L'equivoco della crescita

 

     Quante volte non si sente parlare di “crescita”, di “sviluppo economico” o magari del più ambiguo “sviluppo sostenibile”? Se andiamo a consultare la definizione del concetto di crescita nei manuali di economia o in testi accreditati come l’Enciclopedia britannica o la Treccani, vedremo che, semplificando, esso corrisponde senza eccezioni all’aumento dei beni e servizi prodotti in un Paese rispetto a un periodo precedente. Naturalmente, gli economisti integrano poi la definizione con variazioni assai più sofisticate, corredandola di ancora più complicati diagrammi, ma la sostanza non varia. Il modello teorico è sostanzialmente basato sulla variazione in aumento di beni e servizi da un periodo a un altro. Le variabili prese in considerazione sono solo  i beni e i servizi.

     Di fatto, nonostante le sue apparenze ovvie e auto-esplicative, la suddetta nozione è lamentevolmente monca e fuorviante. Perché?

     Facciamo un esempio semplice ma realistico. Supponiamo che le economie dei vari Paesi siano rappresentate da delle grandi fattorie, popolate da uomini e animali. Immaginiamo dunque che una di queste fattorie produca in un anno più latte, più grano, cereali e che magari aumenti anche il numero degli animali allevati rispetto all’anno precedente. In base alle definizioni sopra menzionate, quella fattoria sembra aver registrato una crescita. Abbiamo tuttavia omesso di menzionare che nel periodo in questione, assieme agli animali, anche le famiglie della fattoria sono state assai prolifiche, col risultato che la loro popolazione è aumentata significativamente.    

     Questo secondo aumento modifica e influenza anche l’altro. I nuovi nati creano infatti bisogni di beni e servizi che vanno ad intaccare e a erodere il livello della crescita tutta teorica prima citata. Si dirà che comunque nel frattempo alcuni membri della fattoria sono morti, ma salvo quando la popolazione è stagnante, le nascite superano i decessi. Nonostante la maggior produzione, vi sono più bocche da sfamare, vestire e curare. Se poi volessimo introdurre un'altra variabile del tutto realistica, e cioè, il numero dei disoccupati, improduttivi ma che in qualche modo assorbono risorse, la nozione puramente astratta di crescita subirebbe un’ulteriore erosione.

     Lo stesso esempio potrebbe essere fatto per le altre ipotetiche fattorie, i cui risultati economici possono variare in maniera significativa. Alcune possono aumentare moltissimo la loro produzione di beni e crescere assai poco o nulla demograficamente, mentre in altre la produzione invece stagna ed è del tutto insufficiente a soddisfare anche i bisogni correnti, ma paradossalmente la popolazione continua a crescere e, fatalmente, anche il numero dei disoccupati aumenta. Se dunque adottiamo il nostro paragone (semplice ma non irrealistico), l’insieme di tali ipotetiche fattorie e delle loro produzioni corrisponde all’economia mondiale, con l’aggiunta di una variabile cruciale prima trascurata: la popolazione, che manca nella nozione accreditata di crescita economica

     Ecco dunque il problema e anzi l’equivoco:  economisti e uomini politici usano disinvoltamente una nozione del tutto astratta e monca, che poi le petulanti ancelle dell’omologazione permanente  - e cioè, i mass media - riportano  e diffondano pedissequamente  presso i loro uditori. Così, l’equivoco collegato a quella nozione astratta e monca si propaga e si rafforza e la variabile ignorata, la popolazione, rimane dimenticata e soffocata dai terremoti, dalle inondazioni, dai concerti rock, dagli incontri di calcio, dai pettegolezzi e dalle inesauribili e demenziali futilità dell’oppio quotidiano dei mass media.

     Ironicamente, la nozione di crescita così come è di solito presentata, è in realtà valida solo in Paesi a basso o nullo tasso demografico. Un esempio appropriato  è il Giappone, il cui tasso di crescita naturale (la differenza fra nascite e morti) è costantemente negativo dal 2007 in poi. In questo caso, parlare di una crescita del PIL  dell’1.9% nel 2017 e dello 0.8% nel 2018  (fonte: Banca mondiale) appare legittimo e sensato.

     Al contrario, se ci si sposta in aree come l’Africa, il cui tasso medio di fertilità si aggira intorno al 4,5%, con picchi anche attorno al 6.5% (vedi Niger), appare evidente quanto la nozione possa essere ingannevole. Anche a uno sguardo superficiale dovrebbe infatti apparire evidente che l’aumento della popolazione non è meno importante delle crescita economica, anzi, ne è la reale cartina di tornasole. Se andiamo a vedere la demografia di molti Paesi, ci rendiamo infatti conto che in molti casi la prima assume addirittura un’importanza molto più significativa della seconda.

     In Africa il tasso medio di crescita del PIL nel 2019 è stato pari al 3,7%, mentre il tasso medio di crescita della popolazione è stato del 2,5% (Fonte: Worldometer). Una parte significativa di quella crescita economica è stata dunque neutralizzata dall’aumento della popolazione. Stesso discorso per l’Egitto: secondo fonti della Banca Mondiale, la crescita del PIL nel 2018 è stata del 5,3% e il tasso naturale di crescita intorno all’1,8%, cosa che nuovamente significa che quel 5,3% va depurato in ribasso.

     Naturalmente, non c’è quasi bisogno di ricordare che ogni percentuale di crescita va sempre interpretata rispetto alla base e al reddito pro capite. E’ infatti chiaro che, a prescindere dall’aumento della popolazione, un aumento della crescita del 3% in Paesi ad alto reddito pro capite come Qatar o Norvegia è quantitativamente di gran lunga superiore a un analogo 3% di Paesi poverissimi come Burundi o Niger. Insomma, anche un apparentemente robusto 5,3% come quello egiziano va commisurato alle dimensioni del suo PIL e al reddito medio pro capite. 

    In altre parole, il concetto di crescita economica così com’è formulato fa parte di quella grande famiglia di slogans, teoricamente impeccabili e suadenti, come democrazia, innovazione, parità di diritti, etc., giornalmente somministrati ai cittadini, i cui contenuti sono in realtà del tutto evanescenti, ambigui, discutibili, falsi oppure  inattuabili o non attuati e in genere stravolti con la massima disinvoltura dai vari faccendieri di turno e anche dagli imbecilli, categoria stranamente trascurata ma che influenza le sorti umane (basta dare un’occhiata in giro). Mentre la nozione teorica di crescita rimane dunque sospesa nel cielo delle stelle fisse, anche quella di sviluppo sostenibile, una dèmi-vierge incentrata soprattutto sulla salvaguardia delle risorse naturali in vista dei bisogni delle future generazioni, sembra a sua volta ignorare la variabile della popolazione, o meglio, il suo aumento.

     In realtà, il fatto che la crescita economica non possa essere scissa dall’aumento della popolazione è un concetto banale, intuibile anche senza conforti statistici.  Esso è dunque talmente ovvio che la spiegazione della sua esclusione risiede probabilmente in alcuni meccanismi psicologici, i cui protagonisti sembrano essere la tendenza all’astrazione da una parte, e alla rimozione dall’altra. Un esempio della prima è la gigantesca costruzione marxista, prodotta da qualcuno che non aveva mai lavorato, la cui rivoluzione proletaria non avvenne là dove i proletari veramente esistevano (e cioè, in Gran Bretagna), ma avvenne invece in Russia, dove la stragrande maggioranza della popolazione erano dei contadini. Già solo questo esilarante abbaglio, preludio di ancora più disastrosi effetti – anche il marxismo fu a suo modo un’epidemia - la dice lunga sulla tendenziale inclinazione degli economisti all’astrazione. Sull’altro lato agisce poi la tendenza alla rimozione, che spiega come mai la soluzione riguardo agli inquinamenti strutturali, al progressivo inaridimento di intere regioni del pianeta e altri analoghi insensati fenomeni venga rimandata a un indefinibile futuro. In fondo, tale mancanza di prospettiva temporale è coerente con la miopia della sopra-menzionata nozione di crescita economica. Il vero e unico orizzonte della crescita economica in voga è infatti quello della produzione e del suo aumento ad oltranza. Il resto, quando e se viene chiamato in causa, diventa una variabile al servizio di quest’ultima.

     Queste sommarie considerazioni non esauriscono evidentemente l’argomento e semmai servono solo a richiamare l’attenzione sul vero grande problema del nostro tempo: il terrificante, suicida e irresponsabile incremento demografico, soprattutto dei Paesi meno dotati di risorse, dal Bangladesh all’Egitto alla Tanzania, anche se diventa poi impossibile non citare a questo proposito Paesi come la Nigeria, il Pakistan, l’India o il Brasile, tutti con una drammatica crescita demografica. Le tensioni sociali e i conflitti, i movimenti o le fughe di popolazione di molti di essi sono l’ineluttabile deriva della suddetta catastrofica crescita.

     Gli unici radicali rimedi non sono i “medici senza frontiere” e neanche inconcludenti e aleatorie crescite economiche ma bombardamenti di contraccettivi, ingiunzioni perentorie di controlli delle nascite, pena sanzioni economiche ancora più severe di quelle verso l’Iran, o programmi di sterilizzazione forzata. Sfortunatamente, il diffuso stravolgimento della nozione di libertà finirebbe per tacciare di razzismo e di oltraggio ai diritti umani tali ragionevoli e lungimiranti provvedimenti.

     Eppure, non tutte le libertà, inclusa quella della copula ad oltranza e senza opportuni rimedi, sono legittime e di buon auspicio… 

Atonello Catani, 5 marzo 2020