Agostino Roncallo, 15 mazo 2020