Trappola maghrebina per Conte

C'è qualche dirompente novità che viene dalle acque della Libia e tocca da vicino i nostri interessi nazionali. La prima ha a che vedere con il numero dei migranti che le attraversano per sbarcare in Italia: il numero di questo mese è più del doppio rispetto a dicembre e più di 8 volte rispetto al gennaio del 2019. Il motivo è che le motovedette libiche, agli ordini del premier Fayez al-Sarraj, hanno bruscamente ridotto gli interventi.
Il motivo formale è la «chiusura dei centri di detenzione» a Tripoli ma il fatto che ciò avvenga all'indomani della Conferenza di Berlino solleva interrogativi sulle reali intenzioni del governo libico. E poi c'è l'episodio di mercoledì quando la fregata militare turca «Gaziantep», inquadrata nell'operazione Nato «Sea Guardian», è intervenuta nel Mediterraneo Centrale per salvare circa trenta migranti che stavano per annegare, ha chiamato una motovedetta libica e glieli ha consegnati in tempi rapidi senza troppi preliminari.
Si tratta di un fatto che conferma la presenza di navi militari turche davanti a Tripoli, rivela che i comandi di Ankara hanno un canale diretto per dare ordini alla guardia costiera di al-Sarraj e descrive come la Turchia non condivida la posizione europea contraria a rimandare in Libia in un porto «non sicuro» migranti che potrebbero subire conseguenze dirette per la scelta di fuggire da un Paese in guerra. Ovvero, dall'indomani della Conferenza di Berlino nelle acque libiche davanti all'Italia sono maturati due fatti inattesi: al-Sarraj fa partire verso Nord più migranti e la Turchia ha assunto - con almeno due navi da guerra - una posizione di rilevanza strategica.
A tutto ciò dobbiamo aggiungere le novità sul terreno militare in Libia perché l'esercito turco pattuglia Tripoli con militari in divisa, ha messo i propri ufficiali in tutte le sale operative di al-Sarraj e protegge con sistemi anti-aerei avanzati tanto Tripoli, inclusi porto ed aeroporto, che Misurata, incluso l'aeroporto. In attesa di mercantili carichi di ingenti forniture di carri armati, blindati, pezzi di artiglieria e munizioni, scortati da navi militari turche. Erdogan punta a trasformare la Tripolitania in una propria enclave per controllare le fonti energetiche - gas e petrolio - e diffondere in Nordafrica il modello politico dei Fratelli Musulmani.
Sono tali e tante mosse di Erdogan che hanno suscitato nelle ultime 48 ore le vivaci proteste dell'Eliseo sul «mancato rispetto delle rassicurazioni date alla Conferenza di Berlino di non inviare forze in Libia». A cui Ankara ha risposto per le rime, obiettando che la «maggiore minaccia all'integrità territoriale della Libia viene dalla Francia di Macron» a causa delle «forniture di armi all'esercito del generale Khalifa Haftar», che punta a conquistare Tripoli. In realtà Haftar sta rallentando l'avanzata perché i mercenari russi della «Wagner» sembrano svanititi nel nulla, lasciando supporre l'esistenza di un patto fra Erdogan e Putin per dividersi la Libia, consentendo a Mosca di avere basi aeree e navali in Cirenaica.
Ce n'è abbastanza per dedurre che Erdogan si è oramai insediato in Tripolitania e inizia a creare nuovi equilibri - sul terreno e nel Mediterraneo - consentendo al proprio alleato al-Sarraj una maggiore libertà di manovra, anche nella gestione dei migranti.
Il fatto che tutto ciò sia maturato in appena 12 giorni dalla fine dei lavori di Berlino lascia intendere a quali livelli sia giunto l'indebolimento del ruolo non solo dell'Europa ma soprattutto dell'Italia. Per il premier Conte significa trovarsi in una situazione di emergenza strategica: servono mosse rapide ed efficaci per evitare di assistere impotenti alla formazione di un protettorato turco in Tripolitania destinato a mettere nelle mani di Erdogan i rubinetti dei flussi di migranti, delle risorse energetiche e dei rischi di terrorismo che hanno conseguenze immediate sul nostro Paese. Per non parlare della Cirenaica dove l'Eni, a causa del blocco dei pozzi di Haftar, già ha ridotto l'export di 30 mila barili al giorno e fra 72 ore potrebbe trovarsi a dover gestire la totale interruzione.
Questa è la fotografia della situazione in Libia alla mezzanotte appena trascorsa, un Paese per noi cruciale dove non siamo mai stati così vulnerabili da quando, il 1 settembre 1970, il colonnello Gheddafi cacciò i nostri connazionali.

Maurizio Molinari - La Stampa - 31 gennaio 2020