Porte aperte al proporzionale

Un vecchio alfiere del sistema maggioritario, Arturo Parisi, ha salutato la sentenza della Corte Costituzionale come «la fine di ogni illusione». È possibile che questo signore non più giovane, politologo di fama e già braccio destro di Prodi ai tempi dell’Ulivo, sia diventato un seguace di Salvini? È credibile che la sua amarezza nasca dal rimpianto per l’insuccesso di Calderoli, autore di un quesito giudicato «eccessivamente manipolativo»? Qualcuno lo ha insinuato, ma è facile capire che le cose non stanno così. Parisi e con lui vari fautori del maggioritario — probabilmente anche nel palazzo della Consulta — stanno solo dicendo addio a una battaglia durata, tra alti e bassi (compresi parecchi errori), circa trent’anni e ora terminata in via definitiva. Perché un punto è chiaro: d’ora in poi non avrà più senso proporre altri referendum per cambiare la legge elettorale attraverso il coinvolgimento diretto dei cittadini.

La partita torna in Parlamento e lì rimarrà. Purtroppo l’esperienza insegna che in questa materia le alchimie partitiche non producono buoni risultati. Con l’eccezione del cosiddetto Mattarellum, non a caso figlio della prima stagione referendaria, quando le assemblee legislative recepivano i messaggi dell’opinione pubblica, abbiamo avuto una girandola di sistemi elettorali, alcuni mai applicati e un paio bocciati dalla Corte in quanto incostituzionali almeno in parte. Ora le porte sono spalancate affinché Camera e Senato rimettano mano alla legge Rosato — in vigore ma con scarsa soddisfazione generale — e lavorino per sostituirla. Sul tavolo c’è una prima intesa tra Pd e Cinque Stelle per tentare di far approvare un modello interamente proporzionale con soglia di sbarramento al 5 per cento. Senza dubbio la sentenza di ieri semplifica sulla carta una forma di restaurazione in stile prima Repubblica, ma poi bisogna vedere in concreto cosa accadrà.

Il proporzionale, certo, diede sostanza al sistema politico per oltre quarant’anni, tuttavia quella Repubblica non esiste più da tempo insieme ai partiti che la incarnavano. Tornare all’antico sulla spinta della Corte, sia pure con un quorum fissato al 5 per cento (ma reggerà nel dibattito?), rischia di essere un’operazione un po’ fuori contesto. E in ogni caso non può essere appaltata alle sole forze della maggioranza giallorossa, tutte propense a una formula in cui nessuno vince del tutto e nessuno perde davvero. Viceversa, se il quesito pro-maggioritario fosse stato ammesso, il Parlamento avrebbe potuto evitare la consultazione approvando una nuova disciplina, ma con il vincolo di assorbire qualcosa dello spirito referendario.

Ci si domanda inoltre se e quanto la scelta dei giudici può allungare la vita della legislatura. S’intende che non sarebbe rispettoso insinuare che la Consulta decide con il bilancino della politica, così da favorire o danneggiare questo o quello. Resta il fatto che il referendum sulla legge elettorale, affiancato a quello sul taglio dei parlamentari, avrebbe caricato di senso la primavera. Forse avrebbe incanalato le tensioni e la conflittualità verso un approdo alternativo alle elezioni anticipate. Ora invece la pressione resta priva di sbocchi e questo potrebbe favorire strappi improvvisi e non prevedibili a favore del voto anticipato.

Più che mai diventano centrali le urne del 26 in Emilia-Romagna.

Stefano Folli – la Repubblica – 17 gennaio 2020