Un piano Ue in soccorso dell'Italia

Una stangata senza pietà sta per abbattersi sull'economia italiana. La "chiusura" della regione più produttiva e dinamica del Paese, più altre 14 province nella stessa categoria, lascerà un segno profondo. Si misura nel dramma delle imprese costrette a fermarsi, nello smarrimento delle famiglie, nel deserto di strade e piazze, negli effetti a catena che si autoalimentano – non in immateriali punti di Pil. Il crollo dell'economia nel nostro Paese sarebbe anche un colpo di grazia per l'Europa.
L'Europa non può permettersi l'affondamento italiano per lucido calcolo e sano egoismo - non per generosità, non per solidarietà. I motivi sono semplici. Economico: più penalizzata sarà l'Italia, più severa sarà la pressoché inevitabile recessione europea. Politico: la tempesta sovranista da un'Italia in ginocchio soffierebbe violentemente Oltralpe; il momento in cui la gente comincia a domandarsi "a che serve l'Unione (europea)", l'Unione è finita. Pratico: prendendo per le corna il caso italiano, l'Ue si prepara a quelli che potrebbero insorgere a breve. Le cifre del coronavirus parlano chiaro. Se l'Italia piange, non molte Sparte ridono.
Il contagio non è solo trasmissione del virus; è quello che attraversa il tessuto economico, politico, sociale e scientifico del mondo. L'interdipendenza è particolarmente fitta nei contenitori europeo e occidentale. Può darsi che l'Italia resto un caso relativamente circoscritto, che l'esperienza sulla nostra pelle permetta di contenere efficacemente il coronavirus nel resto dell'Europa e attraverso l'Atlantico. Dobbiamo augurarcelo perché le disgrazie altrui diventano presto le nostre. Il nostro settore turistico era già in sofferenza da gennaio per la contrazione cinese prima ancora che il Covid-19 ci colpisse direttamente.
La crisi italiana del coronavirus chiama in causa innanzitutto l'Unione europea. Da Bruxelles è venuta una mano tesa sul deficit di bilancio; Paolo Gentiloni ha parlato di "campanello d'allarme suonato da Covid-19 per interventi su sistema sanitario, liquidità delle imprese e occupazione"; sul tavolo dell'Eurogruppo che si riunirà il 16 marzo ci sono tutti gli strumenti previsti dai Trattati per interventi d'emergenza. Sono segnali importanti ma non bastano.
Il problema causato dall'epidemia, italiano oggi, non sappiamo se e di quanti domani, non è il bilancio non è lo spread non è Piazza Affari – è l'economia reale. E' il guasto meccanico di una Formula 1, normalmente competitiva, che si ferma di traverso sulla pista a metà del Gran Premio e rischia l'incidente a catena. Quella macchina va fatta ripartire al più presto. Servono investimenti, crediti, compensazioni per imprese e famiglie, liquidità, alleggerimenti fiscali.
L'Italia deve rimboccarsi le maniche. La solidarietà comincia a casa, cestinando i ridicoli egoismi regionali che confondono epidemiologia e geografia, ma serve una solida spalla europea: un piano d'emergenza - e soldi. La Commissione von der Leyen aveva fatto altri piani, anche importantissimi come il "Green Deal", ma adesso la priorità è Covid-19. Se Bruxelles vuole essere "geopolitica" deve essere capace di rispondere alle emergenze – l'altra è quella dei rifugiati siriani.
Se la prospettiva di un piano economico anti-coronavirus fa inorridire la lega dei Paesi "frugali" vuol dire che non sanno vedere al di là del proprio naso. L'Ue, e tutti i partner, hanno interesse a evitare un collasso economico italiano innanzitutto per se stessi; in secondo luogo per l'Italia. Così come fecero gli Stati Uniti del dopoguerra nei confronti dell'Europa. Allora la situazione era ben più grave, ma un po' della stessa lungimiranza (anche da Washington: basterebbe eliminare qualche dazio) non guasterebbe.

Stefano  Stefanini - La Stampa – 9 marzo 2020