La tempesta perfetta

Una tempesta perfetta s’addensa sui cieli della legislatura. Domenica emiliani e calabresi voteranno per eleggere il loro presidente; in un giorno imprecisato della tarda primavera tutti gli italiani voteranno il referendum che taglia i numeri del nostro Parlamento. E se l’Emilia-Romagna cadesse a sua volta nelle mani della Lega? Se in Calabria si consumasse lo stesso risultato? Sarebbero dieci Regioni di fila dal battesimo della legislatura: Lombardia, Sardegna, Friuli, Molise nel 2018; Abruzzo, Basilicata, Piemonte, Umbria nel 2019. Nel mezzo, le elezioni europee del maggio scorso, con le quali la Lega (34% dei consensi) è diventata il primo partito del Paese.

E allora, quest’ultimo successo non sarebbe forse una ragione sufficiente per pretendere il voto anticipato?

Non offrirebbe la prova provata che il Parlamento non riflette più gli umori popolari? Da qui (scommettiamo?) una pressione formidabile sul presidente Mattarella, e non soltanto dai banchi dell’opposizione. Si dà il caso, infatti, che a convocare le elezioni prima che venga celebrato il referendum rimarrebbero mille posti in tavola, anziché 600.

L’appetito vien mangiando, come s’usa dire; e ogni dieta può aspettare.

Ammettiamolo: la questione non è campata in aria.

Già un celebre giurista inglese (Albert V. Dicey), sul volgere dell’Ottocento, osservò come l’interruzione della legislatura serva ad accertare che «la volontà parlamentare coincida con la volontà della nazione».

Sulla sua scia, in Italia, l’autorevole opinione di Mortati, nonché di Pizzorusso, Virga, Lavagna e vari altri. Questo perché — diceva Paolo Barile — il potere di scioglimento spetta al capo dello Stato per il suo ruolo di «arbitro circa i mutamenti dell’opinione pubblica».

E tali mutamenti — aggiungeva Temistocle Martines — verrebbero attestati senza equivoci «dai risultati delle elezioni amministrative tenutesi in gran parte del territorio nazionale».

Sennonché nel diritto non c’è mai nulla di scontato.

Tantomeno nel diritto costituzionale, materia situata al crocevia con la politica, in cui perciò ogni regola ha sempre un che d’indefinito. E poi, davvero il nostro presidente è una sorta di ventriloquo della voce popolare? Davvero ha antenne sufficienti per captarne ogni inflessione? In questo caso sarebbe un superuomo; ma la democrazia rifiuta i capi carismatici, diceva già Platone. Inoltre i sistemi democratici si distinguono per uno specifico attributo: dove c’è potere, lì dev’esserci responsabilità. A conti fatti, la democrazia non è che un rendiconto sull’esercizio del potere. Rispetto alle assemblee legislative, questo rendiconto cade a distanza d’un quinquennio, quando gli elettori potranno giudicarne l’operato; non a metà dell’opera, non con un bilancio dimezzato.

Ecco perché lo scioglimento anticipato delle Camere è sempre un evento traumatico, ecco perché rappresenta un fatto eccezionale. Non a caso in Assemblea costituente, nel gennaio 1947, fu respinto un emendamento che avrebbe autorizzato il presidente a interrompere la legislatura, qualora il Parlamento non corrispondesse «alla situazione politica del Paese». E non a caso altri costituzionalisti — fra cui Leopoldo Elia — hanno rifiutato nettamente l’ipotesi in questione. Insomma, altro è un verdetto giuridico, altro un giudizio politico. Su una sola conclusione non ci piove: il capo dello Stato deve sciogliere le Camere se hanno il motore in panne, o se la loro macchina fa fumo. Dunque quando nessuna maggioranza si coagula a sostegno d’un governo; quando la maggioranza sulla carta c’è, ma di fatto genera uno stallo, per i veti incrociati fra i partiti; quando il Parlamento si renda responsabile d’atti eversivi, liberticidi.

Da qui il ruolo del nostro presidente: in un regime parlamentare lui è voce della Costituzione, non del popolo. E proprio dalla Costituzione muove l’argomento decisivo contro l’idea di correre alle urne, quantomeno nelle attuali circostanze. Perché c’è alle viste un referendum costituzionale, che riduce d’un terzo i seggi in Parlamento. Perché, a convocare le elezioni senza aspettare il referendum, poi rischieremmo di trovarci con 345 abusivi fra Camera e Senato. Perché dunque Mattarella dovrebbe sciogliere daccapo il Parlamento, per riallineare i numeri del prima e del dopo. E perché a quel punto la democrazia italiana diverrebbe una caciara. Un po’ lo è già, ma meglio non esagerare.

È in vista un importante referendum costituzionale. E il capo dello Stato è la voce della

Costituzione, non del popolo.

Michele Ainis – la Repubblica – 23 gennaio 2020