Libia, un patto da stracciare

L’immagine è di quelle che fanno la Storia: due navi da guerra di Erdogan allineate di fronte al lungomare di Tripoli, in bella mostra davanti a tutta la città e all’opinione pubblica mondiale. Era dal 2 ottobre 1911 che gli ammiragli turchi sognavano questo momento, da quando una squadra navale italiana si schierò nelle acque della capitale cominciando la conquista della Libia. Fu l’inizio della fine del decadente impero ottomano, destinato a dissolversi nel giro di pochi anni. E ieri il nuovo Sultano ha dato un segno tangibile della volontà di ricostruirlo. Il messaggio è chiaro: a Tripoli ora comando io.

Quelle navi dovrebbero servire da monito anche al governo italiano, che ha perso ogni capacità di incidere nella partita libica. Ormai la nostra voce conta poco o nulla negli assetti di potere locali, anzi: i signori della guerra di Tripolitania e Cirenaica sanno di poterci minacciare facendo leva sulla questione dei migranti. Nei loro colloqui con Roma è un argomento chiave: paventano la possibilità di riaprire le partenze, inondando la Sicilia e l’Europa con un flusso di disperati. Un ricatto mai esplicitato, ma sempre presente nei loro discorsi.

Proprio per questo il premier Giuseppe Conte e la sua maggioranza non devono prorogare l’accordo con Tripoli sui migranti. Quel patto scellerato va fermato subito, con una decisione netta: altrimenti tra quattro giorni si rinnoverà automaticamente.

Lo scorso novembre il governo aveva promesso che il Memorandum sarebbe stato modificato con una serie di vincoli per tutelare i migranti. Ma è velleitario chiedere garanzie sul trattamento delle persone nei campi, perché non siamo assolutamente in grado di dettare condizioni.

Possiamo solo pagare le autorità locali, arricchendo funzionari e capi tribali, gli stessi che spesso in passato hanno organizzato il traffico; chiudendo gli occhi sulla realtà in cui uomini, donne e bambini sono costretti a sopravvivere. Sappiamo tutti che in Libia si combatte e si bombarda, che molti di questi reclusi senza colpa sono obbligati a prendere le armi o compiere lavori forzati sulla linea del fronte: vengono usati come carne da cannone.

Sappiamo che sono detenuti in condizioni disumane, senza che ong e Nazioni Unite possano assisterli. Eppure il governo ha l’ipocrisia di affrontare l’argomento come se si discutesse di un paese normale.

Che i leader del Movimento 5Stelle continuino a sostenere il patto con la Libia è cosa nota. La tempistica scelta dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio per redigere la sua lista di richieste a Tripoli è paradossale: ha atteso tre mesi prima di completare il documento, che quindi sarà inoltrato a poche ore dal rinnovo automatico del trattato.

Una solenne beffa a tutti gli italiani.

Sorprende invece che il Pd resti in silenzio e accetti passivamente questo accordo. Certo, fu il governo Gentiloni a vararlo nel febbraio 2017, ma allora la Libia era completamente diversa e c’era quantomeno la speranza di farne il punto di partenza per una diversa gestione dei flussi migratori. Ora no. Adesso la proroga significa solo condannare decine di migliaia di persone alla prigionia sotto le bombe; ostaggi e strumento delle manovre dei capifazione libici. O dello stesso Erdogan, che ha saputo già sfruttare abilmente l’esodo dei profughi siriani per ottenere massicci finanziamenti dall’Europa e potrebbe fare lo stesso a Tripoli. Non a caso martedì una delle navi turche ha intercettato un gommone di disperati, riconsegnandoli tutti alle motevedette libiche: un’operazione filmata e propagandata dalla marina di Ankara.

Se il Pd vuole tenere fede alla diversità nei diritti che ha contribuito alla vittoria in Emilia Romagna, se vuole rendere credibile la prospettiva di un partito aperto alla società civile e a movimenti come quello delle Sardine, allora cominci con un passo concreto.

E cancelli subito il trattato.

Gianluca Di Feo – la Repubblica – 30 gennaio 2020