Di Maio e Salvini: ma che fatica governare!

Ma che, in realtà, stanno aggravando la situazione del Paese sotto diversi angoli di visione. Tante promesse non sono state realizzate, né sono in via di realizzazione, nonostante i grandi proclami sia dei Cinquestelle che dei leghisti salviniani.Una su tutte: Matteo Salvini aveva giurato e spergiurato che avrebbe eliminate una serie di accise, se non tutte,  sui prezzi dei prodotti petroliferi. Che ne è stato della promessa? Promessa da marinaio! Dal canto suo il leader penta stellato aveva urlato dal balcone di Palazzo Chigi che, finalmente, era stata abolita la povertà! Ve ne siete accorti? Sembra proprio di no. Il Paese continua a soffrire. E parecchio. Adesso il giovanissimo (dal punto di vista della preparazione politica e partitica) Luigi Di Maio ha cambiato strategia. Ed è fin troppo evidente. Tempo addietro gli hanno appiccicato l’etichetta di democristiano d’antan. Anche i democristiani della prima Repubblica, effettivamente litigavano tra di loro o con i socialisti, e invocavano il "chiarimento" o con gli atri alleati del pentapartito. Ma poi trovavano la “quadra” .Il pentastellato di Pomigliano d’Arco ed il leader leghista, da diverse settimane se le stanno dando di santa ragione. Soprattutto in pubblico. Stanno facendo una tale buriana che una persona ragionevole, non smaccatamente schierata da una parte o dall’altra, a destra, al centro o a sinistra, non può che dire: “Ma come fanno a litigare di continuo e a sostenere che debbono continuare a lavorare insieme?”. Sembrano due vecchi coniugi che più non si sopportano e farebbero meglio a lasciarsi. Se non che valutano che è meglio lanciarsi i piatti e le stoviglie l’un l’altro, perché lasciando la propria casa, non saprebbero dove andare a sbattere la testa. E preferiscono questo vigliacco andazzo. Sulla pelle degli incolpevoli italiani. Meglio sarebbe che ognuno riprendesse il suo sentiero, il suo cammino. M5S da una parte, Lega dall’altra. Per risolvere i problemi del Paese i due vice presidenti del Consiglio dovrebbero più semplicemente riflettere sui problemi dell’Italia. Che sono:

- la riforma delle istituzioni, riproponendo l’abolizione di una delle due Camere;

- il potere legislativo dovrebbe ritornare nelle mani della Camera o del Senato, solo in via eccezionale e di effettiva urgenza potrebbero essere adottati dei decreti legge, da convertire in legge tassativamente entro i 60 giorni previsti dall’attuale Costituzione;

- ridiscutere la legge elettorale, riproponendo una legge maggioritaria per assicurare una maggioranza in grado di governare effettivamente il Paese e non accettare mai più obbrobri come il cosiddetto “contratto di governo” che non può essere preso a modello per la guida di una comunità, che sia un Comune, una Provincia, una Regione, addirittura uno Stato,  l’Italia. Questo va fatto all’inizio di una legislatura;

- dare una risposta immediata alle richieste di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna di maggiore autonomia (altre regioni, come Piemonte, Liguria e Campania, si stanno accodando) e ridiscutere sugli statuti di Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna). Non possono esserci regioni privilegiate, quelle di seria A e quelle di serie B;

- affrontare con determinazione il problema di un debito pubblico che a fine anno supererà i 2.500 miliardi di euro, senza interventi correttivi. Significa che ogni italiano ha sulle proprie spalle un debito di oltre 40 mila euro, neonati compresi! La Commissione Europea (e i Paesi di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) non tollereranno mai che all’Italia venga concesso dei privilegi o degli sconti, stante il costante peggioramento, anno dopo anno, dei suoi conti pubblici. Adesso ci si è messa pura l’Austria a bacchettarci, come se non bastassero Moscovici e il lettone Dombrovskis. Il nodo è da risolvere e non con dei palliativi;

- Occorre riflettere sul posizionamento dell’Italia in seno all’Unione Europea. Ridiscutere i trattati, lavorare per la creazione entro tempi certi degli Stati Uniti d’Europa. Il Belpaese è diventato l’anello debole del Vecchio Continente, stiamo scivolando sempre più in basso, con il debito pubblico che aumenta, inesorabilmente, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.

In Europa le decisioni debbono essere prese non più all’unanimità bensì a maggioranza, magari a maggioranza qualificata per alcuni temi particolari, considerando la popolazione dei singoli Stati.

Non esiste proprio che Paesi come Cipro (850 mila abitanti), Malta (450 mila abitanti), Lussemburgo (600 mila abitanti), Estonia (1.300 mila abitanti), Lettonia (meno di 2 milioni di abitanti), Lituania (meno di 3 milioni di abitanti), Olanda (17 milioni di abitanti), Belgio (11 milioni di abitanti), Danimarca e Finlandia (meno di 6 milioni di abitanti), Austria (meno di 9 milioni di abitanti), Slovacchia ( 5.500 mila abitanti), Irlanda (meno di 5 milioni di abitanti) possano bloccare dei provvedimenti legislativi fondamentali, come quello sulla immigrazione dall’Africa o dal Medioriente o quello  di un’indispensabile armonizzazione fiscale. E invece lo fanno continuamente.

Ben 13 stati europei hanno una popolazione complessiva di poco superiore a quella dell’Italia. Insieme sommano 67,700 milioni di abitanti. Ce ne rendiamo conto? Bisogna ritornare ad un vecchissimo adagio: O si fa l’Europa o si muore! La frase attribuita a Giuseppe Garibaldi era “O si fa l’Italia o si muore!” Sappiamo che ogni Stato procede come vuole, perché ne ha le prerogative. Occorre che l’Europa punti decisamente e senza fraintendimenti, verso un’unione politica che tagli le unghie ai cosiddetti Paesi di Visegrad, senza se e senza ma. Solo così si potrebbe recuperare un sentimento di empatia per l’Europa che verrà. Altrimenti sarà la fine di un sogno. Quello di Konrad Adenauer, Robert Schuman e Acide De Gasperi e Altiero Spinelli. Bisogna cambiare rotta, e le elezioni del 26 maggio sono fondamentali.

Marco Ilapi, 20 maggio 2019