Ora il Paese merita un’alleanza forte

Ci sarà stato anche «tanto entusiasmo», come aveva giurato Conte all’alba di questo 2019. Ma una cosa è ormai certa: «l’anno bellissimo» vaticinato dal premier non l’abbiamo vissuto.

È iniziato con i sogni sovranisti del governo gialloverde, miseramente spiaggiati sulla battigia del Papeete. Finisce con i singulti riformisti del governo giallorosso, faticosamente abborracciati sui banchi della Camera. E pare già un mezzo miracolo, che un governo nato in corsa e nato male mangi il panettone senza aver fatto danni al Paese. Un governo tra due forze fiaccate e inacidite, che si sono messe insieme per evitare il voto anticipato e il probabile trionfo dell’ultradestra salviniana.

Un governo con molte attenuanti ma senza padre e senza madre: tutt’al più genitori adottivi, prima nemici per la pelle poi congiunti per necessità. Onestamente non ci si poteva aspettare troppo, dalla strana famiglia M5S-Pd-Leu: improvvisata e subito destabilizzata dagli scappati di casa di Italia Viva.

I parenti-serpenti chiudono l’anno come possono. Dovevano osare di più. Ma intanto era importante tagliare almeno i traguardi minimi della fase. Da una parte la manovra taglia-e-cuci, blindata a tappe forzate nel votificio di Montecitorio: pesano le micro-tasse, ma non si parla più di Flat Tax e condoni fiscali, mentre arriva qualche soldo in più in busta paga e più risorse per famiglia e sanità. Dall’altra parte il rituale decreto milleproroghe, approvato "salvo intese" dopo sei ore di battaglia nel fortino di Palazzo Chigi. In queste formule astruse si racchiudono i problemi antichi del non-governo della cosa pubblica, e il metodo escogitato per eluderli. Le "proroghe", innanzitutto: il rinvio ad altra data di ogni decisione, lo scarico delle responsabilità e dei costi su chi verrà dopo. Metà delle misure della legge di stabilità (dal taglio del cuneo fiscale alla Plastic Tax) diventeranno esecutive tra luglio e ottobre del prossimo anno; e le clausole di salvaguardia, orgogliosamente disinnescate sull’Iva per il 2020, sono già state inopinatamente rialzate a 40 miliardi di qui al 2023.

E poi il "Salvo Intese": la formula magica in uso da Monti in poi, per consentire a maggioranze divise di far finta di marciare unite.

"Salvo Intese" il Conte uno ha licenziato 19 decreti, il Conte bis ne ha sfornati 3.

Va così non da oggi: da anni. Ma stavolta sanno anche loro che così non può continuare. Tra i fumosi vertici notturni e le maratone estenuanti in Consiglio dei ministri. La fratricida "guerra per banche" (i sommersi di Etruria contro i salvati di Bari) e le lotte tribali sui conflitti di interessi (dalle fondazioni ad personam tipo Open alle riforme ad aziendam stile Casaleggio Srl). Renzi che tuona contro norme «da Paese sudamericano» (dimenticando che i suoi le hanno accettate in Cdm) e Di Maio che inveisce contro «chi piccona il governo da dentro» (scordandosi che i primi a farlo sono i pentastellati nostalgici del Capitano). Conte che insegue il salvifico «cronoprogramma» (non vedendo che ai cittadini che chiedono pane non devi dare brioche) e Zingaretti che ripete «se cade il governo c’è solo il voto» (non capendo che alla lunga certe profezie si autoavverano).

A occhio e croce, neanche l’anno che sta arrivando sarà bellissimo. Se non cambiamo passo, cresceremo dello 0,6%. Se non cambiamo strategia, il debito pubblico sfonderà il tetto dei 2.500 miliardi, continueremo a pagare un costo sugli interessi esorbitante e a scontare uno spread doppio rispetto a Spagna e Portogallo. L’Italia, nonostante i suoi guai, merita di più. È vero che in superficie resta forte una corrente di stress esistenziale e di rancore sociale. Ma dal Paese profondo sta venendo a galla un deposito di democrazia e di civismo che non si è mai esaurito. Lo certificano le 92 piazze spontanee riempite in un mese dal semplice tam tam digitale di quattro ragazzi bolognesi: giovani inaspettati, che a dispetto dei troppi consigli al veleno delle vecchie élite hanno solo voglia di partecipare e di raccontare un’altra storia rispetto all’odiocrazia fascio-leghista. Lo testimoniano i 32 «eroi di ogni giorno» premiati da Mattarella al Quirinale. Gente normale, che spende la propria vita a occuparsi di quella degli altri. «Furore di vivere», lo chiama il Censis con troppa enfasi. «Ritorno del futuro», lo chiama con più finezza Ilvo Diamanti.

Sta al governo giallorosso, nell’anno che sta arrivando, intercettare e dare risposte finalmente credibili a questa Italia che non si rassegna al declino e al destino. Cinque Stelle e Pd si diano una missione: trasformino la coalizione in alleanza, e il contratto in politica. Alla ripresa, complice il voto in Emilia-Romagna, si capirà subito se ce la fanno o se invece si apre la crisi, sapendo bene cosa c’è dentro l’urna delle elezioni anticipate e cosa c’è sotto il finto vestito moderato di Salvini.

«È st’acqua qua», per dirla in bersanese. Un’acqua in cui nuota di tutto: a destra squali affamati e delfini falliti, a sinistra cetacei sfiatati e tonni inscatolati, al centro diafani plancton che si credono piranha. Ora guizzano anche le sardine, che non vogliono farsi catturare nella rete del "partito" né farsi friggere sulla graticola dei talk show. Invocano un altro mare in cui nuotare. Di Maio e Zingaretti lo cerchino insieme a loro, invece di naufragare da soli nella solita pozza di fiele. Così, magari, avremo un 2020 "decente". Noi ci accontenteremmo anche di questo.

Massimo Giannini – la Repubblica – 24 dicembre 2019