Un altro errore sulla Libia

Il cirenaico Haftar spara a volontà, il tripolino Serraj sospende la sua partecipazione al negoziato militare di Ginevra, e così le residue speranze di stabilizzare la Libia affogano in un mare di parole che vede l’Italia tra i più loquaci protagonisti. Aveva cominciato, nella corsa ai proclami ad uso interno, la tanto attesa conferenza di Berlino che pur di non fallire subito ha prodotto a cuor leggero un lungo elenco di traguardi irraggiungibili. Riuscendo in tal modo a fallire dal giorno dopo, quando si è visto che la tregua d’armi non reggeva, che le forniture di armi provenienti dai padrini dei due schieramenti continuavano imperterrite, che Turchia con Serraj e Russia con Haftar accentuavano la loro presenza sul terreno invece di ridurla, che gli Usa guardavano dall’altra parte e che l’Europa rimaneva divisa e inefficace malgrado i suoi indiscutibili interessi in Libia. Poi, fatto più unico che raro, è stata l’Onu ad alzare la voce osservando che l’embargo sulle armi «somigliava ormai a una barzelletta». Il giorno dopo, lunedì scorso, si riuniva il Consiglio dei ministri degli Esteri europei. Non poteva più far finta di niente, e incassare l’accusa di far ridere. Doveva decidere «qualcosa», e così è stato. Ma questa volta accanto alla consueta retorica diplomatica c’è stato il coinvolgimento di forze militari, con una approssimazione che non fa ben sperare. Anche perché subito dopo Haftar ha lanciato i suoi missili sul porto di Tripoli, e Serraj ha abbandonato i negoziati militari che dovevano consolidare la tregua.

Per capire meglio occorre fare un passo indietro, al nostro governo gialloverde nel quale Matteo Salvini era l’uomo forte. Fu quel governo italiano, e fu Salvini con la sua politica dei «porti chiusi», ad azzoppare la missione navale Sophia che doveva pattugliare il Mediterraneo nell’ambito della lotta ai trafficanti di carne umana. Sophia, si disse, moltiplicava il numero di migranti aumentando le loro probabilità di salvezza, dunque andava stroncata. Così fu. Ma l’idea circolava ancora in Europa, con Germania, Francia e Spagna favorevoli, Austria e Ungheria contrari per paura di nuovi rifugiati (che peraltro in Ungheria non entrano), e il nostro ministro degli esteri Di Maio, senza darlo troppo a vedere, d’accordo con Vienna e con Budapest. Non per copiare la dottrina Salvini, bensì stavolta per evitare che Salvini potesse impallinare il governo giallorosso con accuse di cedimento sul tema sempre sensibile dei flussi migratori.

Ecco allora che con il varo di una nuova operazione aeronavale «interamente diversa da Sophia» l’Europa ha formalmente sovrapposto il tema migranti e il tema Libia, al punto che se venisse constatato un «effetto richiamo» per i trafficanti anche nella nuova zona di operazioni, le navi verrebbero subito spostate o rinviate nei loro porti. Il che stabilisce, fino a prova contraria, una chiara priorità: per i Paesi europei e per l’Italia in particolare, visto che a differenza di Austria e di Ungheria noi il mare lo abbiamo intorno, il contenimento dei migranti conta molto più di quello delle forniture d’armi ai protagonisti della guerra civile libica. 

E non basta, perché Di Maio, oltre all’operazione aeronavale, ha vagamente ipotizzato anche una componente terrestre «se le autorità libiche la autorizzeranno». Ma quali autorità libiche visto che sono almeno due, per vegliare su quali confini, con quale viatico Onu, con quali regole di ingaggio? Forse il ministro alludeva a un indiretto rafforzamento delle operazioni franco-americane nel Sahel, oppure siamo ancora alle parole incaute? Nell’attesa si deve rilevare che l’alto rappresentante per la politica estera Ue, lo spagnolo Borrell, si è precipitato a frenare. 

Anche il solo aspetto aeronavale del nuovo progetto, peraltro, è ricco di interrogativi ai quali stanno già lavorando gli esperti nella speranza di far partire l’operazione a fine marzo. Se le navi della missione coglieranno sul fatto navi militari turche dirette a Tripoli, cosa faranno concretamente considerando che ci si troverà tra soci della Nato? Haftar, molto più facilmente di Serraj e della Tripolitania, può ricevere le sue forniture belliche via terra attraverso il confine egiziano: non si rischia di bloccare la Turchia e il Qatar e di dare invece poco fastidio agli Emirati, alla Giordania, all’Arabia Saudita, alla Russia che servono la Cirenaica? L’operazione, spostata a Oriente, sarà comunque ricattabile dai trafficanti di esseri umani, basterà aumentare il numero dei barconi in quell’area e le navi toglieranno il disturbo. 

Anche a volerci fermare qui la nuova missione, che non ha ancora un nome e nemmeno un comandante mentre quello di Sophia era italiano, sembra disegnata per radicalizzare ulteriormente la partita per il predominio nel mondo sunnita (pro e contro i Fratelli musulmani) che i Paesi islamici con l’aggiunta della Russia combattono in Libia, sulla pelle dei libici e anche dei migranti. Con ampi margini di ambiguità: quelli che abbiamo brevemente citato, ma anche il doppio gioco di Mosca che con Lavrov in visita a Roma invoca l’onu e nulla dice dei suoi mercenari alle porte di Tripoli, che litiga con la Turchia in Siria ma ci va d’accordo in Libia. E anche l’america di Trump che nulla dice del blocco petrolifero imposto da Haftar dopo averlo indicato come linea rossa insuperabile (forse lo spettacolo di un’europa nei guai non dispiace al presidente in campagna elettorale?). E anche tutti quanti vanno ripetendo che in Libia «non esiste una soluzione militare». Sarà anche vero, ma alla fine pure gli europei hanno dovuto tirar fuori l’effetto dissuasivo di navi bene armate. Con il rischio che gli altri siano disposti a sparare e noi no.

Franco Venturini - Corriere della Sera - 21 febbraio 2020