Le medaglie sporche non pagano

La Russia del presidente Putin è stata messa al bando, per quattro anni, dallo sport mondiale, colpevole di uso capillare, pervicace e sponsorizzato dalle autorità pubbliche di sostanze proibite, inflitte agli atleti in cerca di sleali vittorie. La bandiera del Cremlino non sventolerà ai Giochi di Tokyo, la prossima estate, o alle Olimpiadi Invernali di Pechino 2022. E, se la federazione russa fallisse, come probabile, il ricorso al Tribunale di Arbitrato dello Sport, tempo tre settimane, sono a rischio anche Coppa del Mondo di calcio, competizioni giovanili e paraolimpiche. È il severo verdetto della Wada dopo che per anni gli atleti russi si son dopati e le federazioni hanno rifiutato di collaborare, boicottando le ispezioni e taroccando dati. «Troppo a lungo - commenta il presidente Wada Craig Reedie - il doping russo ha inquinato lo sport pulito. Le spudorate violazioni delle autorità russe ci imponevano una risposta dura, eccola».
Non si tratta solo di medaglie, tedofori e glorie sul filo di lana: come ai tempi della prima Guerra Fredda, quando nella Ddr, la Germania Est, migliaia di ragazze e ragazzi furono usati come cavie da dottori stregoni, è in gioco il prestigio delle superpotenze.
Il presidente Putin, già dalle sue foto a torso nudo, fucile imbracciato o sul ghiaccio dell'hockey, coltiva il mito del macho vincente contro i leader democratici, considerati deboli e secchioni, e vincere medaglie ne incensa il mito. Cina e America non hanno fatto pressioni forti, il presidente Trump non auspica braccio di ferro ostile alla Russia, ma altri Paesi, dietro le quinte Gran Bretagna e Nord Europa, hanno tenuto duro ed è arrivata la squalifica.
A Mosca il tam tam della disinformazione è subito partito, accusando Wada di essere strumento della manovra imperialistica ai danni del patriottico movimento sportivo locale. «Il solo doping è la politica» aizza dal suo programma "Vesti Nedeli" Notizie della Settimana il commentatore putiniano Dmitry Kiselyov (celebre per avere invocato «ogni brutalità» contro i gay), mentre la propaganda di stato fa passare Grigory Rodchenkov, l'ex capo dei laboratori antidoping che ha denunciato lo scandalo, come il vero colpevole, metodo rodato da Zar e purghe staliniane. Rare e silenziate le voci di dissenso, vedi Yuri Ganus, capo agenzia Antidoping russa, che critica le autorità: «I nostri dirigenti sportivi devono cambiare, applicano metodi vecchi e inaccettabili».
Gli atleti russi potranno partecipare ai Giochi a titolo individuale, come ai Giochi di Rio in Brasile 2016, ma a proprio rischio, allora furono sonoramente fischiati dalla folla e insultati dagli sportivi di altri Paesi, vedi il gestaccio della nuotatrice americana Lilly King alla russa Yulia Efimova, dopata e squalificata dalle piscine per 16 mesi per aver assunto ormoni e steroidi illegali, e infine riammessa in extremis alle competizioni.
Qualcuno obietta: «Il doping esiste in tanti Paesi». Vero purtroppo, ma Wada reagisce contro il ritorno delle Orche Ddr - 10.000 atleti tedeschi dell'Est pagarono il prezzo della vittoria con la salute minata -, e all'asservimento dello sport alla ragion di Stato bieca. Vladimir Putin, leader astuto, dovrebbe ora meditare. La rozza idea di drogare i propri cittadini per la gloria effimera di medaglie sporche è finita nello squallore. Meglio cambiar registro, subito, ma l'ex agente dello spionaggio Kgb, nello sport e non solo, è ormai prigioniero della corsa a fingersi forte, senza esserlo. Il doping sportivo, i muscoli gonfiati in provetta, è la miglior metafora per le politiche, a Mosca e nel mondo, di Putin, la debolezza schermata, invano alla fine, da forza fasulla.

Gianni Riotta – La Stampa – 10 dicembre 2019