Il pieno e il vuoto della sinistra

È una questione di pieni e di vuoti. C’era evidentemente un vuoto, in mezzo alla politica italiana, che improvvisamente si sta colmando: come se il sistema, giunto sull’orlo dello squilibrio tra destra e sinistra, sentisse il bisogno di compensare l’interpretazione feroce che il populismo stava dando del Paese, allontanandolo dall’immagine di sé coltivata nel lungo Dopoguerra di crescita e progresso.

Quel vuoto era prima di tutto fisico, materiale. Nessuna voglia di mettersi in gioco, contendere lo spazio dell’ agorà nella discussione pubblica, uscire di casa e tornare a competere: dando ragione a Zygmunt Bauman, quando diceva che nella percezione della democrazia contemporanea la posta in gioco è ormai troppo bassa, comunque, e chiunque vinca o perda, con qualunque programma, poco o nulla cambia per la vita concreta del cittadino. Il risultato numerico, inevitabilmente, era l’astensione in crescita vertiginosa a ogni elezione: una rinuncia a partecipare che anticipava il grande rifiuto generalizzato che diventerà l’anima trionfante dell’antipolitica.

Perché il vuoto, com’è chiaro, era soprattutto politico. Riempito da partiti, naturalmente, e meno male: ma disertato dalle culture politiche, quelle che fanno muovere le bandiere, danno un’identità riconoscibile alle forze in campo e nobilitano gli interessi legittimi che queste forze rappresentano, in una visione generale del Paese e addirittura del mondo.

I partiti sono costruzioni umane, e come tali nascono, crescono, deperiscono, svolgendo con ciò la loro funzione utile e necessaria. Le culture radicano i partiti nella società, durano nel tempo aggiornando la loro interpretazione della realtà e raccordandola ai loro ideali. Tutto questo produce una storia, fatta di comunità e di individui, che contribuisce a dare fisionomia e carattere alla vicenda repubblicana nazionale, alimentando la fatica contemporanea della democrazia.

Così si scopre che il vero vuoto era di pensiero. Partiti sguarniti, svuotati. Tutti nati mercoledì scorso, senza una radice nella storia e un deposito di tradizione.

Sovrani nel dibattito istituzionale, ma sudditi nella discussione privata sui social network. Costretti da queste condizioni di sterilità culturale a vivere nell’estemporaneità, nell’improvvisazione, nell’effimero e nel contingente, formulando posizioni labili, dichiarazioni reversibili, affermazioni usa e getta, che non durano oltre lo spazio dell’occasione. La conseguenza quasi inevitabile è che l’azione sostituisce l’idea, il gesto prende il posto dell’atto politico e la forza sembra diventare il surrogato di una politica debole, dando l’illusione di soppiantarla.

Tutto questo ha dato forma, negli ultimi anni, a una espressione politica conseguente, come non l’avevamo mai conosciuta. Semplificata, irrigidita, ristretta e nello stesso tempo urlata, esagerata, appunto feroce. Ridotta all’osso, in declinazioni primitive e binarie, che non raccolgono la complessità dei tempi: vecchio e nuovo, noi e loro, dentro e fuori. Producendo pratiche politiche elementari nel loro massimalismo: rottamazione, esclusione, respingimento, con le forbici e la ruspa disegnate come simbolo impoverito e agguerrito del presunto cambiamento.

Il pieno della piazza di Bologna, domenica, non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato insieme, anzi prima, un tentativo di mettere in campo un pensiero alternativo a quello dominante. Questo è in realtà il principio e il segreto di questa nuova, improvvisa disponibilità dei cittadini a mobilitarsi per la politica, tornando a scendere in piazza: una sorta di ecologia del pensiero, la testimonianza che un’alternativa culturale è già in campo perché un’altra mentalità è possibile, con una diversa gerarchia di valori e dunque con una differente scala di priorità.

Esattamente qui sta la leva della nuova politica. Insieme con due concetti, la spontaneità (e quindi l’autonomia e la libertà, pur nel prendere parte — per fortuna — al confronto politico) e la gratuità, cioè la capacità di fare politica senza altro tornaconto che non sia l’interesse generale. È da questa sicurezza nella propria identità culturale (spesa non per sé ma per il Paese, non contro il sistema politico ma a difesa delle sue istituzioni, non attaccando i partiti ma aiutandoli a cambiare se stessi) che nasce la capacità di parlare alla pubblica opinione e di trovare ascolto, e persino fiducia.

È come se questa piazza democratica, difendendo la buona politica e le istituzioni, sapesse cosa dire, nella confusione di oggi, e come dirlo, segnando la differenza rispetto alla presunta egemonia della destra.

Coniugando una moderazione sicura del linguaggio con una radicalità indispensabile dei valori. Senza tentennamenti e confusioni incomprensibili, come quelle del Pd nel processo a Salvini, che alimentano il vuoto. Solo da un nuovo pensiero di sinistra, infatti, e non dalle tattiche, può nascere l’alternativa alla destra di oggi. Mobilitando le persone non soltanto come elettori, ma molto di più: come cittadini.

Ezio Mauro – la Repubblica – 21 gennaio 2020