Conferenza sulla Libia a Berlino, sarà vera pax?

Oggi sappiamo che non abbiamo potuto risolvere tutti i problemi»: come sempre è il realismo di Angela Merkel, in contrasto con il trionfalismo degli altri partecipanti al vertice sulla Libia, a dare la misura di chi veramente ha vinto al tavolo di Berlino, e di chi invece vuol solo far credere di aver vinto.

La Germania, e con la Germania l’Europa, porta a casa un risultato su cui pochi erano disposti a scommettere prima di ieri. Con un inedito approccio alla crisi libica, la Cancelliera ha puntato a mettere d’accordo i burattinai della guerra, in primo luogo Egitto, Turchia e Russia, sull’impegno a cessare le interferenze. La convinzione è che, se i burattinai si fermeranno davvero, anche i burattini, cioè Haftar e Al Serraj, alla fine dovranno trovare un accordo. E infatti i due litiganti libici, che non partecipavano direttamente alla Conferenza anche se erano entrambi a Berlino, hanno accettato di nominare i propri rappresentanti nel comitato militare che già tra pochi giorni cercherà di separare i contendenti per tramutare il cessate il fuoco in una tregua vera e propria.

Funzionerà? Difficile dirlo. La prudenza di Merkel è più che giustificata. La fine della guerra può risultare fatale sia per Haftar, che potrebbe perdere parte del terreno conquistato militarmente e il controllo dei pozzi di petrolio, sia per Al Serraj, che potrebbe essere sostituito alla guida del governo libico da una personalità che abbia il gradimento anche del generale e della Cirenaica.

Pure i burattinai hanno molto da perdere. Erdogan ha incassato un successo di immagine spedendo a Tripoli le milizie islamiche siriane, ma una eventuale uscita di scena del suo protetto Al Serraj potrebbe far decadere gli accordi stabiliti tra Ankara e Tripoli per spartirsi le risorse petrolifere del Mediterraneo orientale a scapito di Egitto, Cipro e Grecia.

L’Egitto, per ragioni uguali e contrarie, deve sbarazzarsi di Al Serraj. Ma Al Sisi, salito al potere al Cairo per stroncare i Fratelli Musulmani, ha bisogno di proseguire la sua crociata contro un Islam politico oltre i confini egiziani, e in questo è appoggiato dagli Emirati: difficile che lasci davvero cadere il suo fantoccio Haftar.

L’unico convitato di pietra che a Berlino comunque esce vittorioso è Vladimir Putin. Appoggiando Haftar con i suoi mercenari ma evitando di comparire ufficialmente, si è guadagnato un ruolo politico in Nordafrica e sulla sponda sud del Mediterraneo che l’Unione Sovietica aveva perso.

E senza la sua mediazione, senza le sue pressioni su Erdogan, la conferenza di Berlino sarebbe stata impossibile. Se la tregua terrà, potrà intestarsela.

Se fallisse, l’insuccesso sarebbe dell’Europa e lui potrebbe continuare la guerra per procura che aveva iniziato.

Grazie a Merkel, l’Europa riconquista un ruolo diplomatico che i contrasti tra Francia e Italia, inizialmente schierate l’una con Haftar e l’altra con Al Serraj, le avevano fatto perdere. Sia Parigi sia Roma, di fronte al precipitare della situazione, hanno dovuto ridurre considerevolmente il loro appoggio alle parti in conflitto cercando inutilmente di recuperare una neutralità che invece la Germania ha saputo mantenere e far valere in fase negoziale.

Ora Conte si dà un gran daffare per proclamare che l’Italia è pronta a partecipare a una forza di interposizione sul terreno. Ma a questa ipotesi, per ora, nessuno tranne lui ha ancora fatto cenno.

Andrea Bonanni – la Repubblica – 20 gennaio 2020