Riforma degli appalti. Contrordine compagni si torna alla burocrazia

Sorpresa: d’ora in poi chi verrà incaricato di progettare un’opera pubblica avrà l’obbligo di prendere in considerazione anche l’ "opzione zero". Cioè quella di non realizzarla. Ecco una delle meravigliose perle che ci regalerà il "Regolamento di esecuzione, attuazione e integrazione" del codice degli appalti approvato tre anni e mezzo fa dal governo di Matteo Renzi, e che il governo di Giuseppe Conte due si appresta ora a partorire.

Un nuovo delirio della burocrazia che si stende su 273 articoli, 53 in più rispetto al codice di cui sopra, che ne conta appena (si fa per dire) 220. E rende chiaro, una volta per tutte, perché in questo Paese non c’è commissario o decreto "sbloccacantieri" che tenga, e ogni promessa di semplificazione finisca per arenarsi in un immenso pantano di articoli, commi, lettere e timbri. Con il risultato di ottenere una splendida paralisi.

Spuntano così, nel monumentale regolamento che porta a 493 le norme necessarie a gestire i contratti pubblici, prescrizioni stupefacenti che fanno slalom fra sigle stravaganti. Alcune, come l’ "opzione zero", che dev’essere prevista nel DocFAP (il Documento di Fattibilità delle Alternative Progettuali) da non confondere con il DIP (Documento di Indirizzo alla Progettazione), sono chiaramente lo specchio dell’ostilità per le opere pubbliche dell’attuale partito di maggioranza relativa (parlamentare, s’intende). Basta dire che il regolamento rende obbligatoria anche la famosa analisi costi benefici, quella che ha scatenato un putiferio politico sulla Torino- Lione innescando la crisi del governo Conte uno. Procedura che, naturalmente, andrà "effettuata secondo la disciplina applicabile a ogni tipologia d’intervento". E già immaginiamo stuoli di geometri alle prese con il rompicapo dell’analisi costi-benefici per la rotonda tra via Roma e via Garibaldi, mentre tecnici comunali con i cervelli che friggono per un sovrappasso pedonale sulla Tiburtina scartabellano nei manuali (ancora da scrivere) sulle "discipline applicabili alle tipologie d’intervento".

Altre disposizioni contenute nella voluminosa bozza di 204 pagine del regolamento sono invece il marchio inconfondibile dell’ottusità dilagante nella pubblica amministrazione. Qualche esempio? I progettisti, insieme ai disegni, devono produrre perfino "l’elenco delle normative di riferimento": cioè sono loro a dover dire all’amministrazione in base a quali leggi, regolamenti e circolari fanno quel che fanno. Leggi, regolamenti e circolari che le stessa amministrazioni hanno scritto e tengono nei cassetti. In più sono sempre i progettisti a dover fornire le "indicazioni per la prosecuzione dell’iter progettuale". Con i funzionari pubblici che intanto, presumiamo, si girano i pollici.

E il bando per un concorso di progettazione deve specificare, udite udite, se la "decisione della commissione giudicatrice" è "vincolante o meno". Abbiamo capito bene? Si fa una gara pubblica per scegliere un progetto ma poi il rispetto del verdetto della giuria può essere facoltativo? Proprio così. Per la serie: abbiamo scherzato.

Come per i collaudi. L’articolo 171 del regolamento prevede al comma 2 che il collaudatore di un’opera pubblica debba essere laureato in ingegneria o architettura? Il minimo sindacale, ovvio. Chi altrimenti può certificare se un ponte sta in piedi? Ma il comma 4 dice che se il collaudatore è un dipendente pubblico può essere anche soltanto diplomato, oppure laureato in legge o economia. Una furbata che serve evidentemente a mantenere in vita l’attuale sistema dei collaudi, di cui beneficiano molti funzionari dello Stato. Dice tutto la storia del Mose, opera ancora non completata ma per cui sono stati già distribuiti in passato 130 incarichi di collaudo, compresi quelli all’epoca assegnati a dirigenti apicali dell’Anas e a ben 36 alti funzionari del ministero vigilante delle Infrastrutture. Molti dei quali lautamente retribuiti dalla ditta vigilata per collaudare soltanto le carte. Per inciso, fra quei 130 incarichi ce n’era anche uno assegnato a un diplomato geometra. Niente di nuovo sotto il sole, con tutto il rispetto per i geometri. Purtroppo si potrebbe andare avanti, tanto vasto è il campionario. Ma più delle assurdità di cui i 273 articoli del regolamento sono pieni zeppi, pesa la filosofia che c’è dietro. Questa è una controriforma degli appalti che riporta indietro l’orologio all’epoca dei governo Berlusconi, demolendo l’impostazione data appena tre anni fa. Allora un ruolo centrale era affidato all’autorità anticorruzione di Raffaele Cantone, che aveva il compito di stabilire le linee guida per l’applicazione del codice degli appalti. Nessun regolamento monstre come quelli fatti ai tempi del Cavaliere, per non privare di responsabilità l’amministrazione. C’era però chi storceva il naso.Le burocrazie evidentemente non gradivano, preferendo invece essere sollevate da qualunque responsabilità. E cosa di meglio per ottenere questo risultato che un regolamento dettagliatissimo per ribaltarle all’esterno dei loro uffici, per esempio sui progettisti? In più si è visto subito che nel governo Conte uno l’Anticorruzione non era molto popolare. Tanto più dopo le critiche (più che fondate…) di Cantone a certi provvedimenti come l’ancora fantomatico "sbloccacantieri". Il bello è che l’Anticorruzione continua a essere altrettanto impopolare con il Conte due, dove c’è il partito che fece nascere quell’autorità. Dopo l’uscita anticipata di Cantone l’incarico di presidente è ancora vacante, e i poteri del consigliere anziano che lo sostituisce non sono mai stati precisati. A riprova del fatto, comunque la si possa pensare sull’Anac, che la stagione d’oro di quell’authority è ormai finita.

Va detto che pure la riforma fatta dal governo Renzi, con il codice degli appalti che aveva sostituito il precedente codice berlusconiano, zoppicava assai. E questo a voler essere generosi: è sufficiente ricordare gli strafalcioni che erano nel primo testo pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Ma il paradosso è che ora a smontare quella riformicchia, ritornando alle logiche di quindici anni fa, è lo stesso partito che l’aveva fatta. Cioè il Pd. Il quale si è assunto con Paola De Micheli la responsabilità delle Infrastrutture. E adesso dovrà bollinare un regolamento dov’è riconoscibile, oltre a quello delle burocrazie impenitenti, anche il marchio di Danilo Toninelli. Proprio colui che il Pd aveva eletto a emblema dell’incompetenza…

Sergio Rizzo – la Repubblica – 11 dicembre 2019