Governo, in pole Mario Draghi?

Le responsabilità dello stallo della situazione politica attuale sono attribuibili a molti soggetti. In primis allo stesso Quirinale. Poi all’ex presidente Giorgio Napolitano. Quindi a Pierluigi Bersani. Per passare a Silvio Berlusconi, inventore di Forza Italia, agli stessi Matteo Salvini,  Luigi Di Maio e Matteo Renzi. Un calcio negli stinchi va sferrato alla stessa Corte Costituzionale, perché avrebbe dovuto intuire che il Rosatellum sarebbe stata la pietra tombale per la fragile democrazia italica. Cerchiamo di spiegare perché.

Sergio Mattarella non avrebbe dovuto apporre la sua firma su questa pessima legge elettorale. Tutti concordano su questo giudizio, eccezion fatta per il suo autore, il piddino Ettore Rosato. Il motivo che avrebbe potuto consentire al Colle di rimandare la legge al  Parlamento è che questa non era un “parto” delle due Camere, bensì del pensatoio facente capo a Palazzo Chigi. . Per di più è stata apposta sul provvedimento la questione di fiducia. Scelta inammissibile dal puno di vista costituzionale. Il presidente ha accettato supinamente il Rosatellum e deve risponderne.

Giorgio Napolitano. L’ex inquilino del Colle ha manovrato, nel sotterraneo, fin dall’ormai lontano 2010, quando l’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi, piuttosto esangue per la fuoriuscita dei finiani, è stato inopinatamente salvato dai cosiddetti responsabili, gli Scilipoti, i Razzi, le Catia Polidori e altri. Oggi si invocano nuovamente aiuti da novelli responsabili. E’ un dramma. Il ritorno alle urne è l’unica soluzione per navigare in acque più tranquille. Napolitano avrebbe dovuto sciogliere le Camere a mandare tutti a casa. Non lo ha fatto e occorre ammettere che ha politicamente sbagliato. Ha assunto una decisione che non gli competeva. Secondo errore ne 2011, allorquando ha nominato senatore a vita il grigio professor Mario Monti, scalzando Berlusconi da Palazzo Chigi e insediando in suo luogo il bocconiano. Il centrodestra per anni ha gridato al colpo di stato. E di ragioni ne aveva.  Si ricordi la storiaccia dello spread pervenuto alla quota siderale di 574, sinistramente manovrato da una finanza speculativa sempre in agguato. Si sappia che re Giorgio aveva allertato Mario Monti fin dalla presedente estate, tant’è che in un’intervista aveva anticipato che se le condizioni lo avrebbero richiesto, non avrebbe detto “no” al Colle. Gli stessi parlamentari nel 2013 quando hanno supplicato Giorgio Napolitano (una volta bocciata dai 101 franchi tiratori la candidatura al Quirinale di Romano Prodi) a farsi rieleggere alla presidenza della Repubblica. Altro grave errore di Napolitano avere nominato dei saggi per formulare proposte di riforme costituzionali che hanno partorito il classico topolino. Tempo perso, inutilmente, a danno del paese. Cioè di tutti noi. Come è stato sbagliato incaricare Matteo Renzi, consentendogli di fare le scarpe ad Enrico Letta, messo sotto accusa per non essere stato in grado di impostare un vero processo di riforme istituzionali. Tutti ricorderanno il messaggio del neo segretario del partito democratico, Matteo Renzi, rivolto all’inquilino di Palazzo Chigi “Enrico, stai sereno” e la successiva pugnalata alla schiena. Napolitano connivente. Inaccettabile in una democrazia compiuta. Si può capire che fatti di queste genere capitino in un regime autoritario. E veniamo all’enfant prodige della politica nostrana, il toscanaccio Matteo Renzi. E’ stata davvero straordinaria la  sua operazione di conquista del potere. Il boy scout di Rignano sull’Arno ha, a suo tempo, candidamente  confessato che già da tre anni il suo gruppo meditava di contendere la leadership del partito democratico a Pierluigi Bersani. Operazione conclusasi con grande successo, visto l’esito delle europee dello scorso maggio. I commentatori si chiedono dove vuole arrivare l’ex sindaco fiorentino. Molti hanno dubitato delle sue capacità di guidare un esecutivo che possa tirar fuori il Paese dalle secche della violenta crisi economica che l’ha colpito. E purtroppo dopo l’esito del referendum costituzionale del 2016 e, soprattutto, a seguito delle ripetute dèbacle elettorali nelle amministrative che negli anni si sono tenute. Nei primi mesi del 2014 si era ancora in luna di miele con l’elettorato, ma di fatti concreti ancora nemmeno l’ombra. Molte (forse troppe) promesse, rimasta sulla lavagna luminosa di Matteo a Palazzo Chigi. E’ vero che aveva dato avvio al processo delle riforme costituzionali, di una pessima legge elettorale, il famigerato Porcellum,  approvando l’abolizione delle province (che in realtà stanno sopravvivendo anche se con risorse limitate),  ha intrapreso (pur con colpevole ritardo) la riforma del lavoro con il jobs act, pur incontrando resistenze un po’ da ogni parte,da destra come da sinistra. Legittimamente ha stravinto le primarie del partito democratico, battendo Cuperlo e Civati. Insediatosi a Palazzo Chigi spodestando il povero Enrico Letta, appunto dopo avergli detto “Enrico, stai sereno!...), dimostrando una spregiudicatezza insultante. Ha stretto il patto del Nazareno con l’avversario storico del suo partito. Quel Silvio Berlusconi che non aveva ( e non ha) la benché minima intenzione di scomparire dalla scena politica italiana, tenendo la catena al collo dil leader della Lega Matteo Salvini. Non siamo negli Stati Uniti, né in Gran Bretagna e nemmeno in Francia, dove gli sconfitti alle elezioni vanno  a casa. Questo Berlusconi che dopo avere sdoganato la destra di Gianfranco Fini venti anni fa, adesso la vuole affossare definitivamente. Lui è stato il più grande sostenitore di Matteo Renzi. E vorrebbe ancora rifare un altro patto del Nazareno con il Pd. E’ lui che riuscirà nel miracolo di riconsegnare il centrodestra all’irrilevanza politica. A meno che non capisca una buona volta che è il caso di farsi da parte. Come hanno fatto Enrico Letta e Pierluigi Bersani a sinistra, lasciando spazio ai giovani emergenti. Errori poi, ne hanno commessi sia Luigi Di Maio che Matteo Salvini. L’uno pretendendo lo scranno di Palazzo Chigi per sé, l’altro per non essersi liberato di un ingombrante Berlusconi. La Lega non può mettere nell’angolo l’ex Cav,, perché alle elezioni si sono presentati come forza di coalizione per governare il Paese. Ora, siccome la Lega ha avuto maggiori consensi rispetto a Forza Italia, ecco che è scattata la regola della premiership nel centrodestra. Appare di tutta evidenza che Salvini è il futuro della coalizione e Berlusconi il passato. Ad oggi il divorzio non appare pensabile, ipotizzabile. Salvini aspetta lungo il fiume che passi la nottata. Ha fatto sa la massima di Mao Tze Tung “Siediti sulla riva del fiume e aspetta. Prima op oi vedrai il cadavere del tuo nemico passare”. Sembra che tutti congiurino per portare a Palazzo Chigi nel novembre del prossimo anno l’attuale governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi. Ebbene, se Di Maio e Salvini non troveranno la quadra l’Italia sarà, a breve riconsegnata nelle mani di un altro Mario. Non Monti. Questa volta Draghi. In ultimo la determinazione del Quirinale, stanco delle liturgie partitiche, di dare comunque un esecutivo all’Italia, chiamando personalità di alto profilo per traghettare il Paese verso inevitabili elezioni che potrebbero addirittura tenersi in estate. Cosa mai accaduta prima e che potrebbe scombiccherare i programmi ed i progetti un po’ di tutti i partecipanti alla lotta politica. Dal rottamatore Renzi all’ex steward Di Maio, al guerrafondaio (per via delle sue ruspe) Salvini, all’incandidabile (per via della sentenza di condanna definitiva per evasione fiscale) dell’ex Cav. Berlusconi. Che bella compagnia! E gli interessi dell’Italia? Calpestati. Ancora una volta.

Marco Ilapi, 8 maggio 2018