Il governo sbanda sui migranti

Una rissa furibonda ha opposto ieri maggioranza e opposizione intorno alla data in cui il Senato dovrà «processare» Matteo Salvini. Con M5S, Pd e gli altri alleati compatti nel chiedere che la giunta per le autorizzazioni si esprima solo «dopo» il voto in Emilia-Romagna e il centrodestra a spingere per una pronuncia il 20 gennaio. Il non detto, la vera materia del contendere, è lampante sotto il sole: le forze di maggioranza temono che il leader della Lega sfrutti gli ultimi giorni di campagna elettorale giocando a «fare la vittima» di un sistema che vuole processarlo per aver difeso i confini d'Italia dalle orde dei migranti. La questione immigrazione, scomparsa dai radar per mancanza di materia prima (pochi sbarchi e nessuno più a soffiare sul fuoco della paura), tornerebbe prepotentemente sulla scena e non è un mistero chi se ne gioverebbe di più. Raccontano che sia stato il governatore Stefano Bonaccini in persona a supplicare Zingaretti di soprassedere ancora un po' e, dal suo punto di vista, la cautela sarebbe anche comprensibile.
Ma il problema più grande esula dall'eventuale processo a Salvini e riguarda cosa pensa di fare il governo sull'immigrazione.
In altre parole, al di là della generale volontà di non concedere un rigore a porta vuota al capo leghista, la domanda vera è questa: c'è una politica sui migranti condivisa tra Pd, Cinque stelle, Leu e Italia Viva? Perché, se alziamo la testa dalla cronaca del giorno, restano sul tavolo intatte due gigantesche questioni. Cosa pensa di fare il governo sui due decreti-bandiera di Salvini? E sullo ius culturae? La risposta a queste domande non c'è. O meglio, non si va oltre un pissi-pissi sottovoce, con i leader della maggioranza che si aggrappano alla famosa lettera del capo dello Stato come gli ubriachi al lampione. Ma ricordiamoci che lo scorso agosto Mattarella firmò il decreto sicurezza bis puntando il dito contro due «rilevanti criticità» (le multe abnormi a chi presta soccorso in mare e le sanzioni per l'oltraggio ai pubblici ufficiali) ma non disse nulla sul resto. Né era compito del Quirinale entrare nel merito politico dei provvedimenti securitari. E tuttavia quella assestata da Salvini fu una spallata mortale a tutto il sistema di accoglienza e integrazione italiano. Con i voti, oltretutto, dei Cinquestelle. Il risultato sono le decine di migliaia di ragazzi che, usciti dai circuiti legali, impossibilitati a lavorare, sono ripiombati senza speranza sui nostri marciapiedi, quando va bene a chiedere l'elemosina. Su questo la ministra Lamorgese e il presidente Conte pensano di intervenire? E' questa la vera emergenza politica, non le piccole furbizie sulla data del voto nella giunta del Senato. Il Pd, tra un conclave e l'altro, deve trovare il tempo di discutere di quale politica intende perseguire sull'immigrazione. E deve anche decidere se intende anche su questo tema cedere l'egemonia culturale a un M5S peraltro sempre più in difficoltà.

Francesco Bei – La Stampa – 10 gennaio 2020