Europa, caccia al tesoro

"Non abbiamo bisogno della Gran Bretagna per essere in disaccordo tra noi". La miglior battuta sullo stallo creatosi per l’approvazione del bilancio europeo l’ha sicuramente avuta il presidente francese Macron. La storia è nota: entro la fine del 2020 bisogna approvare il budget dell’Unione europea per il settennato successivo, 2021-2027. Il presidente del Consiglio europeo, il belga E, ha proposto di portare le risorse di Bruxelles dall’1% del Pil dei Paesi europei all’1,069% (riducendo di una frazione la sua originaria proposta di 1,074 per cento). Con questi soldi, quasi 1100 miliardi, l’Unione europea dovrebbe finanziare la Politica agricola comune (Pac), i fondi di sviluppo regionale, quelli per la ricerca e la digitalizzazione, il funzionamento delle istituzioni comunitarie e così via.

Orbene, lo stallo si è verificato perché il cosiddetto “gruppo dei frugali”, composto da Austria, Danimarca, Olanda e Svezia e spalleggiato dalla Germania, vuole mantenere il bilancio europeo entro la soglia dell’1%, mentre quello degli “amici della coesione”, i Paesi beneficiari netti dei trasferimenti europei, appoggiati da Francia e Italia (che invece sono contributori), pensano che anche il piano Michel sia insufficiente.

Il negoziato cade in un momento particolarmente delicato perché dovrà fare a meno dei circa 75 miliardi assicurati dal Regno Unito e per di più in un momento di incertezza su quale sia la missione europea.

Infatti, la divisione tra frugalità e prodigalità non ha senso, piuttosto tra federalisti e cultori dell’Europa delle nazioni. Perché l’Unione Europea possa contare veramente qualcosa rispetto alle grandi sfide che pure a parole tutti dicono di voler affrontare (cambiamento climatico, difesa, immigrazione, ricerca e sviluppo) essa deve poter contare su risorse proprie sulle quali abbia capacità decisionali autonome, non trasferimenti prestabiliti dagli stati (sulla base di Iva e dazi doganali);  purtuttavia, questo non deve tradursi in un aggravio fiscale per i cittadini europei (già ora i più tassati al mondo), ma in una corrispondente diminuzione di spesa e imposizione da parte dei Paesi membri. Inoltre, è importante capire a cosa servono questi soldi. Se ad esempio, come vorrebbe la Francia, si stanziassero più risorse per la Pac, questo vorrebbe dire semplicemente aumentare sussidi a un settore dell’economia a scapito dei consumatori che non potranno profittare dei prodotti meno cari importati da altre nazioni (contribuendo così, peraltro, allo sviluppo di Paesi meno progrediti in modo più efficace che elargendo aiuti).

Infine, si pone il problema della contribuzione di ciascuno Stato. L’Europa dovrebbe creare regole del gioco uguali per tutti ove utile e intraprendere grandi progetti comuni europei (dei veri e propri public goods ).

Non ci si stupisce che l’ultra sovranista Ungheria stia dalla parte degli amici della coesione: i finanziamenti europei contribuiscono a quasi il 4% del suo Pil.

Ovviamente l’approccio per valutare la convenienza dell’appartenenza all’Europa non può essere contabile: Paesi come l’Olanda concorrono con più soldi di quanto ricevono, ma la sua adesione all’Unione la ricompensa ben di più grazie alla partecipazione al mercato unico. È anche vero che se gli aiuti sono concessi in eterno, solo sulla base del reddito pro capite (anche se non si capisce come mai Spagna o Belgio siano beneficiari e l’Italia contribuente) senza un sistema di incentivi, essi diventano una comoda rendita.

Insomma, per discutere seriamente del bilancio europeo senza scadere in un mercanteggiamento campanilistico servono più federalismo e più meccanismi di mercato: merce che in questo momento in Europa sembra più rara dell’amuchina.

Alessandro De Nicola – la Repubblica – 26 febbraio 2020