Perché l’Europa può fare di più

Nell’estate del 2017, durante la crisi dei rifugiati, il governo austriaco annunciò che avrebbe mandato l’esercito al confine sul Brennero. Da Vienna si cercò Paolo Gentiloni per comunicarglielo, ma l’allora presidente del Consiglio si negò al telefono: sapeva già tutto.

Allora i ministri austriaci si rivolsero al presidente dell’alto Adige, Arno Kompatscher, perché fosse lui a portare l’ambasciata a Roma. Kompatscher chiamò subito Gentiloni, che ascoltò in silenzio e rispose con poche parole: «Dì agli austriaci che l’esercito ce l’abbiamo anche noi».

Succedeva tre anni fa, non cento anni fa. Allora quella decisione fu ritirata in poche ore e declassata a «equivoco». Ma l’Europa era chiaramente nel pieno di una delle sue periodiche manifestazioni di debolezza istituzionale di fronte alle ondate di alta marea che arrivano dal resto del mondo. Da allora qualche passo avanti sui rifugiati è stato fatto (non molti), ma in questi giorni la storia torna a trasformarsi in un enorme specchio nel quale l’unione europea si guarda e capisce quanto sia pericolosa la sua incompiutezza.

L’emergenza del coronavirus è appena iniziata nei nostri Paesi e di nuovo assistiamo ai riflessi di sempre: reazioni nazionali scoordinate, trasparenza solo a macchia di leopardo e un bel po’ d’improvvisazione. Domenica notte l’Austria ha bloccato per ore un treno al Brennero. La Romania vorrebbe provare a mettere in quarantena tutti coloro che arrivano da Lombardia e Veneto (e la Basilicata si allinea, aggiungendo Piemonte, Liguria e Emilia-Romagna). Un autobus di linea proveniente da Milano è stato fermato a Lione perché l’autista tossiva. Persino da un aereo in arrivo dall’Italia alle Mauritius sono potuti scendere coloro che non abitano in Veneto e Lombardia.

Ora, è improbabile che dall’Austria arrivino altri atti unilaterali come quelli del 2017. Sebastian Kurz, il primo ministro, aspetta di capire quale strada prenderà la Germania e si direbbe che neanche il governo tedesco lo sa: il ministero della Salute, dalla sede di Bonn, ha detto ieri al «Corriere» di non poter dire quanti test sul Covid-19 siano stati praticati nel Paese fino ad oggi «perché la Germania è uno Stato federale e le autorità dei Laender sono responsabili dei singoli casi». Anche in Francia il ministero delle Solidarietà e della Salute evita di comunicare, a una domanda del «Corriere», quanti test siano stati fatti nel Paese.

Ma come noi italiani abbiamo scoperto sulla nostra pelle, senza nozioni chiare e condivise sull’intensità dei controlli è difficile capire quanto diffusa possa essere l’epidemia in Europa. L’Italia se ne sta accorgendo solo ora che – a metà della giornata di lunedì – il numero dei test praticati è salito a quattromila da poche centinaia della scorsa settimana.

disordine strategico su controlli di altri tipi. Negli aeroporti italiani da settimane sono in funzione scanner termici (Fiumicino) o termometri a infrarossi (Linate e altrove) per prendere la temperatura di chi viaggia, ma altri scali europei non li hanno mai introdotti. Sicuramente esisteranno poi precauzioni negli ospedali o nei luoghi di lavoro che in Francia, Germania, Austria o Spagna sono state prese prima e con più efficacia che in Italia.

La lezione è comunque chiara: l’Europa è uno spazio nel quale ci si sposta liberamente come dentro uno stesso Stato, ha un mercato unico dove le merci viaggiano senza controlli né attriti, ma non è pronta a difendere queste conquiste in un sistema globale che di continuo ci mette sotto pressione con sempre nuovi choc. Successe fra il 2015 e il 2017 con la crisi dei rifugiati, quando l’Italia e la Grecia furono lasciate da sole come fosse un problema loro. Rischia di succedere di nuovo con Covid-19.

Di fronte a un’epidemia globale l’Europa non ha protocolli comuni di prevenzione e sicurezza, né ha standard sanitari vincolanti e validi per tutti, neppure regole chiare su come, quando e perché un

Paese possa chiudere i confini su un altro per cercare di fermare un virus con il filo spinato.

Il risultato è che i Paesi più esposti – in questo caso l’Italia – si trovano ancora una volta isolati e potenzialmente soggetti a lezioni da impartire. Ma bisogna essere onesti e riconoscere che la Commissione europea ha ben poca colpa: le politiche sanitarie sono sempre state gelosamente custodite dai governi nazionali, senza pensare che in questa globalizzazione sregolata la Cina un giorno avrebbe esportato anche un potente virus ignoto e non solo tecnologie digitali o pannelli solari. Ciò che accade oggi conferma quel che è chiaro da anni: come una costruzione rimasta a metà, l’Europa rischia di non resistere ai colpi di un vento che arriva da lontano. Deve completare la propria opera, senza perdere altro tempo.

Con un dettaglio in più, perché domenica Marine Le Pen è stata la prima a dichiarare che l’Italia andava isolata. Questa leader la conosciamo: calorosa alleata dei sovranisti di casa nostra, in ripresa nei sondaggi in Francia, decisa a correre di nuovo per le presidenziali del 2022, Le Pen in questi giorni dà un’idea di cosa sarebbe per l’Italia una Francia guidata da lei e di cosa sarebbe un’Europa gestita da tanti leader come lei.

Finché sono all’opposizione, come oggi, i sovranisti restano uniti contro Bruxelles. Ma quando un domani governassero, dovrebbero pur trovare un nemico a cui dare tutte le colpe di ciò che non va. E non resterebbe loro altra strada se non accusarsi a vicenda.

Federico Fubini – Corriere della Sera - 25 febbraio 2020