La lingua della prescrizione

La baruffa sulla prescrizione ci recherà in dono, forse, una crisi di governo. Ma nel frattempo ha generato una crisi semantica, contraddicendo l’uso comune del linguaggio. E ha messo in crisi la logica, o almeno quel po’ che ne rimane in circolo. Merito delle astuzie incrociate dei partiti. Di procedure parlamentari stirate fino all’autolesionismo. Infine di principi costituzionali (la presunzione d’innocenza) tagliati in due come il bambino di re Salomone.

In origine, dunque, risuona una parola: proroga.

Nella lingua italiana prorogare significa posticipare, rinviare più in là nel tempo. Nella lingua della politica italiana significa, al contrario, anticipare, spostare indietro l’orologio.

È l’acrobazia semantica brevettata nelle stanze del governo: una proroga retroattiva. Che peraltro avrebbe dovuto applicarsi ad una legge – la riforma della prescrizione – prorogata già di un anno.

Difatti la legge Bonafede venne approvata nel gennaio 2019, ma la sua entrata in vigore fu immediatamente rimandata al gennaio 2020. In quell’anno di vacatio s’attendeva la nuova disciplina del processo penale. Invano: i nostri processi restano indisciplinati.

Da qui l’idea d’usare il Milleproroghe per infliggere una deroga alla proroga, con un emendamento sospensivo a sua volta poi sospeso dal maxiemendamento del governo. L’idea, in ultimo, è caduta; avrà messo in confusione pure i suoi stessi artefici.

Sicché è sbucata fuori un’altra paroletta: il lodo. Nel linguaggio giuridico indica la decisione con cui si conclude un arbitrato. Nel linguaggio politico indica un rinvio, ossia una non decisione. Ballano le parole, ballano altresì le date del rinvio, in base al calendario personale dei lodanti.

Lodo Annibali: rinvio della riforma Bonafede al gennaio 2021. Lodo Costa: giugno 2021. Lodo Magi: gennaio 2024. Altrettante proposte depositate in Parlamento, ma non dall’arbitro, bensì dai giocatori, rispettivamente iscritti nelle squadre di Italia Viva, Forza Italia, +Europa. E allora chissà mai perché pretendono di camuffarsi da lodi arbitrali, usando arbitrariamente l’etichetta.

Il cruciverba, tuttavia, ha già una soluzione bell’e pronta: il lodo Conte bis. Epilogo normale, per un Paese la cui legge elettorale si chiama Rosatellum bis.

In questo caso, però, un dubbio ci trafigge le meningi: a che si deve la sua denominazione? A un ripensamento rispetto alla prima idea del presidente del Consiglio? Al fatto che il suo governo è un Conte bis? No, dipende dalla circostanza che il copyright spetta a un altro uomo: non all’avvocato Giuseppe Conte bensì all’avvocato Federico Conte, deputato di LeU. Normale anche questo, dopotutto l’Italia è patria d’avvocati.

Quindi di specialisti in slalom procedurali, però sempre a rischio di rompersi una gamba sugli sci.

Può succedere all’avvocato Enrico Costa, se il suo lodo verrà usato come un treno per attaccarci il vagone del lodo Conte bis: l’autore del delitto perfetto diverrebbe così la vittima perfetta d’un suicidio.

Succederà ai nemici di quest’ultimo lodo, se lo impallineranno in odio alla riforma Bonafede, col risultato di tenersi sul groppone la riforma, senza attenuarne in alcun modo l’efficacia.

Sarebbe un peccato, perché quel lodo è un’invenzione, anzi una mezza invenzione.

Trasforma infatti il presunto innocente di cui parla l’articolo 27 della Costituzione («sino alla condanna definitiva») in un mezzo colpevole, con la prospettiva di trasformarsi nuovamente in un mezzo innocente.

Dipenderà dal valzer d’appelli e contrappelli, di sentenze d’assoluzione e di condanna.

Se in primo grado ti proclamano innocente, la prescrizione corre; se ti condannano invece ti rincorre; se poi t’assolvono in appello, incassi un bonus prescrizione, conteggiando il periodo che ti era stato negato; se infine la Cassazione annulla la condanna con rinvio, hai diritto a tutti gli arretrati, sempre che il giudice del rinvio non pronunci una mezza condanna.

Sicché in ultimo il caso politico dell’anno diventa un caso letterario: il lodo Conte bis è un Bisconte dimezzato, come il visconte di cui narrò Calvino.

Michele Ainis – la Repubblica – 13 febbraio 2020